Algeria, sovrana a parole. La sfida per la Tunisia alla presidenza della Lega araba

Algeria, sovrana a parole. La sfida per la Tunisia alla presidenza della Lega araba

16 Settembre 2026 0

La presidenza tunisina di turno del Consiglio della Lega degli Stati arabi arriva in una fase nella quale il Nord Africa è attraversato da rivalità sempre più profonde, con la rottura tra Algeria ed Emirati Arabi Uniti a rappresentare l’ultimo, e forse più significativo, segnale della crescente frammentazione regionale. Per Tunisi, che insiste sulla sovranità degli Stati e sul rifiuto delle ingerenze straniere, la sfida è particolarmente delicata: il principale vicino occidentale esercita un peso crescente sul piano energetico e della sicurezza, mentre la Libia resta un terreno di competizione tra potenze regionali ed extra-regionali.

La decisione di Algeri di interrompere il 10 settembre le relazioni diplomatiche con Abu Dhabi e di chiudere il proprio spazio aereo agli aeromobili emiratini, con un’eccezione temporanea per i voli commerciali diretti ad Algeri, ha reso evidente la profondità della contrapposizione. Il ministero degli Esteri algerino ha giustificato la misura parlando di azioni “provocatorie o ostili” da parte degli Emirati, senza tuttavia indicare pubblicamente un singolo episodio come causa immediata della rottura.

Dietro la crisi vi sono divergenze accumulate negli ultimi anni: la normalizzazione dei rapporti tra Emirati e Israele, il sostegno di Abu Dhabi alle posizioni marocchine sul Sahara occidentale, in contrasto con l’appoggio algerino al Fronte Polisario, e soprattutto la competizione per l’influenza nel Sahel e nel Nord Africa. Il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha accusato più volte gli Emirati di destabilizzare la regione, arrivando in luglio ad affermare che “ovunque mettano piede scorre il sangue”, riferendosi anche agli sviluppi in Libia, Mali e Sudan.

Il punto, tuttavia, è che la politica regionale di Algeri non può essere letta soltanto attraverso la contrapposizione con Abu Dhabi. Dietro la retorica della sovranità e della non-ingerenza emerge una strategia più assertiva, nella quale l’Algeria cerca di consolidare una propria profondità strategica dal Mediterraneo al Sahel. È una politica che può apparire contraddittoria: mentre Algeri denuncia sistematicamente le interferenze straniere negli affari dei Paesi vicini, allo stesso tempo considera sicurezza nazionale una parte crescente delle dinamiche politiche di Tunisia, Libia e Sahel.

La Tunisia e il rischio di una dipendenza asimmetrica

Il caso tunisino è il più sensibile. Algeri e Tunisi mantengono ufficialmente relazioni strette e i due presidenti, Kaïs Saied e Abdelmadjid Tebboune, hanno ribadito ancora ad agosto la volontà di rafforzare la cooperazione bilaterale. Ma proprio questa vicinanza ha alimentato negli ultimi mesi un dibattito sulla crescente asimmetria del rapporto.

A settembre “Le Monde” ha parlato di una crescente inquietudine in Tunisia per una possibile “vassalizzazione” del Paese, richiamando in particolare le dichiarazioni di Tebboune secondo cui la sicurezza tunisina sarebbe indissolubilmente legata a quella algerina. Il giornale francese ha inoltre evidenziato la dipendenza energetica tunisina: nel 2025 il 77 per cento del gas consumato dalla Tunisia proveniva dall’Algeria, contro il 62 per cento del 2021.

È una vulnerabilità che va oltre l’energia. La cooperazione bilaterale è stata progressivamente estesa a sicurezza, controllo delle frontiere, acqua, sicurezza alimentare, trasporti e sviluppo delle regioni di confine. A luglio Tunisi e Algeri hanno rilanciato il loro “partenariato strategico” proprio su questi settori, confermando l’intenzione di aumentare il coordinamento.

