Ucraina all’angolo: Zelensky non gradisce la perdita di attenzioni a causa dell’Iran
Le ostilità in corso contro l’Iran hanno messo in un angolino l’Ucraina, che oggi si ritrova in terza fila nelle preoccupazioni dell’opinione pubblica e dei governi occidentali.
Ucraina dimenticata
La ragione non sta soltanto nel minore spazio riservatole sui titoli dei quotidiani, ma soprattutto nella coperta corta dei mezzi finanziari e degli arsenali bellici. Molto banalmente, gli Stati Uniti non hanno abbastanza armi per fare la guerra all’Iran e contemporaneamente per darne a Kiev. E i Paesi europei non hanno abbastanza soldi per strapagare le risorse energetiche che oggi devono prendere da Washington invece che dalla Russia o da altri fornitori. Non ne hanno nemmeno per acquistare – sempre dagli USA – le armi da girare agli ucraini. La paura di coloro che comandano a Kiev è che il conflitto in Medio Oriente distolga l’attenzione dei media e dei cittadini occidentali e che li faccia stufare ancor più in fretta dei bisogno degli ucraini.
Questi ultimi si sentono quasi traditi dagli americani e hanno meno fiducia verso gli europei. Jenny Mathers della Aberystwyth University sostiene che l’operazione israeliano-americana contro l’Iran tolga molto spazio all’Ucraina. E non solo in questi giorni, ma anche in prospettiva, perché resteranno comunque incertezza e instabilità che succhieranno energie agli americani in una scala che per ora possiamo solo immaginare.
Arsenali in esaurimento
Tutta l’attenzione della Casa Bianca e del Congresso oggi è rivolta al Medio Oriente. Non si sa quanto durerà il conflitto, ma si sa che ogni giorno di scontri pesa come un macigno sul bilancio statunitense, sia in termini strettamente finanziari che di riserve belliche. Le scorte di armamenti non sono infinite e vanno rimpinguate. Ed è proprio qui che sta il problema del complesso militare-industriale americano, incapace di soddisfare appieno le necessità del Pentagono per le operazioni direttamente ordinate da Washington e per l’assistenza agli alleati in giro per il mondo. Anche lo stesso Zelensky ha parlato del “rischio” che l’Ucraina abbia serie difficoltà a reperire i missili e i sistemi d’arma per la propria difesa aerea.
Patriot in primis, che ora servono in quantità agli USA e ai loro alleati nelle operazioni in Medio Oriente. Più in generale, i razzi antiaerei sono usati in gran numero nella zona del Golfo Persico e ciò potrebbe portare a un deficit globale, aumentando il prezzo di tali armi. Jamie Shea, esperto di sicurezza e difesa della Chatham House, dice che se la guerra degli USA contro l’Iran continuerà per un certo tempo, potrebbe inibire le capacità dei Paesi europei di acquistare le armi dagli USA, in particolare quelle per la difesa aerea, per mandarle a Kiev. Infatti Washington ha già mandato dei sistemi antiaerei nelle basi mediorientali per proteggerle.
Il masochismo energetico della UE
Anche gli europei sono costretti a voltare le spalle a Zelensky, almeno in parte e almeno temporaneamente. Sono infatti finiti in un vicolo cieco. Prima si sono impegnati a comprare energia soltanto dall’America: ora che il prezzo del petrolio sale a causa della guerra con l’Iran, non possono rivolgersi ad altri fornitori molto più convenienti.
Non possono perché si sono costretti a legarsi energeticamente al giogo americano, mentre i volenterosi filo-ucraini nostrani facevano il resto, tagliando giuridicamente e politicamente ogni legame con Gazprom o con altri fornitori russi. L’industria continentale ringrazia di cuore la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e tutti gli euroburocrati che hanno permesso le scempio delle aziende europee in crisi già fallite a causa dei costi troppo alti, causati originariamente dalle scelte di politica estera di Bruxelles. Dunque Zelensky può aspettare, perché in Europa sono occupati a uscire da guai.
Zelensky agitato
A Kiev ora le sedie scottano. Zelensky, abituato a stare sotto i riflettori nei suoi viaggi della carità nelle capitali europee, oggi si sforza di farsi notare e addirittura promette di aiutare i Paesi mediorientali ad annientare la minaccia dei droni iraniani. Prima chiedeva o pretendeva ogni giorno armi agli europei, ma sapendo di non poter più essere accontentato, adesso si sforza di aggregarsi al gruppo di coloro che accusano il regime iraniano. Certamente la sua preoccupazione deriva dalla paura che gli alleati dovranno giocoforza metterlo da parte o che addirittura gli europei debbano annullare di fatto le sanzioni antirusse.
Per esempio lasciando che le “navi fantasma” al servizio dell’export russo approdino ai porti continentali per consegnare il gas e il greggio della Siberia. O addirittura che i governi europei si ammorbidiscano nei confronti di Mosca e che diminuiscano l’impegno di assistenza militare verso Kiev. Zelesnky vuol quindi mostrare a Trump che l’Ucraina è un alleato affidabile. Secondo l’analista Volodymyr Fesenko, Kiev vuole supportare Washington in questa operazione per mostrare il proprio atteggiamento orientato alla partnership ed evidenziare le contraddizioni che stanno emergendo nel rapporto fra USA e Russia.
Ne beneficia la Russia
La crisi iraniana va in ultima analisi a favore della Russia, che col rischio di escalation può trarre vantaggi economici dalla situazione del mercato petrolifero. Infatti con la chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui passa un quinto delle forniture mondiali di gas, parecchi Paesi si risolveranno a comprare da Mosca o ad aumentarne le forniture, anzitutto Cina e India. E Mosca può approfittare per aumentare la pressione su Kiev. Il prezzo del greggio potrebbe schizzare a 100 dollari al barile, generando grossi profitti per la Russia.
Il ministro dell’Energia del Qatar Saad al-Kaabi ha dichiarato al Financial Times che se ostilità non si fermano, i produttori del Golfo potrebbero sospendere le esportazioni a causa di “forza maggiore” entro qualche settimana. E il prezzo del petrolio salirebbe a 150 dollari al barile. Ma se anche la guerra terminasse subito, al Qatar servirebbero settimane o mesi per tornare al ritmo normale delle forniture, spiega il ministro.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.

