Il gastronomo dei segreti. Federico Umberto D’Amato, gli spioni di oggi e il volto invisibile dello Stato

Il gastronomo dei segreti. Federico Umberto D’Amato, gli spioni di oggi e il volto invisibile dello Stato

24 Agosto 2026 0

Due ex appartenenti all’intelligence italiana agli arresti domiciliari, altri indagati, alcuni dei quali militari in servizio. Informazioni riguardanti la sicurezza nazionale che, secondo l’accusa, sarebbero state raccolte e consegnate a un presunto agente dell’intelligence russa dietro copertura diplomatica. Pizzini scambiati sulle panchine, schede di memoria nascoste, telefoni sistemati dentro un forno a microonde durante gli incontri, denaro contante.

Sembra l’inizio di un romanzo di John le Carré. È invece una storia italiana del luglio 2026.

Il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri ha eseguito due misure cautelari nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura di Roma e dalla Procura militare. Le contestazioni formulate a vario titolo comprendono spionaggio, rivelazione di informazioni riservate, procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato e accesso abusivo a sistemi informatici. Sarà il processo, naturalmente, a stabilire responsabilità individuali e consistenza delle accuse. La vicenda possiede però già oggi un valore che supera ampiamente la cronaca giudiziaria, perché riporta alla luce una delle verità più antiche del mondo dell’intelligence.

Viviamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale, dei satelliti, della sorveglianza elettronica, dei malware, delle gigantesche banche dati e della guerra cibernetica. Siamo portati a immaginare lo spionaggio contemporaneo come una battaglia combattuta dentro server protetti e centri tecnologici irraggiungibili. Poi arriva un’inchiesta come quella romana e sulla scena ricompaiono una panchina, una busta, un appuntamento, una fonte e una relazione personale.

Dietro la tecnologia resta l’uomo

Per comprendere quanto questa regola sia antica vale la pena tornare indietro di mezzo secolo e incontrare uno dei personaggi più affascinanti, potenti e controversi della storia della Repubblica: Federico Umberto D’Amato. Nel 1997 Giulio Andreotti, ascoltato dalla Commissione parlamentare sulle stragi, utilizzò poche parole per descriverlo. Lo ricordò come un «grosso tecnico di questo mondo», aggiungendo quasi incidentalmente che curava anche una rubrica gastronomica per L’Espresso. Poi pronunciò la definizione probabilmente più efficace: «Era un uomo dalle molte vite».

D’Amato lo fu davvero

Nato a Marsiglia nel 1919, attraversò la Seconda guerra mondiale, la caduta del fascismo, la nascita della Repubblica, la costruzione dell’architettura atlantica, la Guerra fredda, gli anni del terrorismo e della strategia della tensione. Entrò nell’apparato della Pubblica sicurezza e raggiunse il vertice dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, una delle strutture informative più potenti dell’Italia repubblicana.

La sua dimensione superava però largamente i corridoi del Viminale. Durante la guerra collaborò con l’Office of Strategic Services americano, l’OSS dal quale sarebbe successivamente nata la CIA. La sua biografia incrociò uomini destinati a entrare nella storia dell’intelligence occidentale, a cominciare da James Jesus Angleton, futuro dominatore del controspionaggio della CIA. D’Amato avrebbe ricordato nelle proprie memorie i rapporti con gli americani e una collaborazione destinata, secondo il suo racconto, a protrarsi per decenni.

Era un mondo molto diverso dal nostro. L’Italia rappresentava uno dei punti più sensibili dello scacchiere occidentale. A Est incombeva l’Unione Sovietica; oltre il confine orientale italiano esisteva la Jugoslavia socialista; nel Paese operava il più forte Partito comunista dell’Europa occidentale; il Mediterraneo costituiva un teatro strategico decisivo tanto per Washington quanto per Mosca. Quasi ogni crisi politica italiana possedeva quindi una dimensione interna e, contemporaneamente, internazionale.

In quello scenario D’Amato divenne qualcosa di più di un alto funzionario dello Stato. Divenne un nodo attraverso il quale passavano informazioni, uomini e relazioni.

L’intelligence vive di informazioni, ma il vero potere nasce dalla capacità di collegarle. Un nome isolato possiede un valore limitato. Lo stesso nome associato a un partito, a un diplomatico, a un viaggio, a un’amicizia, a una debolezza personale e a una fonte straniera diventa una storia. Collegare quelle storie significa iniziare a comprendere ciò che accade dietro la superficie della politica.

