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“Ritorno in Iran”, Kamkari: “E’ il mosaico di due, anzi tre vite compresa la mia”

Con “Ritorno in IranFariborz Kamkari, autore del noto libro “I Fiori di Kirkuk” e multipremiato regista e sceneggiatore iraniano di origine curda, ci regala un cameo veramente difficile da scordare. Si tratta di un romanzo di un livello superiore, capace di essere veloce nella fluidità della scrittura, delicato nell’affrontare le lotte interne dei protagonisti e rabbiosamente arrendevole nel descrivere la storia dell’Iran moderno, delle sue contraddizioni, della sua violenza e del suo amore. Kamkari utilizza la penna così come padroneggia la macchina da presa, con un continuo mutare di inquadrature su mondi e personaggi diversi, alternando presente e passato, sogni e incubi. Ritorno in Iran, edito da La Nave di Teseo, costituisce realmente un piccolo capolavoro che non si può non leggere tutto d’un fiato per comprendere come finiranno le peregrinazioni del protagonista del libro, un regista quarantenne fuggito in Italia per evitare la repressione del Governo per i suoi lavori teatrali scomodi, ma costretto al grande ritorno nel suo paese natio, l’Iran, per ricongiungersi alla madre in fin di vita. Un viaggio a ritroso verso le proprie origini, le proprie paure e la propria memoria. Abbiamo avuto il privilegio come StrumentiPoliitici.it di poter intervistare l’autore del libro Fariborz Kamkari per comprendere fino in fondo come l’amore possa non restare “un frutto mai colto dal ramo, essiccato al primo gelo d’autunno“.

Infografica – La biografia dell’intervistato Fariborz Kamkari

– Quanto c’è di autobiografico nel Suo libro?

– Non è una biografia in senso stretto, ma un mosaico di due, anzi tre vite, compresa la mia, e tutto ciò c’è scritto è vero.

– Nel libro troviamo una presenza molto forte delle donne, una presenza che in Iran è vissuta in una maniera piuttosto difficile.

– Quello che scrivo sulle donne viene dalla realtà che ho vissuto da bambino e poi da adulto, nell’Iran post-rivoluzionario. Quella di Khomeini fu una rivoluzione “abortita”, nel senso che finì in modo diverso rispetto alle intenzioni iniziali: voleva essere infatti un rivoluzione contro la tirannia dello Shah, ma venne politicamente derubata dallo stesso Khomeini. Era un personaggio populista, che aveva l’ambizione di creare una società disegnata da lui stesso, la quale non c’entrava nulla con le vere necessità del popolo iraniano, e che voleva ricostituire la società che c’era ai tempi di Maometto 1400 anni prima, in cui le donne avevano una presenza quasi nulla. Le prime leggi ad essere demolite dal governo islamico furono proprio quelle che proteggevano le donne. Il sistema così ideato voleva riportare le donne in casa e relegarle a un’esistenza nella quale l’unico compito era di procreare e accudire i bambini. Tuttavia la rivoluzione diede alle donne non soltanto amarezza e isolamento, ma anche una grande forza per combattere: se dopo 45 anni il regime non è ancora riuscito a imporre il suo disegno, il merito è stato delle donne, estremamente attive in ogni settore e capaci di distruggere quell’idea di società medievale che le voleva escludere dalla vita culturale e politica. Venendo oggi in Iran anche solo come turisti, si nota subito la presenza femminile, che è in totale in contrasto con quello che il regime vorrebbe mostrare.

– Quindi più il regime si accaniva, più in realtà dava forza alle donne per resistere.

– Certamente. L’accanimento del regime rendeva le donne più motivate e sensibili all’esigenza di combattere. Il regime dello Shah aveva tutte le caratteristiche di una tirannia perché non dava spazio ad alcuna alternativa politica, ma in 70 anni di “modernismo” aveva portato le donne fuori di casa per per studiare nelle università, per lavorare e per operare nella società. Esse quindi avevano ormai imparato il gusto della libertà e poterono sfuggire almeno in parte alla volontà degli integralisti islamici che le volevano chiuse in casa. 

– Fra Bahar e la madre del protagonista quale personaggio incarna maggiormente la vera donna iraniana? Sono entrambe sia eroine che anti-eroine, personaggi forti ma con molti chiaroscuri.

