Il Patto delle religioni. Lo spirito di Assisi continua a parlare all’Italia. Una laica responsabilità per il bene comune

Il Patto delle religioni. Lo spirito di Assisi continua a parlare all’Italia. Una laica responsabilità per il bene comune

1 Luglio 2026 0

In un tempo nel quale il dibattito pubblico oscilla spesso fra due rappresentazioni opposte del fatto religioso – da una parte la religione vista come fattore di conflitto, dall’altra come esperienza da confinare nella sola sfera privata – il Patto sottoscritto il 25 giugno scorso all’Ara Pacis dai rappresentanti delle principali confessioni religiose presenti in Italia rappresenta una novità di grande rilievo culturale e politico-civile.

La sua importanza non consiste soltanto nell’aver prodotto un nuovo documento sul dialogo interreligioso, ma nell’aver delineato una vera e propria concezione della presenza delle religioni nella società italiana contemporanea.

Spazio pubblico e coesione sociale

Il titolo stesso è rivelatore: “La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale“. Le parole decisive sono proprio queste: “spazio pubblico” e “coesione sociale“. Le religioni non vengono concepite come realtà tollerate all’interno di uno spazio neutrale, né come soggetti che rivendicano privilegi.

Esse scelgono invece di assumersi insieme una responsabilità pubblica per il bene comune. È una prospettiva che restituisce alle tradizioni religiose il loro compito più autentico: non occupare lo spazio pubblico, ma abitarlo come servizio.

Il tempo presente

Il documento nasce dentro la consapevolezza della complessità del tempo presente. I firmatari riconoscono di vivere in una società secolarizzata, multiculturale e plurireligiosa, segnata da guerre, polarizzazioni, estremismi e perfino da manipolazioni pseudo-religiose.

La risposta non è il ripiegamento identitario, ma una scelta esplicita di corresponsabilità. Essi dichiarano infatti di voler «agire insieme per il Bene comune», assumendo una «responsabilità reciproca» e contribuendo a rafforzare il rapporto fra le comunità religiose e le istituzioni nello spazio pubblico.

Il pluralismo religioso

È un passaggio di grande rilievo. Per molto tempo il dibattito sul pluralismo religioso si è sviluppato soprattutto intorno alla necessità della convivenza pacifica. Il Patto compie un passo ulteriore: non si limita a chiedere che le religioni convivano senza confliggere, ma afferma che esse possono e devono collaborare attivamente alla costruzione della società.

Educazione, pace, giustizia, solidarietà, tutela della vita, cura del creato, contrasto all’antisemitismo, all’islamofobia e a ogni forma di discriminazione religiosa, formazione delle giovani generazioni, sviluppo di reti territoriali di dialogo: tutto il documento è attraversato dall’idea che nella/e fede/i si generi una responsabilità pubblica che non coincide con la ricerca del potere, ma con il servizio al bene comune.

Lo spirito del ‘Patto’

In questo quadro assume un valore decisivo il chiarimento offerto dal cardinale Matteo Maria Zuppi durante la presentazione del Patto. Le sue parole rappresentano la migliore chiave interpretativa del documento. «Non è una super religione», ha spiegato il presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Il Patto, infatti,

non nasce per costruire una fede comune, né per attenuare le differenze dottrinali. È, anzitutto, un metodo.

Un metodo che permette a comunità religiose profondamente diverse di assumersi responsabilità comuni senza rinunciare alla propria identità. Per questo Zuppi ha insistito su un altro passaggio decisivo:

il dialogo non mette in discussione l’identità di ciascuno, anzi la rafforza.

È un’affermazione che merita di essere meditata. Per troppo tempo il dialogo interreligioso è stato guardato con sospetto, come se comportasse inevitabilmente un indebolimento delle convinzioni di ciascuno.

Identità solide

Il Patto afferma invece il contrario: soltanto identità solide possono dialogare serenamente; soltanto identità insicure hanno bisogno di trasformare la differenza in contrapposizione.

