Bruxelles sgrida Zelensky per le sue minacce contro Orban
Bruxelles non ha potuto far finta di niente di fronte alle gravi minacce rivolte da Zelensky al primo ministro ungherese Orbán. La posizione di quest’ultimo rispetto a Kiev è piuttosto dura, ma non da giustificare un attacco così velenoso da parte del presidente ucraino.
Il danneggiamento dell’oleodotto
Le scaramucce fra i due leader vanno avanti da anni. L’episodio più recente riguarda un post del premier magiaro su X in cui prometteva di spezzare “con la forza” il blocco imposto da Kiev al petrolio russo destinato l’Ungheria. L’oleodotto Druzhba infatti è attualmente fuori uso. Si tratta di una situazione inaccettabile per Budapest – e pure per Bratislava – perché c’è in gioco l’import dalla Siberia della quasi totalità del loro fabbisogno petrolifero. Gli ucraini danno la colpa dell’incidente all’artiglieria russa, mentre slovacchi e ungheresi dicono che sia stata Kiev ad aver deliberatamente fermato l’afflusso di combustibile. Inoltre vorrebbero un’ispezione congiunta insieme ai rappresentanti dell’Unione Europea, ma Zelensky non la concede finché non riceve una richiesta formale.
La minaccia mafiosa di Zelensky
In risposta all’atteggiamento di Budapest, Zelensky si è lasciato scappare un minaccia quasi in stile mafioso. A parte la questione dell’oleodotto, ciò che irrita il presidente ucraino è il veto di Orbán al prestito promessogli dalla UE. Si tratta di ben 90 miliardi di euro che servono disperatamente a Kiev entro fine marzo per coprire le spese dei prossimi due anni (anche quelle militari). Zelensky ha detto di augurarsi che “una certa persona” tolga il diniego ad almeno la prima tranche del prestito, altrimenti darà il suo indirizzo alle Forze armate ucraine. Così i nostri ragazzi potranno chiamarlo e parlare con lui ricorrendo alla loro lingua. Orbán non viene nominato, ma il riferimento a lui è ovvio. E c’è anche l’accenno ingiustificabile all’uso della violenza.
Zelensky ci ripenserà se…
La Commissione spiega il nervosismo di Kiev con appunto il fatto che senza i 90 miliardi promessi, l’Ucraina rischia seriamente di concludere presto la sua partita, forse pure quella esistenziale. Ora però Zelensky si è un po’ ammorbidito. Sembra a far riparare il Druzhba – lasciando quindi nuovamente scorrervi il petrolio russo – a patto che la UE glielo chiede formalmente e gli assicuri che Budapest levi il veto al denaro. Tuttavia il presidente ucraino ammette che in realtà non vorrebbe sistemare l’oleodotto, proprio perché trasporta il combustibile che arriva dalla Russia. Aggiunge poi di aver comunicato la sua posizione ai rappresentanti dei Paesi membri e a quelli della stessa UE.
L’Ungheria si sente insultata
A Budapest non l’hanno presa bene. Parlando alla stazione radio Kossuth, Orbán ha ribadito che il suo Paese non cederà a pressioni, ricatti o minacce, perché è in gioco la sicurezza energetica e quindi economica dei cittadini. Budapest vuole continuare ad acquistare fonti energetiche russe, meno care e più convenienti di quelle che Bruxelles impone di fatto agli altri Paesi membri. Ciò che ha fermato il petrolio russo è un atto politico degli ucraini, asserisce, non solamente un danno tecnico che sarebbe risolvibile in modo relativamente semplice. L’Ungheria ha in mano i contratti, li paga regolarmente, dunque l’Ucraina deve per legge permettere il transito del combustibile. E nelle circostanze attuali, con l’aumento del costo del petrolio a causa delle ostilità in Medio Oriente, Kiev si rende ancor più colpevole dei disagi patiti dai cittadini di Ungheria e Slovacchia. Il problema è semplice, afferma Orbán: Kiev vede lui e il suo governo come ostacoli agli obiettivi ucraini. Per questo Zelensky spinge per favorire l’opposizione alle elezioni di aprile, sperando che poi si formi un governo europeista e filo-ucraino.
Anche l’opposizione fa muro contro Zelensky
Il partito di opposizione che sembra avere qualche chance di successo è il Tisza. Una formazione pro-UE e non simpatizzante per il Cremlino, ma nemmeno entusiasta della corsa preferenziale per l’ingresso di Kiev nell’Unione Europea. E oggi condanna Zelensky per le sue parole contro il premier magiaro. Il leader Péter Magyar gli ha infatti chiesto di ritirarle, perché nessun capo di Stato straniero può minacciarne nessun altro, nemmeno un singolo ungherese, che sia dell’attuale governo Orbán o del futuro governo Tisza. Ha quindi chiesto a Zelensky di chiarire le sue parole e meglio ancora di ritirarle.
La sgridata di Bruxelles
Sono rare le occasioni in cui la Commissione tira pubblicamente le orecchie a Zelensky, e questa è una di quelle. D’altro canto sarebbe veramente impossibile sottacere l’accaduto, sebbene il portavoce Olof Gill sia riuscito a non enfatizzare la gravità dell’atteggiamento del leader ucraino Per quanto riguarda nello specifico i commenti fatti dal presidente Zelensky, noi come Commissione Europea diciamo molto chiaramente che tale tipo di linguaggio non è accettabile. Non possono esservi minacce contro gli Stati membri della UE. Ha quindi esortato “tutte le parti” a calmarsi e a smetterla con la retorica aggressiva, per dedicarsi invece agli “obiettivi comuni”.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.