– Sì, sono due facce della stessa medaglia. Nessuna di loro incarna perfettamente la tipica donna iraniana se non altro perché una tale donna non esiste, in quanto la società iraniana è molto variegata, ma comunque mostrano due lati tipici dell’Iran al femminile: uno estremamente combattivo, l’essere pronte a morire pur di generare dei cambiamenti; l’altro più piegato su sé stesso e obbediente alle regole. I due personaggi coprono una gran parte delle donne iraniane nelle loro qualità buone e meno buone.

– Questa frase del libro colpisce profondamente: “Nessuno conosce la tua vera storia. Tu eri morto per noi, come tutti quelli che emigrano”. Ma è davvero così?

– In buona parte sì. Chi emigra perde la sua presenza in questa società. Ormai è sradicato. E se parliamo degli emigranti non intendiamo necessariamente coloro che scappano, come vuole suggerire la lettura fatta dal regime. Si tratta invece di persone più sensibili o passionali, che non riescono a scendere a compromessi. Purtroppo, però, l’emigrazione fa perdere i legami con la società e con la realtà che si lascia e che poi non si ritrova mai più.

– Nel libro vediamo il percorso di avvicinamento del protagonista al mondo del teatro e della costruzione della propaganda. Teatro, arti e cinema quanto servono a evitare che si perda l’identità iraniana per coloro che emigrano e anche per chi resta?

– Anche qui vi sono due lati. L’arte è stata molto utile alla propaganda del governo. Fare attività culturale senza il consenso del governo è praticamente impossibile. L’arte iraniana, la cui forma migliore è la poesia, è molto sofisticata. A causa di una millenaria storia di censure, la poesia iraniana si è sviluppata in modo molto sofisticato, contagiando in questo senso tutte le arti: così ogni espressione culturale può avere una doppia o tripla interpretazione e tantissime sfumature, che gli iraniani colgono subito ma gli stranieri probabilmente no. Quindi la propaganda e la censura da una parte sono un’arma del regime, ma dall’altra hanno prodotto un’arte complessa e articolata, capace di sfuggire ai lacci imposti dall’alto e che rappresenta per i personaggi del libro una via di salvezza dall’orrore quotidiano. È una forma di resistenza ma anche un modo per salvarsi rimanendo aggrappati al regime per poter sopravvivere. Naturalmente pure i censori conoscono il doppio o triplo linguaggio della nostra arte, ma per avere più libertà di espressione si può giocare con le percentuali di messaggi propagandistici che essi impongono agli autori.

– Il personaggio di Rezai che cosa rappesenta?

– Rezai appartiene alla generazione che fece la rivoluzione e che pur partendo con buone intenzioni cadde nella trappola di Khomeini. Il regime dello Shah, nel suo tentativo superficiale di modernizzare il Paese, aveva provocato specialmente nelle grandi città un’enorme nostalgia per il passato, creando terreno fertile per le illusioni di cui Khomeini approfittò: da populista qual era, riuscì a vendere al popolo l’idea di una società che mischiasse la cultura millenaria dell’Iran a tutto ciò che di buono arrivava dall’Occidente, come la democrazia e i diritti umani. Ebbe quindi una grande seguito anche fra coloro che non erano particolarmente religiosi, ma che rimasero affascinati dall’onda del khomeinismo. Purtroppo dopo poco tempo ci si rese conto che Khomeini avrebbe tenuto fede soltanto ad una delle promesse fatte, quella di ricostruire la legge islamica della patria potestà: il capo del regime non è scelto dal popolo, ma individuato da Dio, e ha così la patria potestà su ogni cittadino del Paese. Nessun iraniano può decidere sui suoi beni o sulla sua persona, perché prevale la volontà del Padre della Patria. È una generazione sconfitta dalla trappola del khomeinismo, una generazione bruciata che in molti casi ha fatto una tragica fine: molti sono emigrati, altri che sono rimasti hanno accettato passivamente un destino che non volevano o si sono adeguati al regime per interesse e convenienza economica.

– Reza Rezai si chiede perché in Kurdistan si stiano ribellando mentre il resto del Paese rimane obbediente. Come vede il Kurdistan?