Gli Affari Riservati raccoglievano informazioni sui movimenti politici, sugli estremismi, sulle organizzazioni straniere e sulle minacce alla sicurezza interna. Coltivavano fonti, costruivano reti informative, producevano rapporti e accumulavano dossier. La dimensione di quell’universo apparve in tutta la sua impressionante consistenza nel 1996, pochi mesi dopo la morte di D’Amato, quando in un deposito della polizia sulla circonvallazione Appia venne individuato un archivio composto da circa centocinquantamila fascicoli e da una quantità enorme di materiale proveniente dall’attività degli Affari Riservati.

D’Amato aveva inoltre ricoperto responsabilità nell’Ufficio Sicurezza del Patto Atlantico. La sua posizione gli consentiva quindi di muoversi nel punto d’incontro tra sicurezza interna italiana e sistema occidentale. Nel 1965 divenne capo della delegazione italiana presso il Comitato di sicurezza della NATO e negli anni successivi partecipò ai circuiti di cooperazione tra gli apparati europei, fino all’esperienza del Club di Berna, il coordinamento informale tra servizi di sicurezza dell’Europa occidentale nato all’inizio degli anni Settanta.

È in questo contesto che acquistano significato anche le decorazioni straniere attribuitegli. In una memoria autobiografica acquisita successivamente negli atti giudiziari, D’Amato ricordò di essere stato insignito della statunitense Medal of Freedom per l’attività svolta durante la guerra e rivendicò una collaborazione quarantennale con la CIA. Diverse ricostruzioni gli attribuiscono anche la Legion d’onore francese, sebbene la documentazione pubblicamente disponibile su quest’ultima onorificenza richieda maggiore prudenza. Al di là della singola medaglia, emerge comunque un dato difficilmente contestabile: D’Amato apparteneva a una rete internazionale di relazioni e godeva di un riconoscimento che superava i confini italiani.

Eppure l’uomo che conosceva i segreti della Repubblica possedeva un’altra identità.

Federico Umberto D’Amato era un autentico gastronomo. Definirlo semplicemente un buongustaio sarebbe riduttivo. Scriveva di cucina, frequentava ristoranti e cuochi, possedeva una conoscenza approfondita dei vini e soprattutto dei distillati, collaborava con L’Espresso ed entrò a pieno titolo nella storia della critica gastronomica italiana. Nel 1984 pubblicò per Rizzoli un libro dal titolo che sembra scritto apposta per riassumere la sua esistenza: Menu e dossier. Ricordi e divagazioni di un poliziotto gastronomo.

Menu e dossier

Due parole apparentemente lontanissime, che nella vita di D’Amato riuscivano a convivere con sorprendente naturalezza.
È facile considerare la gastronomia una curiosità privata del potente funzionario. Probabilmente è proprio questo l’errore più interessante da evitare. La cultura della tavola racconta qualcosa del suo modo di stare al mondo e permette di comprendere un elemento essenziale del mestiere dell’intelligence: la capacità di costruire relazioni.

Il cibo racconta provenienza, educazione, memoria, aspirazioni. Il vino aggiunge un altro livello. I distillati ancora uno. Conoscere un grande Cognac, distinguere un Armagnac, discutere di whisky, ricordare una bottiglia bevuta molti anni prima significa possedere un linguaggio capace di creare immediatamente familiarità con determinati interlocutori.

Per un uomo il cui mestiere consiste nel conoscere altri uomini, questo patrimonio culturale possiede un valore evidente.

Le fonti disponibili permettono di descrivere D’Amato come gastronomo e uomo di relazioni; trasformare automaticamente ogni sua cena in un’operazione informativa significherebbe invece entrare nel terreno della fantasia. Il punto interessante è più sottile. Cultura gastronomica, conoscenza dei distillati, memoria, capacità conversazionale e frequentazione degli ambienti internazionali appartenevano allo stesso patrimonio personale di un uomo che aveva fatto dell’osservazione e della conoscenza delle persone il proprio mestiere.
Prima della confidenza viene la fiducia. Prima dell’informazione viene una relazione.

Una sala riunioni impone ruoli. Una scrivania stabilisce gerarchie. Un verbale rende prudenti. Una cena produce uno spazio differente. Il tempo rallenta, la conversazione devia, le formalità diminuiscono e l’interlocutore mostra progressivamente qualcosa di sé. Diplomazia, politica e affari conoscono questa dinamica da secoli. L’intelligence la conosce altrettanto bene.

