«Le armi sono una questione di vita o di morte». Abu Fatima al-Jaafar, portavoce e responsabile delle operazioni militari di Kataib Hezbollah, respinge il piano di disarmo del governo iracheno

«Le armi sono una questione di vita o di morte». Abu Fatima al-Jaafar, portavoce e responsabile delle operazioni militari di Kataib Hezbollah, respinge il piano di disarmo del governo iracheno

5 Ottobre 2026 0

Il 30 settembre gli ultimi militari americani hanno lasciato la base di Erbil. Dopo ventitré anni dall’invasione che nel 2003 rovesciò Saddam Hussein e dodici anni dall’avvio della campagna internazionale contro lo Stato islamico, si chiude così la lunga presenza militare statunitense in Iraq. Washington considera conclusa la missione di Operation Inherent Resolve nel Paese e affida a Baghdad la responsabilità primaria della propria sicurezza.

La nuova vita dell’Iraq

Per un Iraq che ha conosciuto guerra, occupazione, terrorismo e una profonda trasformazione degli equilibri regionali, comincia una fase nuova, nella quale il tema della sovranità torna a coincidere con una domanda tutt’altro che risolta: chi deterrà il monopolio della forza?

A dover dare una risposta è il governo del premier Ali al-Zaidi, quarantenne imprenditore multimilionario e uomo senza precedenti esperienze nelle istituzioni. La sua candidatura è stata sostenuta dal Coordination Framework, la principale coalizione dei partiti sciiti. L’ascesa del neo primo ministro si inserisce nel particolare sistema di spartizione del potere iracheno, costruito dopo il 2003 per evitare che le divisioni settarie si trasformassero nuovamente in guerra politica.

La guida curda

Secondo un meccanismo di equilibrio confessionale che presenta analogie con quello libanese, una convenzione non scritta assegna la presidenza della Repubblica a un curdo, la guida del governo a uno sciita e la presidenza del Parlamento a un sunnita.

Nel 2026 la presidenza è andata al curdo Nizar Amedi, mentre al-Zaidi ha assunto la guida del governo con il sostegno del blocco sciita.

Il premier ha posto tra le priorità del suo mandato il disarmo delle formazioni armate, che operano al di fuori del controllo effettivo dello Stato. In estate aveva indicato nel 30 settembre, giorno fissato per il completamento del ritiro americano, la scadenza entro cui le milizie avrebbero dovuto deporre le armi. La resistenza dei gruppi armati ha però fatto slittare il calendario.

Il piano di disarmo

Il nuovo piano prevede una prima fase di novanta giorni, durante la quale le milizie dovrebbero cessare gli attacchi, in cambio della garanzia che non saranno colpite dalle forze statunitensi. Successivamente dovrebbe cominciare la consegna delle armi, con l’obiettivo di completare il processo entro il 30 giugno 2027.

È un progetto destinato a misurarsi con una realtà molto più complessa di quella descritta sulla carta. Le principali formazioni filo-iraniane hanno respinto l’idea di essere vincolate a un calendario per il disarmo. E tra queste c’è Kataib Hezbollah, una delle più potenti milizie della galassia armata irachena sostenuta da Teheran.

Abbiamo intervistato, con domande scritte, Abu Fatima al-Jaafar, portavoce e responsabile delle operazioni militari di Kataib Hezbollah, all’indomani della conclusione della missione militare americana in Iraq. Sul futuro delle armi si apre dunque lo scontro più delicato tra Baghdad e le formazioni armate che, dopo avere combattuto contro lo Stato islamico e costruito negli anni un enorme peso militare e politico, sono diventate parte integrante degli equilibri di potere iracheni.

Il governo iracheno ha fissato il termine per il disarmo delle milizie. Come intendete affrontare questa scadenza?

Non abbiamo alcun piano per disarmare la resistenza in Iraq e non riconosciamo alcuna tempistica stabilita da alcuna parte per definire una scadenza per la consegna delle armi. Sono sacre, sono ciò che ha liberato l’Iraq e sono tuttora considerate un punto di forza contro qualsiasi minaccia al Paese.

Le nostre armi non costituiscono una minaccia per alcuno Stato della regione, ma sono destinate a difendere il popolo iracheno.

Quale impatto avrà il ritiro degli Stati Uniti sull’Iraq e sul governo di Baghdad?

Il ritiro delle forze di occupazione è una grande vittoria per la resistenza, che ha insistito sulla loro uscita dall’Iraq. Il disimpegno americano dimostra che il Paese è in grado di proteggere il proprio territorio e di gestire autonomamente i propri affari senza l’ingerenza di parti esterne.

Credo che l’Iraq si avvii verso un grande futuro in termini di sicurezza ed economia, grazie agli sforzi dei suoi figli devoti. Inoltre, la presenza di queste forze è stata un peso inutile per la sicurezza e l’economia irachena.

Non intendete consegnare le armi. Esistono condizioni per le quali potreste prendere in considerazione il disarmo?

Non ci sono condizioni per il disarmo, perché in primo luogo non consegneremo le armi se non per ordine della Suprema Marjaiyya (l’autorità religiosa, ndr) in Iraq. La situazione nella regione oggi è molto instabile e il nostro Paese non dispone di difese aeree o di sistemi di difesa avanzati.

Il pericolo esterno e interno è ancora presente, il che ci spinge ad aggrapparci alle armi per preservare la sicurezza del territorio. La questione delle armi per noi è una questione di vita o di morte.

La Turchia ha diverse basi in Iraq, qual è la vostra opinione in merito?

Per quanto riguarda la Turchia, anch’essa è considerata uno Stato occupante. Abbiamo parlato con i funzionari del governo iracheno riguardo alla presenza turca e abbiamo chiesto che queste basi si ritirino dal territorio iracheno. Recentemente si sono tenuti negoziati con la parte turca ed è stato concordato il ritiro delle loro forze nel prossimo futuro, oltre al ritiro di qualsiasi altra forza armata.

Qui, vorrei sottolineare un punto importante facendo un confronto tra la presenza e l’ingerenza degli Stati Uniti negli affari iracheni e la presenza di Ankara, il cui obiettivo noto è combattere le forze del Pkk. Tuttavia, consideriamo entrambe come un’occupazione del territorio iracheno, il che legittima la resistenza contro di esse anche secondo il diritto internazionale.

Marina Pupella
MarinaPupella

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