Zelensky sta giocando col fuoco: rischia seriamente di bruciarsi
I colpi inferti dai droni ucraini agli aerodromi russi potranno pure considerarsi un successo tattico per i servizi di Kiev, ma il loro costo strategico e politico potrebbe rivelarsi fatale. E a pagarlo sarà Zelensky.
L’Operazione Ragnatela dello SBU
A organizzare la cosiddetta “Operazione Ragnatela” sono stati gli uomini dello SBU, l’agenzia dei servizi segreti che risponde direttamente al presidente Zelensky. Dunque tutto fa capo a lui, sia il successo di tali azioni che le loro ripercussioni. E quella che è apparso inizialmente come una chiara vittoria si sta gradualmente trasformando in qualcosa di negativo. A partire dal numero di attacchi respinti, superiore al numero di quelli subiti, ai velivoli effettivamente neutralizzati, molto inferiore a quello sbandierato da Kiev, fino alla replica che sta applicando Mosca, con droni e missili che colpiscono obiettivi in tutto il Paese, pare anche nella capitale ucraina. Insomma, Zelensky sta ottenendo il risultato opposto a quello che pensava di acquisire, cioè scoraggiare il Cremlino o addirittura “costringerlo” a negoziare, come ama talvolta dichiarare il leader ucraino.
Washington in grave imbarazzo
Un altro risultato è stato mettere in forte imbarazzo la Casa Bianca col Cremlino. Si sono rincorse per giorni le voci sul fatto se Washington fosse a conoscenza dell’operazione o meno, se gli ucraini lo avessero comunicato troppo tardi per essere dissuasi o se magari gli americani fossero stati addirittura d’accordo. Tutto smentito, ma gli sforzi di dialogo fatti da Trump nelle ultime settimane sono stati seriamente danneggiati. Quel che è certo è che a Zelensky non interessa la pace. I suoi delegati si presentano ai negoziati in Turchia vestiti in tenuta paramilitare, sebbene in fondo potrebbe essere solo un dettaglio, una posa per la propaganda interna e per quella occidentale. Pesa invece il fatto che le azioni clamorose contro le infrastrutture militari russe sono state effettuate a ridosso del round di trattative, allo scopo di compromettere il processo negoziale faticosamente avviato a marzo.
La manina angloamericana
Un aiutino angloamericano al “lavoro” dello SBU è comunque probabile. Fa strano pensare che l’intelligence USA fosse completamente all’oscuro dei preparativi. In fondo, i dati dei satelliti statunitensi sono ancora a disposizione dei militari ucraini, sebbene Trump minacci costantemente di interrompere l’assistenza. L’ambasciatore russo in Gran Bretagna Andrey Kelin ha detto di non credere che gli USA siano direttamente coinvolti. Il Regno Unito invece sì. Il diplomatico ha fatto notare che il livello di preparazione e di tecnologia per l’Operazione Ragnatela implicherebbe un aiuto britannico agli ucraini. E se Washington ha respinto ogni sospetto, Londra non ha voluto nemmeno commentare il possibile ruolo dei suoi specialisti. Anzi, uno dei ministri del governo Starmer ha ribadito il supporto bipartisan alla causa di Kiev.
Zelensky “fuori controllo”
Ma non tutti i politici britannici stanno incondizionatamente dalla parte di Zelensky. Anzi vi è chi lo critica apertamente. Il barone Campbell-Savours, membro della Camera dei Lord, ha sottolineato come l’operazione Ragnatela abbia minato l’iniziativa di pace di Trump e rafforzato la determinazione dei russi. Rivolgendosi al Parlamento, il politico labour fa una domanda retorica: Come potremmo mai garantire una conciliazione ed evitare che spese considerevoli per la difesa vengano imposte ai contribuenti europei se a Zelensky è permesso di agire in modo sconsiderato con azioni unilaterali, mandando così all’aria qualunque prospettiva di un rapido accordo? Conclude: Non possiamo contare su Zelensky. È fuori controllo.
Critiche in patria
E se rischia dunque di bruciarsi l’appoggio esterno, quello interno è già compromesso. Basti pensare alle recenti dichiarazioni del sindaco di Kiev, suo ex alleato fedele e oggi divenuto uno dei suoi critici più feroci. Qualche giorno fa Vitalii Klitschko ha rilasciato un’intervista proprio al giornale britannico The Time, nella quale accusa il governo di Zelensky di “puzzare di autoritarismo”. La sua amministrazione comunale è stata di fatto commissariata dalle autorità e sottoposta a indagini e arresti, che lui ritiene una vera e propria persecuzione personale. Anzi, una purga di principi e istituzioni democratiche fatta col pretesto della guerra.
Per Zelensky l’inizio della fine
Secondo il giornale polacco Myśl Polska, l’operazione ha solamente la parvenza di un clamoroso smacco ai russi, mentre la sostanza è quella dell’inizio della fine per Zelensky. Infatti in un colpo solo ha catalizzato su di sé troppi elementi negativi. L’irritazione di Trump, la paura degli europei di una risposta addirittura nucleare da parte di Mosca, il messaggio ai russi e agli stessi alleati occidentali di voler intensificare il conflitto, e così via. L’azione coi droni potrebbe addirittura essere “l’ultimo chiodo” sulla bara di Zelensky: quella politica, ma non si esclude quella vera e propria.
Il nuovo presidente polacco
Curioso come tale fosca previsione venga proprio da Varsavia, dove è appena stato eletto un presidente che se certamente non è filo-russo, non è nemmeno filo-ucraino. Karol Nawrocki è un nazionalista che rinfaccia all’Ucraina i crimini e i massacri di civili polacchi commessi durante la Seconda Guerra mondiale da coloro che oggi celebra come suoi “eroi”. Più che combattere Mosca, al nuovo presidente interessa regolare i conti con Kiev, non obbedire ai diktat di Bruxelles. E infatti non vuole l’Ucraina né membro della UE né della NATO.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.