Un grande conoscitore della tavola, del resto, osserva continuamente. Guarda ciò che una persona sceglie, come mangia, quanto beve, quali ricordi associa a un piatto, quale importanza attribuisce all’etichetta di una bottiglia, come tratta chi la serve. Comprende se davanti a sé ha un competente, un esibizionista, un curioso, un insicuro oppure qualcuno desideroso di essere riconosciuto come appartenente a un determinato ambiente. Sono piccoli segnali. L’intelligence vive anche della capacità di attribuire significato ai piccoli segnali.

Il funzionario e il gastronomo appaiono allora assai meno lontani

D’Amato apparteneva a una generazione di uomini degli apparati nella quale cultura generale, lingue, memoria, letture, storia, educazione internazionale e capacità di frequentare mondi differenti costituivano strumenti professionali. Il computer avrebbe successivamente trasformato il mestiere. Il database avrebbe sostituito una parte della memoria. Il satellite avrebbe moltiplicato la capacità di osservazione. L’algoritmo avrebbe permesso correlazioni impensabili. Ma l’essere umano avrebbe conservato il proprio ruolo centrale.
È precisamente questa caratteristica a rendere D’Amato sorprendentemente contemporaneo.

La sua figura, naturalmente, porta con sé anche ombre enormi. Il suo nome compare negli elenchi della loggia P2 di Licio Gelli. La sua attività è stata analizzata nelle inchieste sulle deviazioni degli apparati dello Stato, sulla strategia della tensione e sui depistaggi. L’immensa mole di documentazione riconducibile agli Affari Riservati continua a rappresentare una fonte fondamentale per comprendere alcune delle pagine più difficili della storia repubblicana.

Poi c’è Bologna

La vicenda giudiziaria relativa alla strage del 2 agosto 1980 ha assunto negli ultimi anni un peso ancora maggiore. La condanna all’ergastolo di Paolo Bellini è diventata definitiva in Cassazione nel luglio 2025 e le motivazioni della Suprema Corte sono state pubblicate nel gennaio 2026. Nei procedimenti bolognesi la figura di D’Amato, morto nel 1996, è stata collocata nel quadro dei mandanti, organizzatori e finanziatori insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi. La morte gli impedì di affrontare personalmente un processo su tali contestazioni e di esercitare in quella sede la propria difesa. Le sentenze riguardanti altri imputati hanno tuttavia attribuito alla sua figura un ruolo preciso nella ricostruzione complessiva dello scenario.

È proprio questa sovrapposizione a rendere D’Amato difficilmente riducibile a una formula.  Collaboratore dell’OSS, uomo dei rapporti atlantici, protagonista della cooperazione informativa europea, dirigente della sicurezza italiana, gastronomo raffinatissimo, appartenente alla P2 e figura collocata dalle più recenti ricostruzioni giudiziarie nelle profondità della strategia della tensione.

Tutto appartiene allo stesso uomo

Trasformarlo in un eroe significherebbe ignorare una parte gigantesca della sua storia. Trasformarlo esclusivamente in un demone impedirebbe di comprendere il ruolo che realmente esercitò nell’architettura della sicurezza occidentale. La storia possiede raramente la comodità morale dei personaggi completamente bianchi o completamente neri. Quella dei servizi segreti ancora meno.

D’Amato conduce così direttamente a una delle domande fondamentali di ogni democrazia: chi controlla coloro che custodiscono i segreti?
Ogni Stato democratico possiede apparati destinati a lavorare lontano dallo sguardo pubblico. È la natura stessa dell’intelligence. Fonti, metodi, operazioni e informazioni sensibili richiedono riservatezza. Il problema nasce quando il segreto, anziché proteggere lo Stato, crea un potere capace di sottrarsi al controllo dello Stato stesso.

La storia italiana della Guerra fredda attraversa continuamente questo confine.

D’Amato possedeva informazioni, frequentava ambienti politici e istituzionali, conosceva apparati stranieri, aveva attraversato guerre e sistemi politici differenti. Un uomo simile finisce inevitabilmente per accumulare un potere superiore a quello indicato dal grado amministrativo scritto sul proprio biglietto da visita.

Il potere della memoria, delle relazioni e soprattutto della conoscenza

Oggi quella capacità si è moltiplicata in misura quasi inimmaginabile. I centocinquantamila fascicoli degli Affari Riservati impressionarono l’Italia degli anni Novanta. Una piattaforma digitale contemporanea può raccogliere una quantità infinitamente maggiore di informazioni in pochissimo tempo. Lo smartphone racconta spostamenti e relazioni. I social network ricostruiscono interessi, convinzioni e paure. I pagamenti elettronici descrivono abitudini. L’intelligenza artificiale permette di collegare dati che nell’epoca di D’Amato avrebbero richiesto migliaia di uomini e anni di lavoro.

