Un altro serio problema per Burnham: torna in auge l’indipendentismo “celtico”

Un altro serio problema per Burnham: torna in auge l’indipendentismo “celtico”

23 Settembre 2026 0

Il governo Burnham è partito male: il deficit di bilancio, le tensioni con Trump, le proteste di massa contro i clandestini ed ora persino il separatismo delle nazioni “celtiche”. Nemmeno Carlo III è tranquillo, considerata la maledizione che pesa sui sovrani che portavano il suo nome. Forse l’ex principe di Galles non farà la finedi Carlo I, decapitato in piazza, né vedrà sciagure come quelle affrontate da Carlo II. Ma oggi sono state gettate le premesse per un futuro scioglimento del suo Stato per come lo conosciamo da secoli.

Il memorandum di Cardiff

14 settembre, Cardiff: potrebbero un giorno essere ricordati come una data e un luogo storici, nei quali per la prima volta i premier del Galles, della Scozia e dell’Irlanda del Nord hanno fatto una richiesta comune: votare sull’indipendenza delle rispettive nazioni costitutive del Regno Unito. Per loro, il governo centrale di Londra sta infatti “arrivando al capolinea”. Hanno così siglato un memorandum di intesa in cui si impegnano a una cooperazione maggiore su alcuni ambiti e desiderano vedere attuata la propria autodeterminazione.

I tre premier hanno firmato più in qualità di capi di partito che non di rappresentanti dei rispettivi governi, ma il loro anelito verso profonde modifiche costituzionali e strutturali del Paese è una sfida molto seria per la politica di devolution di Burnham. Quest’ultimo pare sincero nel suo sforzo di decentralizzare l’autorità di Londra. Forse, però, non comprende appieno le conseguenze che potrebbero derivare e che sarebbero spiacevoli l’integrità territoriale UK.

Le cifre dell’indipendentismo

Poco prima del vertice di Cardiff, il primo ministro della Scozia nonché leader del Partito Nazionale Scozzese John Swinney ha descritto il momento presente come “decisivo per un cambiamento costituzionale”. Secondo lui, i tre partiti nazionalisti condividono l’idea che gli interessi locali non saranno mai veramente serviti da Westminster, dunque i loro popoli devono poter dire la loro sul proprio futuro in maniera significativa. In Scozia, a partire dal primo referendum sull’indipendenza il consenso ad abbandonare Londra viaggia tra il 45% e il 50%. In Galles siamo sul 32% e in Irlanda del Nord al 36%: cifre basse, ma in crescita rispetto al passato. Ognuna delle tre nazioni ha un passato e un presente di relazioni differenti con l’Inghilterra. Il caso della Scozia è certamente il più forte, perché ha una popolazione relativamente ampia, con più di 5 milioni di persone, a livello di due Stati prosperi e importanti come Danimarca e Norvegia.

Interferenze di USA e Israele

Turbare l’atmosfera è una specialità di Trump, che non si è lasciato sfuggire l’occasione per fare qualche commento inopportuno nei confronti della Gran Bretagna. Nel corso della sua visita di settembre in Irlanda, in conferenza stampa ha infatti dichiarato, fra le altre cose, che sarebbe lieto di vedere l’isola politicamente unita. Ha persino sottolineato che ciò potrebbe accadere anche “adesso”. Le reazioni negative sono piovute subito, ma ciò non ha minimante scalfito il presidente americano, che anzi ha ribadito l’auspicio di un’Irlanda unita. E ha rincarato la dose, dicendo che un giorno potremmo vedere anche una Scozia indipendente.

Il legame di Trump col governo israeliano è noto, così come si conosce l’influenza degli esponenti di Tel Aviv su quelli di Washington. E sia gli uni che gli altri non sono soddisfatti delle posizioni prese negli ultimi mesi da Londra rispetto alle loro iniziative, gli USA in Iran e Israele in Cisgiordania. Così, proprio negli stessi giorni della gaffe trumpiana sulle isole britanniche, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha chiesto di espellere dal Paese l’ambasciatore inglese, mentre il ministro per la sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha invitato Netanyahu a riconoscere le pretese argentine sulle Falkland.

Economia

A scacciare i fantasmi del collasso UK ci sono comunque delle considerazioni di carattere pratico. Diventare indipendenti, nel caso del Galles e della Scozia, o ricongiungersi a Dublino, nel caso dell’Irlanda del Nord, significherebbe staccarsi finanziariamente da Londra. Sono davvero in condizioni di farlo? Probabilmente no, o comunque non senza correre dei grossi rischi di default. Vi sarebbe poi la questione valutaria: manterrebbero la sterlina oppure passerebbero all’euro diventando membri della UE? Nel caso della Scozia ci sono le risorse marittime di gas e petrolio da sfruttare, ma potrebbe non bastare. È anche vero che l’Irlanda poverissima, staccatasi dall’Impero Britannico negli anni ‘20 e ‘30 del XX secolo, riuscì a sollevarsi e far fiorire la propria economia, ma ci vollero decenni.

Un piccolo villaggio si proclama indipendente

La settimana scorsa si è vista in Inghilterra un’iniziativa di protesta che potrebbe persino sembrare folkloristica, ma che nelle circostanze attuale costituisce l’ennesimo segnale inquietante per il governo Burnham. Il villaggio di Piddington ha infatti organizzato un referendum per staccarsi dal Regno Unito. Il motivo era la decisione di Londra di piazzare nella vicina installazione del Ministero della Difesa 1200 profughi, tutti maschi. Sarebbero quasi tre volte il numero degli abitanti del posto, che su 312 elettori, ha visto 285 voti a favore dell’indipendenza dalla Gran Bretagna. Le autorità locali hanno descritto l’iniziativa come “un esempio di democrazia all’opera”.

Marco Fontana
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