Con la confisca di beni russi la UE potrebbe rovinare l’euro, ma continua a premere su De Wever
La Commissione Europea insiste col progetto di confisca dei beni russi congelati. Preme sul primo ministro del Belgio che si è detto contrario e non tiene conto degli avvertimenti degli esperti di finanza, che temono ricadute gravi su tutta l’eurozona.
L’Ucraina tutta sulle nostre spalle
Ormai è chiaro persino ai cittadini europei più ligi e rispettosi della linea mainstream (cioè del pensiero unico): l’Ucraina è completamente sulle spalle del Vecchio Continente e di qualche altro Paese dell’anglosfera come Canada e Nuova Zelanda. A livello di sostegno finanziario i sacrifici più grossi li fanno i Paesi europei, dentro e fuori la UE. Sacrifici fatti col sorriso, si intende, quello amabile e rassicurante della presidente von der Leyen.
La sua Commissione ha presentato il 3 dicembre le opzioni per il supporto finanziario all’Ucraina nel biennio 2026/27. In un tripudio di neolingua orwelliana, scrivono che lo scopo è “rinforzare la resilienza finanziaria dell’Ucraina durante la guerra di aggressione russa ancora in corso”, con due soluzioni alle “esigenze finanziarie ucraine in evoluzione”, “senza riguardo alla situazione sul campo, ovvero senza considerare se il Paese sia in guerra o in pace”. Traduciamo: l’Ucraina è uno Stato fallito e l’unico modo per prolungarne l’esistenza per i prossimi due anni, anche se dovesse firmare la pace, è pagare noi tutte le sue spese.
Le due opzioni
La differenza tra le due “soluzioni” è dove prendere i soldi: direttamente dalle tasche dei cittadini europei – pardon, dal bilancio UE – oppure dai beni congelati dei russi. Guai a pensar male: la prima opzione si chiama “prestito” e la seconda “prestito di riparazione”. Quest’ultima è la preferita dalla Commissione perché rimanda nel futuro il problema di rispondere a chi chiederà conto di dove siano finiti i soldi e del perché ne servano sempre, ancora e ancora. Poi ha una controindicazione che a Bruxelles sottovalutano oppure che fingono di non vedere: la reazione di Mosca. Qualche giorno fa il presidente russo Putin ha definita questa opzione un “atto di ruberia” e ha spiegato che se verrà attuata, Mosca risponderà con adeguate misure di ritorsione.
Occhi puntati su De Wever
Non la prende invece sottogamba il primo ministro belga Bart De Wever, che si oppone da quasi due mesi. Infatti è proprio in Belgio che si trova l’ente finanziario che custodisce i patrimoni russi, l’Euroclear. Se qualcosa andasse storto, a subirne le conseguenze sarebbe per primo il suo Paese. E con questi piani della Commissione, andare storto significherebbe una catastrofe economica o addirittura bellica. De Weber ha dalla sua parte il Ministro della Difesa e molti deputati, che hanno applaudito vigorosamente il discorso in cui rigetta le accuse di non essere pro-Kiev o di essere un euroscettico solo per il fatto di aver espresso le sue legittime preoccupazioni. Dunque non farà un passo indietro finché non verranno date al Belgio garanzie concrete che però evidentemente nessuno può o vuole dare.
Quello che invece fanno i governi pro-Kiev più incalliti, come la Svezia e le Repubbliche baltiche, è di premere ancora su De Wever, anche perché a blandirlo ci avevano già pensato sia Merz che la von der Leyen, ma senza alcun effetto. Dunque tutti gli occhi sono puntati sul governo belga fino al 18 dicembre, quando si terrà la riunione del Consiglio Europeo nella quale presumibilmente verrà presa la decisione finale su come procedere.
Gli esperti ammoniscono
Vi sono coloro che condividono i timori di De Wever non solo riguardo al Belgio, ma a tutta l’eurozona. Gli economisti e i manager di grandi società di gestione patrimoniale ammoniscono sulle spiacevoli conseguenze che ricadrebbero sui mercati finanziari del blocco europeo. A livello mondiale, l’Europa vedrebbe diminuire o addirittura svanita la sua reputazione di solidità e di affidabilità. E quando in ambito finanziario sparisce la fiducia, è l’inizio della fine. Gli investitori potrebbero decidere i ritirare o convertire i propri patrimoni in euro. Kenneth Rogoff, docente ad Harvard ed ex dirigente del Fondo Monetario Internazionale, sottolinea come la confisca dei beni russi implichi il rischio che l’euro perda il suo status di moneta sicura. La pensa allo stesso modo Kevin Thozet della società francese Carmignac, secondo cui una mossa del genere farebbe dubitare dell’euro come valuta rifugio.
Anche la presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde teme per la reputazione globale dell’Europa e spiega come la soluzione caldeggiata dalla Commissione sia qualcosa di molto tirato, che preme sui limiti del diritto internazionale. Si levano voci contrarie pure in Italia, fra cui il senatore leghista Claudio Borghi che evidenzia il pericolo insito nella confisca: significherebbe che nessun bene depositato in Europa è più al sicuro.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.


