Dall’Iraq al Nord Stream: la guerra clandestina di Kiev ridisegna il conflitto globale?
Le dichiarazioni del consigliere per la Sicurezza nazionale iracheno Qasim Al-Aboudi aprono un nuovo capitolo nella guerra ombra che accompagna il conflitto russo-ucraino. Secondo l’alto funzionario di Baghdad, le forze di sicurezza irachene hanno arrestato alcune cellule responsabili di attentati contro strutture presenti nel Paese e, durante gli interrogatori, gli arrestati avrebbero confessato di operare per conto dell’Ucraina.
Al momento le autorità irachene non hanno reso pubbliche prove a sostegno delle accuse né precisato gli obiettivi colpiti, mentre Kiev ha respinto ogni addebito definendo le dichiarazioni “false e infondate”.
Qualunque sarà l’esito dell’inchiesta irachena, l’episodio si inserisce in un contesto molto più ampio. Dal 2022 il conflitto tra Mosca e Kiev ha progressivamente assunto le caratteristiche di una guerra globale nella quale operazioni speciali, sabotaggi, omicidi mirati, cyberattacchi e attività d’intelligence si affiancano allo scontro convenzionale.
Dall’Africa al Medio Oriente
Uno dei primi teatri esterni al conflitto è stato il continente africano. Dopo l’imboscata del luglio 2024 contro una colonna del gruppo Wagner e delle forze armate maliane nei pressi di Tinzaouatène, Mali e Niger accusarono apertamente Kiev di aver fornito sostegno ai ribelli tuareg responsabili dell’attacco.
Le accuse portarono alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Mali e Ucraina e furono successivamente rilanciate anche dall’Alleanza degli Stati del Sahel. Kiev ha sempre negato di aver preso parte direttamente ai combattimenti, pur ribadendo di considerare legittimo colpire gli interessi militari russi ovunque operino.
Le dichiarazioni provenienti dall’Iraq sembrano inserirsi proprio in questa logica di progressiva internazionalizzazione del conflitto, in un’area strategica dove si intrecciano gli interessi di Russia, Iran, Stati Uniti e delle milizie sciite filo-iraniane.
Nord Stream: il sabotaggio che ha cambiato il conflitto
L’episodio più rilevante della guerra clandestina resta probabilmente il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel settembre 2022.
Le indagini condotte dalla magistratura tedesca hanno escluso la causa accidentale e individuato un gruppo di cittadini ucraini come principali sospettati dell’operazione, arrivando anche all’emissione di mandati di arresto. Parallelamente, importanti testate occidentali come The Wall Street Journal, Der Spiegel, Die Zeit e Süddeutsche Zeitung hanno pubblicato ricostruzioni, basate su fonti investigative, secondo cui il sabotaggio sarebbe stato organizzato da un gruppo legato all’Ucraina. Kiev continua tuttavia a negare qualsiasi coinvolgimento istituzionale, mentre l’inchiesta giudiziaria tedesca è tuttora aperta e non ha ancora definito in via definitiva l’intera catena delle responsabilità.
Il caso Kireiev e il tramonto dei primi negoziati di pace
Tra gli episodi più controversi dell’inizio del conflitto figura la morte di Denys Kireiev, membro della delegazione ucraina che partecipò ai primi colloqui con la Russia nel febbraio 2022. Il 5 marzo, mentre a Kiev erano ancora in corso i tentativi di mantenere aperto un canale negoziale, Kireiev venne ucciso nel centro della capitale da agenti del Servizio di Sicurezza ucraino (SBU).
In un primo momento fu indicato come sospetto collaboratore della Russia; nei mesi successivi, però, la Direzione principale dell’intelligence militare ucraina (HUR) lo riconobbe come un proprio agente impegnato in una missione sotto copertura e il suo direttore, Kyrylo Budanov, attribuì apertamente allo SBU la responsabilità dell’uccisione. La vicenda mise in evidenza le profonde tensioni tra gli apparati di sicurezza ucraini e continua ancora oggi ad alimentare interrogativi su quanto accaduto nei giorni in cui si cercava una soluzione negoziata.