– L’Iran ha una geografia variegata. La sua parte pianeggiante è stata invasa numerose volte nel corso della storia, provocando nella popolazione un senso di rassegnazione e passività. Il Kurdistan invece è situato in larga parte sulla catena montuosa dello Zagros: le montagne hanno protetto il popolo curdo dalle invasioni e dalla cultura dell’obbedienza. Nei curdi è sempre latente una voglia di ribellarsi alle imposizioni: fra di essi l’Islam sciita non vi ha avuto largo seguito, mentre la prevalenza è rimasta ai sunniti e vi sono addirittura vari culti pre-islamici e comunque non intaccati dall’Islam. Certo, la montagna è stata anche una sorta di muro che ha separati i curdi dall’avanzamento delle società e li ha tagliati fuori dai giochi: le potenze europee vincitrici della Prima guerra mondiale ridisegnarono la mappa della regione dividendo il popolo curdo fra quattro Paesi: due di essi, Siria e Iraq, aventi dei confini completamente inventati a tavolino, poi la Turchia sorta sulle macerie dell’Impero Ottomano e infine la parte iraniana lasciata tutto sommato intatta rispetto ai confini dei 400 anni precedenti. Nella cultura curda, quindi, è rimasto il senso di ribellione, anche nelle donne; per la poca influenza dell’Islam e per la presenza delle varie fedi pre-islamiche le donne sono molto più libere e presenti nella società. In Kurdistan la resistenza al regime è forte ed evidente: si pensi che il più antico partito iraniano è proprio un partito curdo fondato nel 1945. Se in Iran non esistono partiti di opposizione veri e propri ma semplici figure di dissidenti, in Kurdistan abbiamo invece tre partiti con un largo seguito e un rapporto diretto e radicato nella la società curda.

– Il libro parla anche di amore, per esempio quello del protagonista e quello rimasto inespresso per Bahar. Da che cosa deriva tale difficile rapporto con l’amore? È qualcosa che caratterizza l’Iran di oggi?

– In Iran, se l’amore non possiede le forme previste dal regime, allora è qualcosa di totalmente proibito, di impensabile! Per ottenere i risultati che voleva, il regime ha investito più sulla cultura e sulla pressione sociale che sulla polizia segreta. Il rapporto fra uomini e donne è stato profondamente sconvolto nel corso degli ultimi decenni, ma io vedo ancora l’amore come una salvezza, forse l’unica via di salvezza per i miei personaggi che vivono in una sorta di inferno, da cui pure senza alcuna garanzia l’amore potrà forse salvarli. Magari sono ingenuo, ma volevo che nelle tenebre della nostra società trapelasse questo raggio di luce a dare speranza. In Iran qualunque relazione sociale è molto limitata e può avere solo le forme consentite dallo Stato e confinate alla sfera familiare e al matrimonio (spesso combinato dalle famiglie stesse). Come tutti gli aspetti della vita quotidiana, queste regole vengono spesso infrante o aggirate – e lo possiamo vedere nel romanzo – soprattutto dai giovani: la ribellione alle imposizioni sociali e statali rende la loro vita più eccitante, pur a prezzo di grandi rischi, e dà loro la motivazione per guardare avanti e immaginare un futuro diverso.

– Per la parte del ritorno in Iran con il nel carcere e il rapporto con l’ambasciatore Saeed Ali Akbarii, come è stato riuscito a ricostruire questa fase?

– Purtroppo si tratta di fatti reali. Se da una parte gli iraniani hanno trovato il modo di resistere all’oppressione del regime, dall’altra il potere è divenuto più sofisticato, meno rigido rispetto alla generazione dei padri, meno ideologizzato e più opportunista. L’ambasciatore appartiene alla generazione capace sia di dialogare che di distorcere la realtà. Lo scopo del regime è chiaro, è conquistare il suo mondo usando il nazionalismo e la forma sciita dell’Islam, una forma più giovane rispetto ai sunniti e con ambizioni ancora molto forti. Proprio l’ex premier Ahmadinejad era della seconda generazione del khomeinismo, e leggendo i suoi discorsi ritroviamo sia il nazionalismo che l’impeto ideologico e religioso. La prima generazione non aveva tutte queste caratteristiche.

– Il libro ha una qualche possibilità di essere portato sul grande schermo?

– Chissà, potrebbe essere! C’è già stato già dell’interesse, ma è ancora presto per dirlo.

Infografica – La Scheda del Libro Ritorno in Iran
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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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