Il tramonto dell’industria europea accelerato dall’operazione USA contro l’Iran
L’operazione americana contro l’Iran ha colpito anche la sicurezza energetica dell’Europa e soprattutto la sua industria. In Germania, motore continentale, le aziende devono chiudere oppure trasferirsi altrove.
Germania, il cuore vulnerabile
L’industria dei principali Paesi europei patisce da diversi anni di perdita di concorrenzialità, di problemi strutturali, di mancanza di personale qualificato, di desertificazione. Il tutto grazie anche alle scellerate politiche dell’Unione Europea, la cui ideologia si è scontrata più volte contro l’amara realtà e ne uscita battuta. L’attacco di USA e Israele all’Iran è stato l’ennesimo tragico colpo distruttivo, che sta facendo male soprattutto alla Germania. Coi problemi logistici che ne derivano e col rialzo dei prezzi dell’energia, ci rimettono soprattutto i settori come la chimica e l’auto. Quest’ultima però riesce a cavarsela, avendo un margine di manovra sui mercati superiore alla prima. Ma il contesto è triste per entrambe, che si vedono scavalcare dai concorrenti cinesi. La chimica in particolare non riesce per sua natura a ridurre i costi, magari delocalizzando alcune produzioni come invece possono fare le aziende automobilistiche. Può soltanto portare altrove gli investimenti, chiudendo così le fabbriche in Germania, come ha fatto la BASF nel 2024.
Fonderia a rischio
In Germania c’è anche una fonderia alla terza generazione familiare che sta per chiudere. La GL Giesserei Lössnitz è una fabbrica di presse metalliche che vanno all’industria automobilistica, BMW e Volkswagen in primis. Il suo ciclo produttivo necessita di molta elettricità, gas e carbon coke. Si tratta proprio di quelle risorse energetiche che da tempo sono soggette ad aumenti e oggi il loro costo sta raggiungendo livelli vertiginosi. Anzi, insostenibili per un’azienda come questa. E senza contare gli sforzi fatti per contrastare invano la concorrenza cinese. Le autorità sono già intervenute in soccorso dell’industria tedesca anzi contraddicendo le loro stesse normative ambientaliste. Oppure minimizzando le circostanze, come nel caso di Holger Lösch, vicedirettore della Bundesverband der Deutschen Industrie (Federazione delle industrie tedesche), che spiega come dopo aver monitorato la situazione il gruppo non abbia appurato una gravità tale da giustificare misure da parte di Berlino per rispondere ai problemi derivanti dal conflitto iraniano.
Produzione industriale in calo e chiusure
La produzione industriale nell’eurozona era calata in maniera inaspettata a gennaio, cioè prima dello shock dei costi energetici di fine febbraio. La diminuzione prosegue la tendenza già vista a dicembre, da meno 0,6% a meno 1,5%. Un picco negativo lo ha avuto in particolare l’Irlanda, con meno 9,8%, mentre solo la Francia ha sperimentato una leggera crescita. Ma ora le prospettive sono cupe, con una guerra mediorientale che non accenna a placarsi, i prezzi dell’energia che non scendono, la catena di distribuzione che va spezzandosi. La situazione da brutta si fa peggiore, afferma Ankita Amajuri, economista della piattaforma Pantheon Macroeconomics. Domo Chemicals, gigante tedesco della chimica facente parte del gruppo belga Domo, ha comunicato la sua insolvenza e non riesce più a mandare avanti gli impianti. Aveva già tentato una ristrutturazione del business nel 2024, presentando a fine 2025 un piano di ricapitalizzazione. Ma il progetto non ha avuto successo. Ancora in Germania la Dow Chemical ha annunciato che chiuderà gli impianti in Sassonia entro la fine del prossimo anno. E questi sono solo due esempi della desertificazione industriale che sta spazzando il motore produttivo dell’Europa.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.