Dietro un attentato la morte della via diplomatica
Quel tentativo diplomatico si esaurì poche settimane dopo. I colloqui proseguiti a Istanbul nella primavera del 2022 portarono all’elaborazione di una bozza di accordo, successivamente resa nota attraverso varie ricostruzioni giornalistiche e documentali. Sul fallimento di quel negoziato permane un acceso dibattito.
Secondo diversi protagonisti dell’epoca, tra cui il capo negoziatore ucraino David Arakhamia, la visita del primo ministro britannico Boris Johnson a Kiev nell’aprile 2022 rappresentò un momento politicamente decisivo: Johnson ribadì il sostegno occidentale alla prosecuzione della resistenza ucraina e manifestò forte scetticismo verso un’intesa con Mosca in quella fase. Da questa circostanza è nata l’interpretazione, sostenuta da numerosi analisti secondo cui Londra avrebbe contribuito a scoraggiare la conclusione dell’accordo ma recentemente smentita in una intervista dall’ex primo ministro inglese.
La ricerca della costruzione di un Commonwealth europeo contro la Russia
A distanza di anni, il peso effettivo esercitato da Boris Johnson resta quindi oggetto di dibattito storico, ma è generalmente riconosciuto che la sua visita coincise con un punto di svolta nella posizione negoziale di Kiev e dei suoi principali alleati occidentali.
Sullo sfondo dei negoziati del 2022 si muoveva anche una diversa visione strategica dell’Europa. Secondo una ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera, Boris Johnson lavorava già nella primavera del 2022 alla creazione di una sorta di “Commonwealth europeo”, un’alleanza politico-militare guidata dal Regno Unito e composta da Ucraina, Polonia, Stati baltici e, potenzialmente, Turchia, concepita come alternativa o quantomeno complementare all’Unione europea, giudicata troppo prudente nei confronti della Russia.
L’iniziativa si fondava sulla convinzione che l’Ucraina dovesse continuare la resistenza militare con il massimo sostegno occidentale e rifletteva la crescente distanza tra Londra e alcune capitali europee favorevoli a mantenere aperti canali diplomatici con Mosca. In questo contesto, la visita di Johnson a Kiev nell’aprile 2022 assunse un peso politico ben superiore a quello di un semplice gesto di solidarietà: rafforzò la linea della prosecuzione della guerra e contribuì a consolidare la convinzione, all’interno della leadership ucraina, che il sostegno occidentale sarebbe proseguito anche nel lungo periodo.
Gli omicidi mirati
La guerra segreta si è sviluppata anche attraverso una lunga serie di eliminazioni mirate. Nell’agosto 2022 morì Darya Dugina, figlia del filosofo Aleksandr Dugin, nell’esplosione dell’automobile sulla quale viaggiava nei pressi di Mosca. L’FSB attribuì l’attentato a una cittadina ucraina, ricostruzione respinta da Kiev.
Nell’aprile 2023 fu invece ucciso a San Pietroburgo il blogger militare Vladlen Tatarsky, morto durante un incontro pubblico a causa dell’esplosione di un ordigno nascosto in una statuetta.
Negli anni successivi sono stati eliminati numerosi ufficiali e figure considerate strategiche per l’apparato militare russo. Tra questi il generale Igor Kirillov, comandante delle truppe russe per la difesa nucleare, biologica e chimica, ucciso a Mosca nel dicembre 2024. In questo caso funzionari dell’intelligence ucraina, citati da autorevoli media occidentali, indicarono apertamente l’operazione come un’azione dell’SBU contro un presunto obiettivo militare mai però formalizzato.
Anche altri alti ufficiali, dirigenti dell’industria della difesa e collaboratori dell’apparato bellico russo sono stati colpiti in operazioni attribuite ai servizi ucraini, in alcuni casi confermate da fonti di Kiev, in altri ricostruite da indagini giornalistiche occidentali.
Il ponte di Kerch e gli attacchi alle infrastrutture
Tra le operazioni riconosciute rientra anche il progressivo attacco alle infrastrutture strategiche russe. L’esplosione che danneggiò il ponte di Kerch, simbolo dell’annessione della Crimea, rappresentò uno dei colpi più significativi inferti ad un obiettivo civile russo. Negli anni successivi lo stesso ponte è stato nuovamente colpito mediante droni navali e altri sistemi d’arma sviluppati dall’Ucraina.