Lo stesso presidente della CEI ha poi aggiunto che nessuna religione può essere utilizzata per giustificare odio, discriminazione o violenza. Anche questa non è una semplice affermazione morale. È una precisa assunzione di responsabilità pubblica.

Letto in questa prospettiva, il Patto si colloca in perfetta continuità con quella stagione ecclesiale inaugurata da san Giovanni Paolo II e sintetizzata nella felice espressione «spirito di Assisi».

Nel solco di san Giovanni Paolo II

Quando il Pontefice convocò nel 1986 i rappresentanti delle religioni del mondo nella città di san Francesco, non pochi temettero una deriva sincretistica. Giovanni Paolo II affrontò direttamente la questione, chiarendo il senso dell’iniziativa con parole che restano ancora oggi il criterio interpretativo fondamentale del dialogo interreligioso:

Il fatto che siamo venuti qui non implica alcuna intenzione di ricercare un consenso religioso fra noi o di negoziare le nostre convinzioni di fede.

Nessuno rinunciava alla propria identità; nessuno chiedeva agli altri di farlo. Proprio questa fedeltà alla propria tradizione rendeva possibile una testimonianza comune davanti al mondo: la pace riguarda tutti e tutti ne sono responsabili.

È difficile immaginare una descrizione più precisa del Patto dell’Ara Pacis. Anche oggi nessuno chiede alle religioni di rinunciare alla propria fede. Nessuno propone una sintesi delle diverse tradizioni. Al contrario, il documento parte dalla ricchezza delle rispettive identità per individuare un terreno di collaborazione sul quale esse possono camminare insieme: la dignità della persona, la pace, la giustizia, la solidarietà, la cura del creato, la libertà religiosa e la coesione sociale.

La responsabilità comune

La stessa linea è stata ripresa e approfondita da Benedetto XVI, tornando ad Assisi il 27 ottobre 2011, nel venticinquesimo anniversario dell’incontro voluto dal suo predecessore. Consapevole che quell’evento continuava a suscitare interrogativi e talvolta incomprensioni, il Papa volle chiarirne nuovamente il significato. Assisi, spiegò, non era nato per

celebrare il relativismo, ma per testimoniare che uomini e donne di fedi diverse possono condividere una responsabilità comune per la pace, restando pienamente fedeli alla propria identità.

Senza infingimenti, allora come in altre occasioni, papa Ratzinger affrontò anche la questione del rapporto tra religione e violenza. Riconobbe che «nella storia è stato usato anche il nome di Dio per la violenza», e proprio per questo le religioni sono chiamate a una continua purificazione.

Ma rifiutò con altrettanta chiarezza l’idea che basti eliminare la religione per rendere il mondo più umano. Anzi, osservò che «anche l’assenza di Dio conduce alla crudeltà e alla violenza», perché quando l’uomo si pone come misura assoluta di sé stesso finisce facilmente per assolutizzare il potere, l’ideologia o la forza. Da qui il compito affidato alle comunità religiose: lasciarsi continuamente purificare dalla verità che professano, affinché possano essere autentiche costruttrici di pace.

Religioni fattori di pace?

È precisamente questa la prospettiva nella quale si colloca il Patto dell’Ara Pacis. Le religioni non pretendono di essere automaticamente fattori di pace; si assumono piuttosto la responsabilità di diventarlo, vigilando sul proprio linguaggio, sulle proprie comunità e sul proprio modo di abitare lo spazio pubblico.

Un altro elemento rende questo documento particolarmente significativo: la concezione della laicità che esso propone. Non una laicità che espelle il fatto religioso dalla vita pubblica, ma una laicità che garantisce a tutti – credenti e non credenti – la possibilità di concorrere alla costruzione della società nel rispetto della pari dignità e dell’autonomia delle istituzioni democratiche.

Laicità e religioni

Su questo punto è stato particolarmente significativo il contributo di monsignor Derio Olivero, vescovo di Pinerolo, che dal 2021 fino al recente rinnovo delle presidenze delle Commissioni episcopali della Conferenza Episcopale Italiana ha presieduto quella per l’ecumenismo e il dialogo. Durante il suo mandato il dialogo interreligioso è stato progressivamente proposto come dimensione ordinaria della missione della Chiesa e non come ambito riservato agli specialisti.

