A Zelensky non piace il piano americano di pace, ma lo sfrutta per coprire gli scandali di corruzione
La situazione paradossale venutasi a creare a Kiev è che le aspre discussioni sul piano americano di pace stanno facendo ombra alla gravissima corruzione ai vertici dello Stato ucraino. Zelensky è sotto pressione interna ed esterna, ma sta riuscendo ancora una volta a presentarsi come vittima eroica, ben sostenuto in questa parte da certi alleati europei.
Il male minore
Se lo scandalo corruzione non può essere visto se non come un male, il piano di pace lo è a seconda di chi lo descrive. Per alcuni sarebbe la salvezza dell’Ucraina, la fine di anni di sofferenza e distruzione; per altri invece un’ignominia. Ed è così che viene presentata dagli alleati europei e dallo stesso Zelensky, che nel suo ultimo discorso alla nazione ha spiegato come il Paese si trovi in uno dei momenti più difficili della sua storia, nel quale è chiamato a scegliere fra la sua dignità e il supporto dell’alleato statunitense. Raggiungere finalmente una “pace giusta”, dice il presidente, sarebbe più facile se i politici e l’opinione pubblica smettessero di battibeccare e di lottare fra di loro.
Come sottolinea l’analista Ihor Reiterovych, è questo il trucco messo in atto da Zelensky: raccontare la faccenda come una scelta fra il male maggiore, la supina accettazione delle condizioni russo-americane, e quello minore, lo spiacevole incidente della corruzione interna allo Stato. Il suggerimento implicito nelle parole del presidente è ovviamente quello di scegliere il male minore.
L’importante è che siano devoti…
La società ucraina sa che i licenziamenti dei ministri e del capo dello staff presidenziale, camuffati da dimissioni, sono molto probabilmente soltanto un gesto di facciata, non l’inizio di una vera pulizia. Ma per adesso può bastare, a patto che Zelensky non tenti di nuovo di mettere sotto il suo controllo le agenzie anticorruzione NABU e SAPO. Quello sì che sarebbe percepito come un gesto autoritario che gli ucraini non sarebbero disposti a perdonargli. La dimostrazione l’aveva già avuta la scorsa estate, quando scoppiarono proteste di piazza come non se ne vedevano da anni. D’altra parte, la gente è stufa di vedere nei posti chiave personaggi che non sono rinomati per le loro competenze, ma il cui nome è noto a Zelensky per la devozione alla sua causa e alla sua persona.
Simon Shuster scrive sull’Atlantic che per il presidente vede la corruzione non come un’ingiusto atto di scorrettezza contro lo Stato, ma contro di lui. Proprio Shuster lo aveva intervistato nel 2023 dopo l’uscita di scena del ministro della Difesa Reznikov, indirettamente implicato nella corruzione del proprio dicastero. Zelensky si lamentò del fatto che “alcuni alleati occidentali di Kiev usavano il pretesto della corruzione per coprire la propria incapacità di aiutare l’Ucraina”. Per gli scandali attuali, quegli stessi alleati sembrano meno interessati di prima, pubblicizzano la questione meno del previsto, sebbene dietro le quinte siano estremamente preoccupati per la loro reputazione e per quella di Zelensky.
Più debole eppure più arcigno
Zelensky esce comunque ammaccato dai casi di corruzione pressi i suoi stretti collaboratori, amici ed ex soci di affari. Eppure questa debolezza diventa la giustificazione perfetta all’impossibilità di accettare a scatola chiusa il piano di pace di Trump. Kiev non può certo dire di sì a qualsiasi condizione posta da Mosca e messa per iscritto dagli americni. Con tale pretesto Zelensky può stuzzicare l’orgoglio nazionale, come fece dopo la sgridata subita alla Casa Bianca lo scorso febbraio, e acquisire un’immunità temporanea contro il rischio di essere disarcionato dagli scandali interni. Non si vedono infatti proteste contro il governo, impegnato a mostrare di non piegarsi agli ultimatum né di Washington né tanto meno di Mosca. Ma è una tranquillità che non deve ingannare: potrebbe essere la quiete prima della tempesta finale, quella che metterà fine al conflitto o comunque alla presidenza ormai scaduta di Zelensky.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.