Negli ultimi due anni Kiev ha inoltre rivendicato o lasciato trapelare il proprio coinvolgimento in numerose operazioni contro basi aeree strategiche, depositi di carburante, installazioni radar e infrastrutture militari situate anche a centinaia di chilometri dal fronte.
Il caso Crocus City Hall
Tra gli episodi più controversi figura invece l’attentato al Crocus City Hall di Mosca del marzo 2024, costato la vita a 145 persone.
L’attacco venne rivendicato dall’ISIS-K e numerosi servizi di intelligence occidentali attribuiscono la responsabilità all’organizzazione jihadista. Le autorità russe, pur riconoscendo il coinvolgimento degli attentatori islamisti, sostengono tuttavia che essi avrebbero ricevuto sostegno logistico o facilitazioni riconducibili ai servizi ucraini. Una ricostruzione che Kiev respinge integralmente e che, allo stato attuale, non è stata confermata da prove pubbliche indipendenti.
Dalle basi aeree alla flotta del Mar Nero
La profondità raggiunta dalle operazioni ucraine emerge con particolare evidenza negli attacchi contro basi aeree, radar, depositi e centri logistici situati anche a centinaia o migliaia di chilometri dal fronte. Le incursioni contro Engels, Diaghilevo e Olenya, insieme ai sabotaggi contro raffinerie e infrastrutture energetiche, hanno dimostrato che Kiev non considera più il territorio russo una retrovia protetta.
In alcuni casi il coinvolgimento ucraino è stato apertamente rivendicato; in altri è stato fatto filtrare attraverso fonti dei servizi e media occidentali. Il risultato strategico è comunque chiaro: spostare la guerra nel cuore della Federazione, costringere Mosca a disperdere le difese e trasformare obiettivi militari, industriali ed energetici lontani dal fronte in bersagli permanenti.
La stessa logica ha modificato gli equilibri nel Mar Nero. Attraverso droni navali, missili e operazioni speciali, l’Ucraina ha colpito unità della flotta russa, strutture portuali e installazioni in Crimea, arrivando a ridurre sensibilmente la libertà operativa di Mosca nell’area. Si tratta di uno dei pochi settori nei quali Kiev ha ottenuto risultati strategici nettamente superiori alla propria forza convenzionale, ma anche della dimostrazione più evidente di come il conflitto abbia superato i limiti territoriali iniziali: non più soltanto difesa del suolo ucraino, ma una campagna sistematica diretta a degradare, sabotare e colpire l’apparato russo ovunque esso risulti vulnerabile.
Il caso Monaco e il problema della “plausible deniability”
Tra gli episodi più controversi degli ultimi mesi figura anche l’attentato avvenuto nel Principato di Monaco contro l’imprenditore ucraino Vadym Yermolaiev. Le indagini hanno individuato come principale sospettata Anastasiia Berezovska, successivamente trovata morta in Ucraina. La vicenda ha assunto una dimensione ancora più delicata quando le autorità ucraine hanno arrestato un ufficiale dell’intelligence militare (Hur) e un ex appartenente alle forze dell’ordine, sostenendo che il primo avrebbe organizzato l’eliminazione della donna e avrebbe agito senza autorizzazione dei propri superiori.
È proprio questo passaggio ad alimentare gli interrogativi più rilevanti. Nella storia delle operazioni clandestine condotte dai servizi di intelligence di numerosi Paesi, l’attribuzione delle responsabilità a singoli funzionari o a cellule ristrette rappresenta uno schema ricorrente, che consente alle istituzioni di prendere le distanze da operazioni compromettenti mantenendo, almeno formalmente, la negazione di un coinvolgimento diretto. Sul piano dell’analisi geopolitica, la spiegazione dell’iniziativa esclusivamente personale appare quindi oggetto di dibattito e viene considerata da alcuni osservatori insufficiente a chiarire tutti gli aspetti della vicenda, soprattutto in presenza di un’operazione complessa, transnazionale e caratterizzata da una successiva eliminazione della principale sospettata.
