Intervista al leader di Hezbollah Mahmoud Kmati: l’Iran continua a sostenerci; Israele non ha rispettato l’accordo; la Siria oggi è più debole; è al-Sharaa e non Israele a dover proteggere drusi e alawiti

Intervista al leader di Hezbollah Mahmoud Kmati: l’Iran continua a sostenerci; Israele non ha rispettato l’accordo; la Siria oggi è più debole; è al-Sharaa e non Israele a dover proteggere drusi e alawiti

28 Luglio 2025 0

In Libano i cittadini vivono in uno stato di generale attesa e affrontano le conseguenze della guerra in un contesto economico difficile, con un costo della vita elevato e salari bassi. Nel sud del Paese, dove circa 200.000 libanesi sono stati sfollati dal confine, il processo di ricostruzione rimane bloccato, in attesa di un accordo politico tra Beirut e Tel Aviv sotto l’egida degli Stati Uniti, che subordina qualsiasi progresso nel processo di riedificazione alla consegna delle armi da parte di Hezbollah. Intanto, il 22 giugno l’OMS, denunciando le continue violazioni della tregua, rivela che almeno 71 civili, tra cui nove bambini e 14 donne, sono stati uccisi nel Paese durante il cessate il fuoco. Ancora, dall’ottobre 2023 fino a febbraio scorso, 4.100 persone hanno perso la vita a causa dei bombardamenti.

In un edificio di Beirut, Mahmoud Kmati, vice presidente del Consiglio politico di Hezbollah, l’uomo forte dell’ala decisionale del movimento paramilitare sciita vicino a Teheran, ci accoglie con grande cordialità. Lo stabile scelto per l’intervista è solo di comodo, uomini vicini a lui vengono a prelevarci per condurci in un appartamento, dove Kmati ci raggiunge. Non si sottrae a nessuna domanda, anche la più scomoda, come il supporto di Hezbollah al deposto presidente Bashar al-Assad, la questione disarmo e in fine il traffico di Captagon, nota come la “cocaina dei poveri”, su cui si reggeva economicamente il regime assadista.

– I funzionari Onu denunciano ripetute violazioni della tregua tra Israele e il vostro gruppo. Può spiegare cosa sta succedendo?

– Lo Stato libanese si è affidato agli Stati Uniti per monitorare il rispetto della Risoluzione Onu 1701, su cui si fonda la tregua del 27 novembre scorso. Invece di fare pressione su Israele, gli hanno lasciato mano libera per continuare ad attaccare il Libano, uccidendo ogni giorno civili e miliziani nelle proprie case. Occupano ancora 5 postazioni nel Sud, non rilasciano i prigionieri e vietano la ricostruzione dei villaggi. Abbiamo ritirato le armi dal settore meridionale del fiume Litani, come ribadito più volte dall’esercito e dalle autorità libanesi.

– Ci sono ancora uomini armati in quelle zone?

– No, assolutamente. Nell’accordo di cessate il fuoco è mancata la reciprocità, con gli israeliani che dettano nuove condizioni, tra cui il ritiro delle armi a nord del fiume. In sostanza il totale disarmo di Hezbollah. Queste proposte sono inaccettabili sia per noi che per lo Stato libanese, considerata l’assenza di garanzie da parte di Washington sul rispetto della Risoluzione e la cessazione delle ostilità da parte di Israele. Che ora pretende un altro accordo.

– La preoccupano le dichiarazioni dell’inviato USA in Libano Tom Barrack, secondo cui Washington potrebbe lasciare il Libano al suo destino?

– Gli americani stanno assumendo un ruolo ambiguo: avrebbero dovuto garantire il cessate il fuoco e invece hanno preferito pressarci sulla questione disarmo. Vogliono chiudere il capitolo Risoluzione e portare avanti un nuovo piano per disarmare la Resistenza. Tuttavia, sia lo Stato libanese che Hezbollah hanno rifiutato i diktat americani.

