Se i popolari inseguono i populisti, hanno già perso. Ma la Brandmauer non basta: la domanda politica dietro il voto in Sassonia-Anhalt

Se i popolari inseguono i populisti, hanno già perso. Ma la Brandmauer non basta: la domanda politica dietro il voto in Sassonia-Anhalt

16 Settembre 2026 0

La Sassonia-Anhalt consegna alla Germania un risultato che non può essere liquidato né come una semplice affermazione dell’AfD né come l’ennesimo capitolo della crisi della CDU. Il 43,8% ottenuto da Alternative für Deutschland nelle elezioni del 6 settembre è il risultato più alto mai raggiunto da un partito in una consultazione regionale nel Land.

L’AfD conquista 39 degli 83 seggi del nuovo Landtag: tre in meno della maggioranza assoluta. La CDU precipita al 17,2%, perdendo più della metà della propria rappresentanza e fermandosi a 15 seggi. SPD, Verdi e Linke ottengono otto seggi ciascuno; il BSW entra per la prima volta nel Parlamento regionale con cinque deputati.

Ma c’è un altro numero che dovrebbe far riflettere ancora di più: il 77,8% di affluenza. Non è un voto prodotto dalla disaffezione, dall’astensionismo o dalla semplice smobilitazione dell’elettorato. È esattamente il contrario. La partecipazione è stata la più alta mai registrata nella storia delle elezioni libere del Land, superando nettamente il precedente record del 71,5% del 1998.
È questo, probabilmente, il primo dato politico da assumere. Le proposte fortemente polarizzanti non stanno soltanto raccogliendo il consenso di un elettorato arrabbiato: sono diventate capaci di mobilitarlo.

E questo cambia la natura del problema.

Non basta dire che il voto è “di protesta”

Sarebbe rassicurante leggere il 43,8% dell’AfD soltanto come il risultato della rabbia verso il governo federale, della paura per l’immigrazione o dell’insoddisfazione economica. Tutti questi elementi esistono, ma non spiegano da soli la dimensione del risultato.
I dati raccolti da Infratest dimap mostrano che per gli elettori della Sassonia-Anhalt la sicurezza sociale è stata il principale motivo di scelta: il 25% l’ha indicata come tema decisivo, davanti alla pace in Europa, al 17%, e all’economia, al 15%. Tra gli elettori AfD, invece, hanno avuto un peso particolarmente forte criminalità, sicurezza interna e immigrazione.

Qui emerge una contraddizione solo apparente. Il voto alla destra radicale non nasce esclusivamente da una domanda identitaria: intercetta anche una domanda di protezione, di stabilità, di riconoscimento e di controllo sul cambiamento.

È il punto sul quale le forze democratiche rischiano di sbagliare diagnosi. Se si considera ogni domanda di sicurezza, di controllo dell’immigrazione, di protezione sociale o di revisione delle politiche europee come una domanda automaticamente “populista”, si finisce per consegnare proprio all’AfD il monopolio della sua rappresentanza.

E non è un caso che la stessa Sassonia-Anhalt presenti caratteristiche sociali che rendono queste domande particolarmente forti. È il Land con l’età media più elevata della Germania: 48,3 anni contro 44,9 della media nazionale. La popolazione invecchia, mancano lavoratori e la dinamica demografica rende la questione del futuro dei territori tutt’altro che astratta. Allo stesso tempo, il reddito netto medio è tra i più bassi del Paese.

Anche sulla migrazione la realtà è più complessa della rappresentazione politica. La Sassonia-Anhalt ha bisogno di nuovi residenti e di lavoratori: circa l’11% della popolazione ha un background migratorio, contro circa il 30% della Germania nel suo complesso, e la componente immigrata è mediamente più giovane. Ma proprio l’immigrazione è indicata da una parte consistente degli elettori come il problema politico più urgente. La politica dovrebbe essere capace di tenere insieme queste due verità: un territorio può avere bisogno di immigrazione e, nello stesso tempo, chiedere che l’immigrazione sia governata.

La crisi della CDU è anche una crisi del centro

Qui si apre la questione decisiva per i popolari.

La CDU non ha perso semplicemente perché l’AfD è diventata più forte. Ha perso perché una parte del proprio elettorato non ha più trovato nella CDU una risposta convincente alla domanda di cambiamento.

Il dato è brutale: dal 37,1% del 2021 al 17,2% del 2026. L’AfD passa invece dal 20,8% al 43,8%.
La Brandmauer, dunque, non ha impedito all’AfD di diventare il primo partito. E soprattutto non ha impedito che una parte dell’elettorato conservatore e popolare guardasse altrove.

La questione non è, naturalmente, se la CDU debba rompere la Brandmauer. La risposta, sul piano dei principi e delle scelte politiche, non può essere ridotta a un automatismo tattico. La stessa leadership nazionale della CDU aveva ribadito prima del voto che una collaborazione con l’AfD non sarebbe stata consentita nemmeno a livello regionale.

Il problema è un altro: che cosa c’è oltre la Brandmauer? Perché un muro può impedire una collaborazione istituzionale, ma non può impedire a milioni di cittadini di votare dall’altra parte.

E qui si misura la differenza tra una strategia democratica e una semplice strategia difensiva. Se la CDU si limita a dire che l’AfD è impresentabile, ma non riesce a spiegare agli elettori perché le proprie politiche siano una risposta migliore alle loro inquietudini, il muro rischia di trasformarsi in una recinzione attorno a un consenso sempre più ristretto.