Certo che laicità e religioni debbano educare al futuro, per richiamare il titolo di un rilevante convegno da lui promosso, Olivero propone una lettura della laicità profondamente coerente con il Patto. La laicità non consiste nell’emarginare le religioni dallo spazio pubblico, ma nel creare uno spazio in cui possano incontrarsi senza rinunciare alla propria identità. Non è una neutralizzazione delle differenze, ma una loro valorizzazione.

La società democratica – secondo il vescovo Olivero – non ha bisogno di religioni silenziose, bensì di religioni capaci di dialogare e di contribuire al bene comune senza pretese egemoniche.

È una prospettiva che supera sia il confessionalismo sia il laicismo: lo Stato resta pienamente laico, ma proprio per questo riconosce il contributo che le diverse tradizioni religiose possono offrire alla crescita civile del Paese.

La responsabilità civile

Il Patto dell’Ara Pacis sembra tradurre in pratica proprio questa intuizione. Le religioni non chiedono privilegi, né cercano spazi di potere. Accettano la sfida di condividere una responsabilità civile. In questo senso il documento richiama anche l’articolo 4 della Costituzione italiana, che invita ogni cittadino a concorrere al progresso materiale e spirituale della società. È una presenza pubblica che nasce non dalla ricerca dell’influenza, ma dalla disponibilità al servizio.

Non stupisce, allora, che il Patto abbia trovato un’immediata e convinta accoglienza anche nelle parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ricevendo al Quirinale i rappresentanti delle diverse confessioni religiose, il Capo dello Stato ha definito il documento «un messaggio di altissimo significato», osservando che esso«esprime valori che appartengono alla Costituzione della Repubblica» e ricordando come «riconoscere l’altro alimenta la pace». Non si tratta soltanto di un apprezzamento istituzionale. È il riconoscimento che il dialogo tra le religioni costituisce una risorsa per l’intera comunità nazionale e che il pluralismo, quando è vissuto nella reciprocità e nel rispetto, rafforza la coesione civile anziché indebolirla.

Nello stesso intervento Mattarella ha aggiunto una riflessione che sembra quasi riassumere il senso dell’intero Patto:

Il dialogo non soltanto è possibile, ma, perseguito con sincerità, nel rispetto reciproco, produce comprensione e collaborazione vicendevole. Dà vita a formule di convivenza essenziali per rimuovere e bandire ogni forma di intolleranza.

È difficile trovare parole più efficaci per descrivere il percorso che unisce Assisi 1986, Assisi 2011 e il Patto del 2026.

Riconoscersi reciprocamente

Il dialogo interreligioso non è un compromesso sulla verità, ma una forma alta di fedeltà alla propria identità. La laicità non consiste nell’assenza delle religioni dallo spazio pubblico, ma nella possibilità che esse contribuiscano, insieme a tutti gli altri soggetti della società, alla costruzione del bene comune. La pace non nasce dalla cancellazione delle differenze, ma dalla loro capacità di riconoscersi reciprocamente.

Per questo il Patto delle religioni italiane merita di essere letto come molto più di una dichiarazione d’intenti. È una proposta culturale e civile. Ricorda che la convivenza democratica non si costruisce eliminando le differenze, ma imparando a farle dialogare; che la fede, quando è autentica, non costruisce muri ma responsabilità condivise; che la laicità più matura non teme la presenza pubblica delle religioni, ma ne valorizza il contributo nel pieno rispetto delle istituzioni democratiche.

In un’epoca segnata da guerre, polarizzazioni e paure identitarie, il Patto non promette soluzioni semplici. Offre però una strada credibile: identità salde, dialogo sincero, corresponsabilità e servizio. È, in fondo, il modo più concreto con cui lo “spirito di Assisi”, a quarant’anni dal suo sorgere, continua a parlare all’Italia e indica una via per il futuro: quella di religioni pienamente fedeli alla propria vocazione proprio perché capaci di assumere, insieme, una responsabilità laica per il bene comune.

Marco Margrita
Marco Margrita

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