Bruxelles soffoca l’industria siderurgica ucraina dopo aver regalato miliardi a Kiev

Bruxelles soffoca l’industria siderurgica ucraina dopo aver regalato miliardi a Kiev

16 Giugno 2026 0

Da una parte l’Unione Europea giura sostegno eterno all’Ucraina e dall’altra toglie ossigeno a uno dei suoi settori portanti. Bruxelles ha infatti approvato misure protezionistiche che abbattono di fatto l’export siderurgico di Kiev. E che peraltro rischiano di danneggiare la stessa produzione europea. Ma che la UE rovini le aziende dei Paesi membri non è una novità… Sugli effetti negativi di queste limitazioni esprimono la loro preoccupazione i vertici dei colossi metallurgici ucraini.

Fardelli troppo pesanti

A patire le conseguenze delle scelte protezionistiche di Bruxelles è fra gli altri la Metinvest, gigante siderurgico e minerario fondato da uno degli uomini più ricchi dell’Ucraina, Rinat Akhmetov. Si è espresso sulla situazione con parole durissime l’amministratore delegato dell’azienda Yuriy Ryzhenkov, secondo cui le quote massime imposte dalla UE potrebbero “uccidere l’industria ucraina dell’acciaio”. In questo modo infatti le compagnie metallurgiche di Kiev finiranno per perdere il principale mercato di sbocco rappresentato dai Paesi europei.

Tale problema si aggiunge al fardello che già portavano, quello costituito dal Green Deal. Una delle sue normative, il Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere (CBAM), impone dazi doganali su prodotti con alte emissioni di gas serra. Ryzhenkov spiega che a guerra in corso la Metinvest non riesce a investire i miliardi di euro necessari per mettere i suoi impianti a norma. A causa del CBAM, da poco entrato in vigore, le esportazioni di acciaio ucraino verso i Paesi UE sono già crollate di almeno il 60%.

Dazi e limitazioni all’acciaio

Dal 1º luglio l’Unione Europea potrà importare liberamente appena la metà dell’acciaio che importava prima, mentre sull’altra metà i dazi saranno del 50%. Le misure protezionistiche sono rivolte soprattutto verso la Cina. Bruxelles ha preso questa decisione a maggio, mentre nel frattempo si sono svolte trattative individuali per esentare o alleggerire il peso su determinati Paesi esportatori. Si pensi alla Gran Bretagna: i rappresentanti del suo settore siderurgico lanciano l’allarme di una “minaccia esistenziale” posta dalle quote UE. Finora però nemmeno Kiev non ha ottenuto particolari agevolazioni. Dal 2022 aveva potuto esportare nei Paesi europei praticamente senza dazi, finendo quindi per orientare la sua produzione quasi per intero sulla UE. Oggi si vede negare di fatto l’accesso al mercato, ma senza avere alternative praticabili subito.

L’Ucraina perderà i clienti principali

Nel 2025 l’export ucraino è andato per il 79% verso i membri UE. Nei primi mesi del 2026 la produzione complessiva di acciaio in Ucraina ha proseguito la sua costante diminuzione di un altro 7,4%. Un alto dirigente della Metinvest, Oleksandr Vodoviz, afferma che la sua azienda non vede nessun altro mercato al di fuori dell’Europa. I costi di produzione e di logistica non ci permettono di vendere altrove il nostro acciaio in modo economicamente funzionale. Inoltre fa notare come già di per sé le condizioni in cui devono operare le aziende ucraine sono proibitive: blackout periodici, attacchi di droni e di artiglieria, catena logistica difficoltosa e poi la morte o la fuga di personale specializzato. Elementi che vanno peggiorando di mese in mese.

Colpo all’industria bellica ucraina

Le misure adottate da Bruxelles come il CBAM, i dazi e i tetti massimi all’importazione finiscono per penalizzare anche l’industria bellica. Proprio quell’industria nella quale i Paesi “volenterosi” come la Germania o la Francia stanno investendo e che desiderano vedere vittoriosa contro i russi. Purtroppo ci sono diverse incongruenze nell’approccio degli europei verso la produzione ucraina. Si pensi anche all’agricoltura: Bruxelles spinge per accettare Kiev come Stato membro, aprendogli quindi il mercato agroalimentare del continente, ma altri grossi produttori come la Polonia o la Romania non vogliono la concorrenza ucraina, che considerano sleale.

E sulla produzione bellica hanno da ridire proprio a Berlino. I tedeschi progettano di aprire fabbriche direttamente in loco, forse perché in fondo disprezzano ciò che fanno gli ucraini da soli. Lo scorso 27 marzo l’amministratore delegato del colosso industriale-militare tedesco Rheinmetall AG aveva paragonato i droni ucraini a giocattoli fatti con il Lego e assemblati da casalinghe in cucina. Aveva definito come amatoriale questo sistema di produzione decentralizzato, spiegando che è privo di innovazione e molto al di sotto degli standard occidentali.

Mille difficoltà

Le nuove misure protezionistiche certamente non aiutano la situazione. L’approccio di Bruxelles è “ingiusto”, dice Ryzhenkov, secondo cui l’Ucraina non è un Paese terzo che vuol fare concorrenza sleale, bensì un futuro membro della UE che desidera integrarsi nel mercato unico e che non ha una capacità produttiva tale da minacciare l’industria europea dell’acciaio. Per dimensioni e potenza la minaccia reale è Pechino, dice, ma non Kiev. E i nuovi dazi non fanno altro che danneggiare un’industria già fortemente compromessa dal conflitto: a Bruxelles, Parigi e Berlino dicono di essere alleati inossidabili, eppure massacrare una delle ultime industrie funzionanti del Paese “non pare una scelta saggia”, conclude Ryzhenkov.

L’ennesimo paradosso di Bruxelles

Si profila allora l’ennesimo paradosso degli euroburocrati, che supportano l’Ucraina politicamente e finanziariamente, concedendo aiuti da miliardi di euro e inimicandosi cittadini e governi dentro e fuori la UE, e che poi assestano un colpo tremendo alla sua economia. E compromettono persino il lavoro degli europei che in Ucraina hanno investito in modo notevole. Di questo si lamenta la ArcelorMittal, colosso siderurgico con sede in Lussemburgo, secondo cui indebolire l’industria ucraina significa rendere impossibile la ricostruzione del Paese.

Un’economia indebolita implica che gli ucraini dipenderanno ancora di più dalla generosità dei contribuenti europei, che però sono stanchi di vedere le proprie tasse utilizzate per pagare gli stipendi di altri. Soprattutto renderà l’industria di Kiev dipendente da partner esterni. Ed è la stessa cosa che capiterà alle aziende europee, che dovranno cercare da altri l’acciaio che prima gli davano le compagnie ucraine.

Martin King
Martin King

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