– Siete favorevoli al proseguimento della missione Unifil?

– Da 40 anni sono presenti qui e per noi è importante che proseguano la missione.

– Qual è l’opinione del governo libanese riguardo alle richieste di USA e Israele?

– Lo Stato è contrario al disarmo finché non avrà totale garanzia da parte americana. Non possiamo abbandonare le armi. L’esercito libanese non ha gli strumenti per difendere il Paese. la Resistenza (un esercito paramilitare formato da miliziani di Hezbollah, del Partito Amal e da sunniti, N.d.R.) è l’unica che può farlo. Insistiamo nel mantenere i nostri armamenti di fronte al progetto di espansionismo israeliano, sostenuto da Trump, che ha pure detto che Israele è piccolo e bisogna ingrandirlo.

– Hezbollah è favorevole alla proposta di unire le sue milizie con quelle dell’esercito regolare?

– Siamo perfettamente d’accordo. Le abbiamo dato pure il nome di “strategia difensiva”, contro qualsiasi minaccia esterna, soprattutto di Israele.

– C’è qualcuno che si oppone a questo progetto?

– o Stato libanese si trova tra due fuochi: da un lato vuole accontentare parte delle richieste americane, dall’altro non intende abbandonare il proprio popolo e la Resistenza. Gli USA stanno cercando di ridisegnare la mappa del Medio Oriente, sempre in funzione della sicurezza di Israele, annullare l’accordo storico tra inglesi e francesi della prima guerra mondiale e imporre un nuovo ordine, il loro. Il nemico sionista ha già fatto la pace con la Giordania e l’Egitto, e ora rimangono solo il Libano e la Siria. Per questo motivo intende disarmarci. Il rischio è quello di diventare una colonia americana, motivo per cui chiediamo un coordinamento tra l’esercito e la Resistenza. Anche la creazione di una zona cuscinetto israeliana nel Sud del Libano, che diventerebbe una nuova Gaza, ci preoccupa molto.

Con il governo libanese siamo d’accordo su cinque punti: il rispetto da parte israeliana della risoluzione 1701, il ritiro delle loro truppe, la liberazione dei prigionieri, la cessazione degli attacchi in Libano e l’inizio della ricostruzione delle aree colpite.

– Se Israele dovesse accettare le condizioni, voi smettereste di attaccarli?

– Per noi è sufficiente che osservino la 1701, che riprende quanto stabilito dall’armistizio del 1948. Noi fermeremmo anche le nostre risposte, come già abbiamo fatto da novembre.

– Cosa pensa su quanto sta avvenendo in Siria, con i massacri degli alawiti e dei drusi?

– Lo avvertiamo come un grosso rischio, soprattutto per il coinvolgimento dell’entità sionista. Pensiamo che Tel Aviv voglia creare una zona cuscinetto che includa i villaggi drusi sia in Libano che in Siria, dal momento che ai suoi confini vi sono molti villaggi drusi. Questo per noi rappresenterebbe una grande minaccia, come lo sono anche le dichiarazioni rese dall’inviato statunitense in questi giorni. Secondo Tom Barrack, il Libano potrebbe fare parte della Bilad-Sham, la Grande Siria. Anche Emmanuel Macron ha affermato che il Libano ha due scelte: un protettorato israeliano oppure siriano.

– Come commenta le dichiarazioni di un Suo concittadino druso, Wiam Wahhab, secondo cui l’intervento di Israele rappresenterebbe l’ancora di salvezza per Swuayda?

– Noi non crediamo che gli israeliani possano proteggere qualcuno (lo dice mal trattenendo un ghigno, N.d.R.). Non sono d’accordo con quanto detto da Wahhab, che a mio avviso dà una lettura errata di quel che sta avvenendo. Una parte di drusi libanesi la pensa allo stesso modo, mentre la maggior parte sostiene l’opinione di Walid Jumblatt (principale leader druso e capo del Partito socialista progressista, N.d.R.). In Siria ci sono due capi drusi molto influenti: uno è a favore dell’intervento israeliano, l’altro invece ritiene che sia Damasco a dover fermare le violenze. Io penso che i drusi dovrebbero sostenere il governo di al-Sharaa.