Inseguire l’AfD è una sconfitta prima ancora del voto

C’è poi un rischio speculare.

Per recuperare gli elettori perduti, i popolari potrebbero essere tentati di inseguire l’AfD sui suoi stessi terreni: immigrazione, sicurezza, identità, critica alle élite, sovranità nazionale. Ma un partito popolare che diventa una versione più moderata del populismo finisce inevitabilmente per perdere la sfida culturale.Perché l’originale sarà sempre più radicale della copia.

Se i popolari inseguono i populisti, hanno già perso.

La questione non è quindi spostarsi semplicemente più a destra. È tornare a essere riconoscibili come forza capace di tenere insieme conservazione e cambiamento, identità e apertura, sicurezza e solidarietà, libertà economica e responsabilità sociale.

È, in fondo, la vecchia vocazione dei popolari europei: rappresentare una società plurale senza rinunciare a una visione della società.
La CDU, invece, sembra oggi schiacciata tra due difficoltà. Da una parte, una parte del suo elettorato la percepisce come troppo legata alla conservazione dello status quo e a una politica percepita come lontana dalle preoccupazioni quotidiane. Dall’altra, quando prova a spostarsi sui temi dell’AfD, rischia di legittimare il terreno culturale della destra radicale senza riuscire a conquistarne stabilmente gli elettori.
È la trappola nella quale rischiano di cadere tutti i partiti popolari europei.

E anche la pace è diventata una questione di rappresentanza

C’è infine un elemento che merita maggiore attenzione: la politica estera e la guerra.

In Sassonia-Anhalt la pace in Europa è stata indicata dal 17% degli elettori come tema decisivo. E l’AfD è riuscita a presentarsi come la forza più credibile sul terreno della pace: il 29% degli intervistati ha ritenuto che fosse il partito più capace di garantire la pace in Europa, contro il 18% della CDU. Il 57% degli intervistati ha inoltre giudicato positivamente la posizione dell’AfD contraria all’invio di armi all’Ucraina.
È un dato politicamente enorme.

Non perché renda automaticamente condivisibile la posizione dell’AfD sulla Russia o sull’Ucraina, ma perché dimostra che la domanda di pace esiste e non può essere lasciata senza rappresentanza.

Una politica democratico-cristiana, popolare ed europea dovrebbe essere in grado di proporre una terza via tra il pacifismo irenista, che spesso sembra incapace di misurarsi con la realtà della forza, e un occidentalismo ridotto alla sola logica della deterrenza.
La pace non può essere semplicemente l’assenza di guerra. Ma neppure la guerra può diventare l’unico linguaggio con cui l’Europa riesce a parlare di sicurezza.

Anche qui, lasciare vuoto uno spazio politico significa permettere ad altri di occuparlo.

Il laboratorio di Magdeburgo

Adesso viene la parte più difficile.

Con 39 seggi, l’AfD è il primo partito ma non può governare da sola. La CDU ha escluso la coalizione con l’AfD. Il BSW, che dispone di cinque deputati, ha escluso per ora una coalizione con la destra, ma sostiene la possibilità di collaborare su singoli provvedimenti e di arrivare a un governo con un presidente non necessariamente espressione del partito più forte e maggioranze variabili.

È proprio qui che la discussione sulla Brandmauer rischia di diventare una scorciatoia.

La domanda non dovrebbe essere soltanto: con chi governerà la Sassonia-Anhalt? Dovrebbe essere: perché quasi metà dell’elettorato ha scelto di essere rappresentato da una forza che fino a pochi anni fa era marginale?
La risposta non può essere semplicemente “perché è stato ingannato”. Gli elettori possono sbagliare, possono essere condizionati, possono votare contro qualcuno. Ma quando quasi il 44% sceglie la stessa forza e quando lo fa dentro una partecipazione record, siamo davanti a un fenomeno politico strutturale.

La democrazia non si difende soltanto impedendo ai populisti di arrivare al governo. Si difende anche tornando a contendere loro il consenso. E questo significa ricostruire rappresentanza là dove si è spezzata. Significa ascoltare territori che si sentono periferici, lavoratori che percepiscono il proprio futuro come incerto, anziani preoccupati per la sicurezza economica, giovani che non vedono prospettive, cittadini che chiedono controllo sui processi migratori, comunità che non vogliono essere trattate come arretrate perché non condividono l’ultima parola d’ordine del dibattito pubblico.

Non significa assecondare ogni risposta proposta dalla destra radicale. Significa prendere sul serio le domande. È questa la differenza tra inseguire il populismo e tornare a fare politica popolare.

Ed è probabilmente il vero insegnamento che arriva dalla Sassonia-Anhalt. Perché la Brandmauer può essere necessaria. Ma da sola non basta. Un muro può impedire agli eletti, ma non agli elettori, di attraversare un confine. Non può ricostruire un ponte con chi è rimasto dall’altra parte.

E se i popolari europei, anche chi in Italia dovrebbe o vorrebbe esserne il riferimento, confondono la difesa della democrazia con la semplice difesa dell’esistente, rischiano di scoprire troppo tardi che la vera sfida non è impedire ai populisti di vincere. È tornare a offrire agli elettori una ragione per non votarli.

Marco Margrita
Marco Margrita

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