Se Kiev insiste nel rifiutare compromessi territoriali, Mosca potrebbe lasciare il tavolo negoziale
Da parte russa cresce la convinzione che non abbia senso continuare a seguire gli USA nel percorso negoziale se Kiev non ha intenzione di scendere a compromessi sui territori. Questa settimana si terrà un’altra sessione di trattative trilaterali. Presto si vedrà se effettivamente Zelensky è disposto a trovare un accordo oppure vuol continuare le ostilità.
Compromessi sui territori
Quest’anno le delegazioni dell’Ucraina e della Russia si sono già incontrate due volte ad Abu Dhabi e a Ginevra insieme a quella degli Stati Uniti. Dopo l’ultimo round, però, i russi avrebbero fatto intendere agli americani che senza un’intesa sulle istanze territoriali, soprattutto con riguardo al Donbass, tutti gli altri punti di discussione perdono senso e perde senso anche il fatto stesso di organizzare tali negoziati. Ma Zelensky per l’appunto si concentra sulle sue pretese e non considera richieste più importanti avanzate da Mosca.
Da parte loro, i russi sarebbero disposti a firmare un memorandum con cui fermare le ostilità e regolare in qualche modo il conflitto. Ma a patto di risolvere davvero la spinosa questione delle regioni russofone dell’Ucraina e quindi della sicurezza dei loro abitanti. Le truppe di Kiev devono lasciare il Donbass, che ormai è quasi del tutto incorporato nella Federazione Russa. La contropartita sarebbe l’abbandono russo delle regioni nelle quali hanno già piantato avamposti e fatto avanzamenti, come Sumy, Kharkov e Dnipropetrovsk.
Fase cruciale
Mancano ancora delle città chiave, per le quali i russi sono disposti a combattere e verso cui in effetti avanzano, lentamente ma inesorabilmente. Invece Zelensky ribadisce di volerle tenere, sacrificando uomini ma tenendo quella che per lui è una linea difensiva fondamentale per il resto del Paese. E naturalmente non riconosce la validità giuridica dell’annessione delle regioni già diventate russe.
Per sciogliere il nodo del Donbass, regione obiettivamente importante a livello di risorse umane e materiali, Washington ha proposto di crearvi una zona economica libera, magari sotto giurisdizione ucraina. Parliamone – dicono i russi – ma solo a condizione che anche i nostri soldati o rappresentanti partecipino alle operazioni di tenuta dell’ordine. Gli americani potranno anche farvi da controllori del rispetto della tregua, ma senza inviarvi i propri soldati o “istruttori”, come probabilmente avvenuto finora. Secondo l’ex consigliere alla sicurezza nazionale Thomas Graham, oggi ci troviamo in una fase cruciale, che potrà determinare in tempi brevi il raggiungimento di un accordo di pace oppure spegnere per lungo tempo le possibilità di dialogo.
Non innervosite Mr. President
Negli ultimi mesi Trump si era mostrato estremamente ottimista sull’esito positivo dei negoziati. Per lui “quasi il 95%” dell’opera di conciliazione è già stata fatta. Però i combattimenti sono proseguiti e le trattative piuttosto stallate. E il 5% rimanente è proprio il nucleo di tutte le discussioni: il governo ucraino ritiene su quella percentuale i russi non vogliano cedere a compromessi. Ora dalla Casa Bianca suggeriscono che il mese di marzo sia quello buono per firmare la pace. O al più tardi entro il 4 luglio, per il 250esimo anniversario dell’indipendenza americana. Trump vuole infatti portare alla cerimonia i suoi successi di paciere internazionale.
Pare che gli ucraini non vogliano contraddirlo. Lodano i suoi sforzi di mediazione ed esprimono pubblicamente la speranza di trovare l’accordo coi russi. Anche questi ultimi dal canto loro non fanno che ringraziare Washington per l’impegno profuso. Ma è soprattutto a Kiev che non desiderano sentire commenti negativi verso l’amministrazione repubblicana e dunque cercano di silenziare chi potrebbe metterli in imbarazzo di fronte a quello che rimane l’ultimo vero garante della loro sopravvivenza. Zelensky ha già assaporato situazioni imbarazzanti alla Casa Bianca e sa che Trump potrebbe fargli un brutto scherzo, qualora sentisse ostilità nei suoi confronti. Eppure oggi a Kiev vi è chi vuol rischiare il tutto per tutto e far saltare il tavolo, pur di insistere nei propri obiettivi politici e militari.

Libero pensatore. Ha seguito percorsi di studio umanistici per poi dedicarsi all’approfondimento della politica italiana sia dal punto di vista sia antropologico sia di costume. Ha operato come spin doctor

