Il Dipartimento di Giustizia USA lancia indagine interna sulla gestione del caso Epstein
Nelle ultime settimane vari Congressmen hanno accusato l’amministrazione Trump di aver pesantemente bianchettato le prove documentali del caso Epstein, allo scopo di proteggere gli altolocati personaggi coinvolti negli odiosi crimini del trafficante di prostitute minorenni. La settimana scorsa il Dipartimento di Giustizia (Department of Justice, DOJ) ha annunciato un’inchiesta interna per verificare se i funzionari abbiano revisionato i documenti in maniera corretta e se abbiano effettivamente reso pubblici quelli più importanti.
L’indagine interna
Il capo dell’ispettorato generale William Blier ha dichiarato che analizzeranno la conformità delle azioni del DOJ ai dettami dell’Epstein Files Transparency Act, la legge approvata lo scorso novembre che impone di pubblicare tutte le prove collegate al caso Epstein, salvo determinate eccezioni. I funzionari del DOJ affermano di aver fatto il massimo per rispettare le imposizioni della legge, sebbene la scadenza per la pubblicazione fosse “irrealistica”. Il procuratore generale Todd Blanche ha spiegato che, dato l’enorme volume dei documenti, alcuni errori sono certamente stati fatti. Ha tuttavia specificato che l’Agenzia ha fatto del proprio meglio per rispondere alle obiezioni delle vittime.
Inoltre ha lodato l’attività del Dipartimento di Giustizia per la sua “trasparenza molto maggiore” sotto l’attuale presidenza Trump rispetto alle precedenti amministrazioni. Il DOJ in effetti ha già rilasciato diversi blocchi documentali, fra cui uno da 3,5 milioni di pagine fatto uscire il 30 gennaio, un mese dopo la scadenza di legge. Le vittime di Epstein hanno comunque denunciato le negligenze dei funzionari nel maneggiare i file in modo da non rivelare i loro dati sensibili. Avrebbero invece coperto i nomi dei possibili complici e clienti del faccendiere, suicidatosi in prigione nel 2019 in circostanze controverse.
Personaggi altolocati
I nomi che figurano nella massa di registrazioni, email e fotografie scottanti appartengono agli alti strati della società. La loro posizione li ha finora protetti, ma si sono aperte delle crepe profonde nel muro di omertà e compiacenza che li schermava. I tonfi più clamorosi si sono avuti nel Regno Unito, dove hanno messo sotto indagine l’ex ambasciatore negli USA Peter Mandelson. Non è accusato di abusi sessuali, ma di aver ceduto ad Epstein informazioni sensibili e riservate di carattere economico.
Lo scorso anno era caduto in disgrazia l’ormai ex principe Andrea, apertamente dichiaratosi amico di Epstein e che è accusato di reati sessuali. Per placare l’opinione pubblica, suo fratello il re Carlo III gli ha tolto i titoli nobiliari. Così oggi è il comune cittadino Andrew Mountbatten Windsor, passibile di processo davanti ai tribunali americani. Nell’occhio del ciclone vi è anche l’ex presidente Bill Clinton, le cui foto insieme ad Epstein circolano da tempo in rete. E infine lo stesso Trump, il quale ha minimizzato la faccenda etichettandola come un tentativo da parte dei Democratici di screditarlo e di intralciare la sua politica.

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