Il dossier ha cambiato forma. La logica resta uguale

Conoscere una persona significa aumentare la capacità di prevederne il comportamento. Conoscere milioni di persone significa iniziare a comprendere, e potenzialmente orientare, il comportamento di una società.

È qui che la vecchia intelligence incontra la moderna guerra cognitiva. Propaganda, disinformazione, profilazione psicologica, operazioni di influenza e manipolazione delle percezioni sono ormai elementi ordinari della competizione strategica tra potenze. D’Amato disponeva di telefoni, informatori, carta, incontri personali e archivi. Gli apparati contemporanei utilizzano cyber intelligence, satelliti, algoritmi e intelligenza artificiale.

Il bersaglio finale resta l’uomo

Ed eccoci nuovamente a Roma, nell’estate del 2026. Secondo l’impostazione accusatoria dell’indagine sugli ultimi casi di spionaggio, informazioni riservate sarebbero passate attraverso persone che possedevano accessi, conoscenze e relazioni costruite all’interno degli apparati. Accanto ai dispositivi elettronici ritroviamo appuntamenti, denaro, contatti personali e vecchie conoscenze.

Un incarico termina. Una relazione può durare tutta la vita. Un ex appartenente all’intelligence conserva amicizie, linguaggio professionale, credibilità e conoscenza degli ambienti nei quali ha trascorso anni. Il patrimonio relazionale può sopravvivere molto più a lungo del tesserino.
Federico Umberto D’Amato aveva compreso perfettamente il valore di quel patrimonio.

Forse proprio la sua passione per i distillati offre allora una metafora sorprendentemente efficace per raccontarlo. Distillare significa separare, selezionare, concentrare, eliminare ciò che serve meno fino a ricavare l’essenza. L’intelligence compie qualcosa di simile con le informazioni. Riceve dati, voci, rapporti, confidenze e segnali; li confronta, li seleziona e cerca di ricavarne qualcosa di utile per chi dovrà prendere una decisione.

D’Amato conosceva entrambi i mondi

La gastronomia smette così di essere una nota di colore nella biografia di una spia e diventa il racconto di un carattere: curiosità, memoria, cultura internazionale, piacere della conversazione, attenzione alle sfumature, capacità di osservare e conoscenza delle persone.
Qualità preziose davanti a un grande vino. Qualità ancora più preziose per chi vive di informazioni.

D’Amato morì nel 1996, proprio mentre il mondo che aveva conosciuto sembrava definitivamente tramontato. L’Unione Sovietica era scomparsa, la Guerra fredda apparteneva apparentemente alla storia e Internet iniziava appena a trasformare la circolazione delle informazioni. Trent’anni dopo, la competizione tra potenze è tornata al centro della politica internazionale. Russia, Stati Uniti, Cina e potenze regionali investono enormi risorse nell’intelligence. Cyberattacchi e operazioni di influenza accompagnano i conflitti convenzionali. Il confine tra guerra e pace appare sempre più sottile.

E l’Italia torna a parlare di spie

Possiamo costruire sistemi informatici sempre più sofisticati, utilizzare algoritmi capaci di individuare anomalie, proteggere i documenti attraverso livelli crescenti di classificazione e affidare all’intelligenza artificiale una parte crescente dell’analisi. Alla fine della catena resta sempre una persona.

Con le proprie convinzioni, le proprie ambizioni, le proprie debolezze, il bisogno di denaro, prestigio, appartenenza o riconoscimento.
Federico Umberto D’Amato costruì una parte enorme del proprio potere proprio sulla conoscenza delle persone. Per questo la sua doppia identità di uomo dei segreti e gastronomo appare oggi assai meno eccentrica di quanto potrebbe sembrare.

Una tavola può essere un luogo di piacere, di diplomazia, di affari, di seduzione e di potere. Può diventare anche il luogo nel quale una relazione nasce, una diffidenza cade, un dettaglio emerge e qualcuno finisce per raccontare più di quanto avesse previsto.
Gli strumenti dello spionaggio cambiano, la tecnologia accelera, gli equilibri geopolitici si trasformano. L’uomo resta sorprendentemente uguale.

Ed è forse questa, trent’anni dopo la sua morte, la lezione più attuale lasciata dal gastronomo dei segreti.

Gianluca Noccetti
Gianluca Noccetti

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