– Lo stesso governo che non è riuscito a proteggere gli alawiti e i drusi e vi ha scacciati dalla Siria…

– Lo Stato siriano è il più debole fra tutti quelli del Medio Oriente e in questo momento non c’è altra soluzione. Il Paese è ostaggio di forze straniere. Turchia, USA, Israele… tutti sono in Siria.

L’intervento israeliano ha lo scopo di interferire sulle questioni della Siria, dove la presenza turca è molto forte. Il nemico sionista mira a contenderle il controllo del Paese. Cosa hanno a che fare i fatti di Swuayda con i bombardamenti di Damasco? Questo è un messaggio per Ankara. Non a caso Erdoğan li ha definiti come un tentativo di colpire la Turchia.

– Dopo gli attacchi israeliani, la morte di Hassan Nasrallah e di molti vertici militari vi sentite più vulnerabili?

– Abbiamo subito un colpo molto forte e perso parte del nostro potere, ma la volontà non si è indebolita, anzi, è cresciuta. Continuiamo la nostra strada della resistenza e abbiamo ancora la forza e il potere di lottare. Se fossimo deboli, come molti sostengono, allora perché insistono tanto sul nostro disarmo?

– Teheran continua a finanziarvi?

– Continuerà a supportare la Resistenza. Con gli attacchi di giugno, l’Iran ha fatto fallire il piano del nuovo ordine mediorientale. Contrariamente a quanto viene detto in Occidente, non è Teheran ad aver creato la Resistenza in Palestina e Libano, perché era nata già prima della Rivoluzione islamica. Sicuramente l’ha sostenuta, ma senza mai pretendere l’aiuto come contropartita. Come accaduto durante l’aggressione israeliana, quando non ha chiesto il nostro intervento perché non ne aveva bisogno.

Per quale ragione avete supportato il regime di Assad che ha massacrato il suo popolo?

– Noi non abbiamo appoggiato il regime di oppressione di Assad contro il suo popolo. Siamo entrati in Siria perché siamo convinti che, dietro alla conquista del potere da parte di al-Sharaa, ci sia un complotto contro Palestina e Libano. Il nostro principale pensiero era quello di mantenere le linee di appoggio per gli armamenti della Resistenza e tenere a distanza dal nostro Paese i jihadisti. Come noto, sono riusciti a entrare pure in Libano e a commettere attentati bomba, uccidendo cristiani e musulmani. Li abbiamo respinti con l’esercito libanese sui monti della catena dell’Est al confine siriano. Con la caduta di Assad, hanno interrotto quelle linee di rifornimento. Ciò che abbiamo combattuto ieri, si sta ripresentando oggi.

– Che ruolo avete avuto nel traffico di Captagon, grazie al quale gli Assad hanno mantenuto le loro ricchezze?

– Si è vero, il regime di Assad faceva affari con il Captagon per far moneta ed esercitare pressioni sui Paesi arabi, dove minacciava di spedire i carichi di droga. Ma posso assicurare che Hezbollah non aveva assolutamente alcun ruolo in quel business, anche e soprattutto per motivi religiosi. Deve sapere che la droga per noi è peccato e anche da un punto di vista politico, la morale viene al primo posto.

– Teme per la Sua vita?

– Quando abbiamo scelto questa strada, sapevamo bene di dover essere predisposti al martirio che accettiamo, consapevoli che lottiamo per il nostro Paese e il nostro popolo. Anzi, sbrighiamoci a finire l’intervista (afferma sorridendo, N.d.R.). Lo dico per Lei, non si sa mai.

 

Marina Pupella
MarinaPupella

Iscriviti alla newsletter di StrumentiPolitici