Il caso evidenzia come, nella guerra segreta che accompagna il conflitto russo-ucraino, il confine tra iniziative individuali, operazioni coperte e responsabilità statali sia diventato sempre più difficile da ricostruire ma dove le prove ormai tendono a convergere in un’unica direzione. È proprio però questa zona grigia, nella quale le prove giudiziarie procedono spesso più lentamente delle dinamiche dell’intelligence, a rendere estremamente complessa l’attribuzione definitiva delle responsabilità e ad alimentare il confronto tra narrazioni contrapposte.
L’attentato al ristorante Balzi Rossi
L’attentato al ristorante italiano Balzi Rossi di Mosca, avvenuto questa settimana, rappresenta un ulteriore episodio destinato ad alimentare il confronto tra Mosca e Kiev. Secondo le prime ricostruzioni diffuse da media russi e dalla testata indipendente Verstka, il possibile obiettivo dell’esplosione sarebbe stato il generale Aleksandr Chaiko, comandante delle Forze aerospaziali russe, che stava partecipando a una cena privata insieme ai familiari.
L’esplosione ha provocato diverse vittime e numerosi feriti, coinvolgendo anche la famiglia del generale. L’ambasciata russa in Italia ha attribuito pubblicamente la responsabilità dell’attacco all’Ucraina, inserendolo in una presunta sequenza di attentati già verificatisi in Russia e all’estero.
La questione delle armi
Parallelamente cresce da anni la preoccupazione per la dispersione dell’enorme quantità di armamenti affluiti in Ucraina. Secondo il Kiel Institute, dall’inizio dell’invasione gli aiuti militari occidentali hanno raggiunto valori di centinaia di miliardi di euro complessivi, comprendendo migliaia di sistemi missilistici, mezzi corazzati, droni, sistemi di difesa aerea e milioni di munizioni.
Già nel 2022 Europol e Interpol avevano avvertito del rischio che parte di questo materiale potesse finire sul mercato nero attraverso reti criminali internazionali. Diverse operazioni di polizia hanno successivamente sequestrato armi riconducibili al teatro ucraino.
La guerra ombra sui siti nucleari
Un ulteriore elemento della guerra nell’ombra riguarda la centrale nucleare di Zaporižžja, la più grande d’Europa, occupata dalla Russia sin dai primi mesi dell’invasione. Le missioni permanenti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) hanno documentato nel corso del conflitto numerosi episodi di esplosioni, impatti di droni, incendi e danni nell’area dell’impianto, definendoli una grave minaccia alla sicurezza nucleare.
In alcune occasioni gli ispettori hanno verificato direttamente l’impatto di droni sulle strutture o nelle immediate vicinanze della centrale. Russia e Ucraina si sono accusate reciprocamente di tali attacchi, mentre il direttore generale Rafael Grossi ha ripetutamente evitato di attribuirne pubblicamente la responsabilità, limitandosi a ribadire che qualsiasi attacco contro o dalla centrale costituisce una violazione dei principi fondamentali della sicurezza nucleare e aumenta il rischio di un incidente con conseguenze internazionali.
Certamente è difficile immaginare autosabotaggi o ancor peggio attacchi contro una centrale nucleare gestita proprio dalle forze russe.
Le radici della guerra clandestina occidentale
Le operazioni coperte, il sostegno a movimenti d’opposizione, la destabilizzazione di governi ostili e l’impiego di strumenti non convenzionali non rappresentano una novità della guerra contemporanea. Durante la Guerra fredda queste pratiche furono progressivamente codificate all’interno della dottrina strategica occidentale e applicate in numerosi scenari. Figure come il diplomatico statunitense George Kennan sostennero fin dalla fine degli anni Quaranta la necessità di affiancare al contenimento militare dell’Unione Sovietica strumenti politici, economici e clandestini.