In questo quadro, parlare di una “ingerenza” algerina in Tunisia come fatto acquisito sarebbe però una semplificazione. Più precisamente, si può parlare di una crescente capacità di influenza di Algeri, favorita dalle vulnerabilità economiche ed energetiche tunisine e dalla convergenza politica tra Saied e Tebboune. Anche alcune scelte diplomatiche di Tunisi hanno alimentato questa percezione: l’accoglienza riservata nel 2022 al leader del Polisario Brahim Ghali, che provocò una grave crisi con il Marocco, viene ancora oggi interpretata da diversi osservatori come un segnale dell’allineamento di Tunisi con le priorità strategiche algerine.

Il risultato è un paradosso: la Tunisia vuole presentarsi alla guida della Lega Araba come garante del principio di sovranità e non-ingerenza, ma si trova contemporaneamente a gestire una relazione con il proprio vicino più potente nella quale le esigenze di sicurezza e approvvigionamento energetico riducono inevitabilmente lo spazio di autonomia.

La Libia, il vero laboratorio della competizione regionale

Ancora più complesso è il dossier libico. Algeri sostiene ufficialmente un processo politico guidato dagli stessi libici e sotto l’egida delle Nazioni Unite, rifiutando ogni intervento militare straniero.

Nel maggio scorso, Algeria, Tunisia ed Egitto hanno ribadito nel quadro del meccanismo dei Paesi confinanti che la soluzione alla crisi deve essere politica e hanno respinto “tutte le forme di ingerenza esterna”, chiedendo inoltre il ritiro delle forze straniere, dei combattenti stranieri e dei mercenari.

È una posizione coerente con la dottrina ufficiale algerina, ma la sua applicazione va letta anche alla luce degli interessi strategici di Algeri. La Libia è infatti considerata da Algeri parte integrante della propria cintura di sicurezza meridionale e orientale. L’obiettivo algerino non è necessariamente quello di imporre un governo libico amico, quanto evitare che una potenza concorrente possa consolidare una presenza militare o politica a ridosso del confine.

La contraddizione emerge dunque sul piano dell’influenza: l’Algeria respinge formalmente le interferenze straniere in Libia, ma considera il dossier libico una questione di sicurezza nazionale sulla quale intende avere un ruolo determinante.

La diplomazia algerina è stata particolarmente attiva nel promuovere il dialogo tra le fazioni e nel mantenere rapporti con gli interlocutori libici, mentre la competizione tra attori esterni continua a condizionare il Paese. La situazione resta ulteriormente complicata dalla presenza di Russia, Turchia, Emirati ed Egitto, con interessi differenti nelle varie aree della Libia.

Le Nazioni Unite hanno continuato a cercare una via per unificare le istituzioni e arrivare alle elezioni, mentre ad agosto le fazioni rivali hanno raggiunto un’intesa per tenere elezioni presidenziali e legislative entro due anni. La rottura tra Algeri e Abu Dhabi aggiunge quindi un’altra linea di frattura a un dossier già caratterizzato da una forte competizione internazionale.

L’asse con Mosca e la politica delle alleanze

Un ulteriore elemento da considerare è il rapporto tra Algeria e Russia. Algeri e Mosca hanno formalizzato nel 2023 una dichiarazione di partenariato strategico approfondito, accompagnata da accordi e memorandum in diversi settori. I due Paesi hanno previsto un rafforzamento della cooperazione, anche militare, tecnologica ed energetica.

Il rapporto con Mosca non significa automaticamente che l’Algeria sia un “alleato russo” in senso pieno né che ogni sua decisione regionale risponda a direttive del Cremlino. Ma rappresenta una componente importante della strategia di autonomia strategica perseguita da Algeri. La cooperazione militare con la Russia è particolarmente significativa, considerando il ruolo storico delle forniture russe nelle forze armate algerine e gli interessi comuni nei settori della difesa e dell’energia.

Questa relazione acquista un peso ulteriore mentre l’Europa cerca di ridurre definitivamente la propria dipendenza energetica da Mosca. Il paradosso per Bruxelles è evidente: mentre l’Unione europea considera la Russia una minaccia strategica e sta procedendo verso il completo abbandono del gas russo, deve contemporaneamente mantenere un rapporto pragmatico con l’Algeria, che conserva legami strategici con Mosca.

