Fine di un’era: gli USA si ritirano dall’Iraq e il Medio Oriente ridisegna gli equilibri senza Washington

Fine di un’era: gli USA si ritirano dall’Iraq e il Medio Oriente ridisegna gli equilibri senza Washington

29 Settembre 2026 0

I soldati americani stanno lasciando l’Iraq e Washington ridefinisce la sua strategia in Medio Oriente nel senso di una presenza molto inferiore. Anzi quasi un’assenza, che permetterebbe l’instaurarsi di una nuova egemonia da parte dell’Iran o magari della Turchia o di Israele.

I segnali del ridimensionamento

Il giornale britannico The Economist dice senza mezzi termini che “i segnali dell’imminente ridimensionamento dell’America sono inequivocabili”. Secondo gli esperti, uno di essi è l’intesa con gli huthi per non subire i loro attacchi alle navi statunitensi nel Mar Rosso. In altre parole, invece di dare armi e sostegno all’Arabia Saudita nel contrasto al gruppo armato yemenita, Washington preferisce accordarsi con esso sottobanco. Come dice l’ex diplomatico iraniano Mehrdad Khonsari, Trump mantiene sempre il suo atteggiamenti spavaldo, ma in realtà cerca di scendere a patto con coloro che prima chiamava “feccia”. E adesso gli ultimi soldati statunitensi hanno iniziato ad abbandonare le basi in Iraq. Il piano di uscita lo aveva stilato nel 2024 Biden, che tre anni prima aveva tolto le truppe dall’Afghanistan in maniera improvvisa e drammatica.

Oggi in Medio Oriente si stima una presenza fra 30 e i 60mila uomini dislocati in 19 basi, ma a livello politico si vocifera con insistenza di ulteriori tagli e riduzioni della presenza di Washington nella regione. Dal canto suo, il Pentagono vorrebbe mantenere alcune grossi basi, ma nel frattempo occorrono soldi e sforzi per riparare gli ingenti danni prodotti dagli attacchi iraniani. Le fonti sentite dalla CNN quantificano la spesa in miliardi di dollari e non è detto che i contribuenti americani li offrano volentieri. Attualmente i cittadini non sono contenti delle ostilità scatenate insieme a Israele contro Teheran, che ha reagito infliggendo perdite umane e materiali ai siti americani in Qatar, Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita.

Si ritirano o si spostano?

La volontà di Washington, ancora non pienamente espressa in modo ufficiale, è di scrollarsi il ruolo di architetto della sicurezza del Medio Oriente, o per meglio dire di liberarsi dal pesante fardello di garante dell’ordine nella regione. Lo distribuirebbe volentieri sulle spalle dei Paesi che sono partner locali, come dicono alcuni ufficiali del Pentagono. Comunque, già in campagna elettorale Trump prometteva di ridurre la presenza militare in giro per il mondo. Oggi, i funzionari che si confidano coi media a condizione di anonimità rivelano che il presidente non si è premurato di elaborare una strategia per il dopo-Iran.

Per adesso, come giustificazione al progressivo disimpegno nella zona può bastare il fatto che gli USA hanno aumentato la produzione e l’esportazione di gas e petrolio e dunque la loro prosperità dipende sempre di meno da quanto accade in Asia occidentale. In compenso l’interesse viene rivolto verso l’Asia orientale. Era stato Obama a esprimere il concetto di una “svolta” americana nel senso di preoccupazione per la Cina, che nel suo primo mandato Trump aveva definito come minaccia №1 alla sicurezza nazionale. Tuttavia, in questi ultimi quindici anni la svolta non si è verificata e gli USA non hanno fatto particolari passi avanti nella deterrenza di Pechino, essendo invece rimasti impantanati in Medio Oriente fra Siria, ISIS e la costante iraniana.

Spazio a Teheran

Il ridimensionamento militare o lo spostamento del focus verso la Cina non implicano una fine immediata dell’egemonia americana. Stiamo però assistendo con ragionevole certezza al declino della potenza USA almeno in alcune parti del mondo. Gli sforzi profusi nell’invasione dell’Iraq, nella pacificazione dell’Afghanistan e nello scontro con l’Iran non hanno generato i risultati previsti, ma hanno messo in difficoltà le casse, gli arsenali e la perseveranza degli statunitensi. Così, per Khonsari “non c’è alcun dubbio sul fatto che alla luce delle nuove circostanze la Pax Americana debba essere ridefinita”, peraltro con l’aumento dello spazio politico e militare che le potenze regionali andranno a spartirsi.

Ora Teheran sta approfittando della situazione per incrementare la presa sull’area. L’esperto Jasim al-Bahadli sostiene che sia proprio l’Iran a “beneficiare sul piano strategico” dell’uscita degli USA dall’Iraq, perché non subirà più il contrappeso alla sua influenza su quel Paese. Le forze locali filo-iraniane possono rivendicare come una vittoria l’addio dei militari americani e sfruttarne la scia per inserirsi nei processi decisionali di Baghdad.

Nuove alleanze e nuove garanzie

D’altra parte, Teheran non fa mistero del suo obiettivo finale, cioè la partenza definitiva dell’intero contingente americano da tutti i Paesi del Medio Oriente. Il parlamentare Amir Hayat Moqaddam iraniano ha affermato: “dopo che gli americani lasceranno l’Iraq e poi la regione, per quello Stato vi sarà finalmente una sicurezza duratura”. Ma anche Israele, Turchia o altri Paesi potrebbero allargare il proprio ombrello diplomatico e militare e ricomprendervi altri soggetti, o comunque ridisegnare senza gli USA l’architettura di sicurezza del Medio Oriente.

In questo senso, un evento significativo si è verificato il 7 agosto con la firma del Patto della Mecca, l’accordo di difesa reciproca siglato dall’Arabia Saudita, dal Pakistan e dalla Turchia. E c’è anche l’alleanza del Mar Rosso, promossa dai sauditi insieme a 13 Stati per proteggere le rotte commerciali dalla minaccia delle tribù e delle milizie radicali. Proprio quelle con cui Washington cerca di accordarsi invece di stroncarle con la forza, mentre ritira i suoi soldati e li manda altrove.

Giuliano Pellico
Giuliano Pellico

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