Sotto la direzione di Allen Dulles, la CIA trasformò le operazioni segrete in uno degli strumenti centrali della politica estera americana, mentre funzionari come Frank Wisner coordinarono reti di propaganda, finanziamento di organizzazioni politiche, sostegno a movimenti anticomunisti e attività di intelligence in Europa, Medio Oriente, Asia e America Latina. Il generale britannico Frank Kitson, teorico delle “low intensity operations”, elaborò invece una dottrina nella quale infiltrazione, agenti provocatori, operazioni psicologiche e controllo dell’informazione costituivano parte integrante della controinsurrezione moderna.
Parallelamente, studiosi come Edward Luttwak, nel celebre Coup d’État: A Practical Handbook, analizzarono in chiave strategica le dinamiche dei colpi di Stato e la vulnerabilità delle istituzioni politiche, contribuendo alla riflessione teorica sulle forme indirette di conquista del potere.
I precedenti
La storia offre numerosi esempi di questa impostazione strategica. Le operazioni Ajax in Iran (1953) e PBSUCCESS in Guatemala (1954), oggi ampiamente documentate anche da archivi declassificati statunitensi, portarono al rovesciamento di governi considerati ostili agli interessi occidentali attraverso una combinazione di intelligence, propaganda, pressione economica, sostegno alle opposizioni interne e operazioni clandestine.
Negli anni successivi analoghe metodologie furono impiegate, con modalità differenti, in Congo, Cile, Afghanistan e in altri teatri della competizione bipolare. Persino il piano Operation Northwoods, elaborato nel 1962 dai vertici militari statunitensi e successivamente desecretato, dimostra come all’interno dell’apparato strategico americano fossero state prese in considerazione anche ipotesi di operazioni sotto falsa bandiera per creare il consenso necessario a un intervento contro Cuba, pur non essendo mai stato approvato dal presidente John F. Kennedy.
Questo patrimonio dottrinale e operativo costituisce ancora oggi uno dei principali riferimenti per comprendere l’evoluzione della guerra ibrida, nella quale intelligence, sabotaggio, guerra psicologica, operazioni coperte e pressione politica si affiancano sempre più frequentemente alle operazioni militari convenzionali.
La costruzione della negazione plausibile
Questa tradizione non appartiene soltanto agli archivi della Guerra fredda. Le reti stay-behind, tra cui quella conosciuta in Italia come Gladio, mostrano come gli apparati occidentali abbiano costruito per decenni strutture clandestine, catene di comando riservate e capacità operative destinate ad agire fuori dai normali circuiti democratici in caso di crisi. Attorno a quelle reti si sono accumulate ricostruzioni controverse e interpretazioni spesso non dimostrate, ma la loro esistenza documentata conferma un dato essenziale: gli Stati hanno da tempo sviluppato strumenti capaci di intervenire senza assumersi pubblicamente la responsabilità politica delle operazioni.
È in questa cornice che va letta anche la frequente attribuzione di attentati e omicidi a singoli agenti, disertori o cellule autonome. La “plausible deniability” non è un incidente del sistema, ma uno dei suoi principali meccanismi di protezione: consente di utilizzare apparati, intermediari e strutture parallele mantenendo separata la responsabilità operativa da quella istituzionale. Quando un’azione è troppo complessa, costosa e transnazionale per apparire davvero individuale, la versione del funzionario isolato o del gruppo fuori controllo non chiude gli interrogativi: spesso li rende ancora più pesanti.
Una guerra sempre più globale
L’episodio iracheno conferma comunque come il conflitto abbia ormai superato da tempo i confini dell’Ucraina. Dall’Africa al Medio Oriente, passando per il Mar Baltico e il territorio russo, la competizione si sviluppa oggi attraverso operazioni di intelligence, sabotaggi, eliminazioni mirate e azioni clandestine.
Alcuni di questi episodi sono stati rivendicati o confermati dagli stessi apparati ucraini; altri sono stati ricostruiti da indagini giudiziarie o giornalistiche indipendenti; altri ancora restano oggetto di accuse reciproche e di verifiche ancora in corso. È proprio questa sovrapposizione tra fatti accertati, attribuzioni investigative e guerra dell’informazione a rendere il conflitto russo-ucraino uno dei più complessi e opachi della storia contemporanea.

Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E’ direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E’ stato direttore responsabile della rivista “Casa e Dintorni”, responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell’assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell’assessorato all’Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos.