L’Europa ha bisogno del gas algerino

È proprio l’energia a impedire all’Europa di trasformare le divergenze politiche con Algeri in una contrapposizione aperta. L’Algeria è oggi il terzo maggiore fornitore di gas dell’Unione europea e nel 2025 ha esportato verso il mercato europeo circa 35 miliardi di metri cubi tra gas via gasdotto e Gnl. La Commissione europea continua a definire Algeri un fornitore “importante e affidabile” e considera la cooperazione energetica con il Paese nordafricano una componente strutturale della sicurezza degli approvvigionamenti europei.

La relazione è quindi di interdipendenza: l’Europa ha bisogno del gas algerino per sostituire progressivamente quello russo, mentre l’Algeria ha bisogno del mercato europeo come principale sbocco per le proprie esportazioni energetiche. Bruxelles sta cercando contemporaneamente di aumentare la cooperazione con Algeri sulle rinnovabili, sull’efficienza energetica e sull’idrogeno, nel tentativo di trasformare la dipendenza dal gas in una relazione energetica più ampia.

La situazione crea però un’evidente zona grigia geopolitica. L’Europa chiede ai propri partner di allinearsi alla nuova architettura di sicurezza europea e di ridurre la dipendenza da Mosca, ma non può permettersi di compromettere i rapporti con un Paese che contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del continente.

La stessa Ue sta affrontando difficoltà nel completamento dell’uscita dal gas russo: nel 2025 la quota russa sulle importazioni europee era ancora intorno al 12 per cento e il processo di eliminazione completa è previsto entro il 2027.

Una potenza regionale che gioca su più tavoli

È in questo spazio di ambiguità che va collocata la politica estera algerina. Algeri si presenta come difensore del diritto internazionale, della sovranità e della non-ingerenza; allo stesso tempo costruisce una rete di rapporti politici, energetici e militari che le consente di accrescere il proprio peso nel Maghreb e nel Sahel.

La rottura con gli Emirati è emblematica. Algeri ha scelto una misura diplomatica estrema proprio mentre il confronto per l’influenza africana entra in una fase più competitiva. Il contrasto con Abu Dhabi riguarda il Sahara occidentale, Israele, il Sahel e la Libia, ma più in profondità riflette la lotta per definire quale modello di potenza regionale prevarrà nel Nord Africa: quello algerino, fondato su sovranità statale, apparato militare e autonomia strategica, o quello sostenuto dagli Emirati, caratterizzato da una politica estera più assertiva e da una rete di investimenti e alleanze che attraversa il mondo arabo e africano.

Per la Tunisia, il problema è particolarmente delicato. La presidenza della Lega Araba richiede equilibrio tra Stati che sono sempre più divisi, mentre il rapporto con Algeri è diventato troppo importante per essere messo in discussione senza costi. Il dossier libico impone inoltre una cooperazione inevitabile con Algeria ed Egitto, mentre la vicinanza geografica rende impossibile per Tunisi ignorare le dinamiche del Sahel.

La vera prova della presidenza tunisina sarà quindi proprio questa: riuscire a difendere una politica di sovranità e neutralità senza trasformarla, nei fatti, in una neutralità selettiva condizionata dai rapporti di forza regionali.

In questo senso, la crisi Algeria-Emirati rappresenta molto più di una controversia bilaterale. È il sintomo di un Nord Africa nel quale le vecchie frontiere diplomatiche contano sempre meno, mentre energia, sicurezza, migrazioni, Libia e controllo delle rotte verso il Sahel diventano strumenti di potere.

E l’Europa, pur criticando o osservando con cautela alcune scelte di Algeri, è costretta a mantenere aperto il dialogo: perché nel nuovo equilibrio mediterraneo il gas algerino resta, almeno nel medio periodo, troppo importante per essere sostituito rapidamente.

Vanessa Tomassini
Vanessa Tomassini

Iscriviti alla newsletter di StrumentiPolitici