Tunisia: quando la pluralità diventa patrimonio dello Stato
Mentre in un’Europa sempre più attraversata da una stanchezza identitaria che spesso trasforma la differenza culturale e religiosa in un problema da contenere, dalla sponda sud del Mediterraneo arriva una lezione meno rumorosa e forse proprio per questo più interessante: quella di uno Stato che, almeno sul terreno della tutela del patrimonio, sembra voler trattare la pluralità non come una minaccia, ma come una componente della propria storia.
Il governo tunisino ha avviato un ampio programma di censimento, tutela e valorizzazione del patrimonio religioso cristiano ed ebraico presente sul territorio nazionale per preservare la “memoria plurale” del Paese. Il progetto è promosso dal ministero degli Affari culturali, guidato dalla ministra Amina Srarfi, e punta a ricostruire in maniera organica la consistenza, lo stato e la situazione giuridica degli edifici di culto non musulmani presenti nel Paese.
Una storia di convivenza e stratificazioni
La Tunisia non è un Paese che abbia bisogno di inventarsi una tradizione di convivenza. La sua storia è, per definizione, una storia di stratificazioni. Fenici, romani, cristiani, ebrei, arabi, ottomani, europei: ogni epoca ha lasciato una traccia, e molte di queste tracce sono ancora visibili nelle città, nei quartieri, negli edifici e nei luoghi di culto.
È dentro questa lunga sedimentazione che va letto anche il lavoro avviato dal ministero degli Affari culturali tunisino. Nel corso di una riunione tecnica al ministero della Cultura di Tunisi è stato effettuato un primo inventario complessivo di chiese, sinagoghe e altri luoghi di culto cristiani ed ebraici. Il lavoro consentirà di aggiornare i registri catastali e di chiarire lo status giuridico degli immobili assegnati all’amministrazione pubblica, anche con l’obiettivo di affrontare eventuali controversie di natura fondiaria e amministrativa.
Valorizzazione statale del patrimonio
Parallelamente, le autorità tunisine intendono procedere a una valutazione delle condizioni strutturali degli edifici. Una parte del patrimonio, infatti, presenta deterioramenti legati al trascorrere del tempo e potrebbe richiedere interventi di manutenzione, riqualificazione e restauro, con la previsione di specifici stanziamenti. Per gli eventuali lavori, il ministero intende fare riferimento ai protocolli tecnici internazionali per la conservazione dei monumenti, nel rispetto dell’integrità architettonica originaria e delle caratteristiche specifiche di ciascun edificio.
Lo scorso marzo, la ministra Srarfi ha seguito direttamente il progetto di riqualificazione dell’antica chiesa di Sfax, un intervento fermo da anni per questioni tecniche e fondiarie. Non è un dettaglio amministrativo. È precisamente qui che il patrimonio smette di essere una fotografia del passato e diventa una scelta politica del presente.
La memoria non appartiene soltanto alla maggioranza
La questione è particolarmente significativa in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Un rapporto del ministero degli Affari religiosi indica la presenza sul territorio tunisino di almeno 13 sinagoghe e 20 chiese cristiane sottoposte alla supervisione istituzionale, in cooperazione con il ministero degli Affari culturali.
Numeri che raccontano una realtà spesso oscurata dalle rappresentazioni semplificate del Mediterraneo: la Tunisia non è soltanto il Paese delle moschee, dei souk e della tradizione arabo-musulmana. È anche il Paese della Ghriba di Djerba, una delle più antiche sinagoghe del Mediterraneo; delle chiese cattoliche costruite prima e durante il periodo della presenza europea; dei cimiteri ebraici e cristiani; delle architetture italiane e francesi disseminate nella capitale e nelle città costiere.
Questa pluralità non è un elemento estraneo alla Tunisia. È parte della sua genealogia.
La comunità ebraica tunisina, in particolare, affonda le proprie radici in un passato molto più antico del protettorato francese. La sua presenza a Djerba, a Tunisi e in altre aree del Paese costituisce uno dei capitoli più importanti della storia mediterranea. Allo stesso modo, la presenza cristiana non può essere ridotta all’eredità coloniale: il cristianesimo nordafricano ha radici antichissime, legate alla stessa Cartagine e a figure come Sant’Agostino. Persino ciò che oggi appare come un monumento europeo racconta dunque una storia più complessa di quella suggerita dalla sua facciata.
Cartagine, dove le epoche si sovrappongono
Non esiste luogo migliore di Cartagine per comprendere questa logica. Sulla collina di Byrsaconvivono, quasi sovrapposti, i resti della Cartagine punica e romana, l’antica acropoli, il museo, l’ex seminario dei Padri Bianchi e l’antica cattedrale di San Luigi.
Quest’ultima, costruita alla fine dell’Ottocento, è stata dismessa dal culto e ceduta allo Stato tunisino dopo gli accordi con il Vaticano del 1964. Da allora è diventata l’Acropolium, uno spazio culturale. È difficile immaginare una metafora più efficace del Mediterraneo: sotto lo stesso cielo, la città punica, Roma, il cristianesimo nordafricano, la presenza europea e la Tunisia indipendente.
E oggi lo Stato tunisino sta cercando di trasformare questa sovrapposizione storica in un progetto contemporaneo. La riqualificazione dell’Acropoli di Byrsa e del Museo nazionale di Cartagine comprende anche l’antica cattedrale di San Luigi e punta a ricomporre in un unico percorso patrimonio archeologico, architettura, cultura e turismo. Il recente progetto di illuminazione del sito, durante il Festival internazionale di Cartagine ospitato dall’antico anfiteatro romano, è parte di una più ampia idea di valorizzazione notturna della collina e dei suoi monumenti. La scelta è tutt’altro che neutrale. Illuminare un edificio, restaurarlo, inserirlo in un circuito culturale significa dire che quell’edificio appartiene alla memoria collettiva e che quella memoria merita di essere vista.
Il patrimonio come bene pubblico
È questo forse il punto più interessante della vicenda tunisina. Per troppo tempo il dibattito sulla diversità religiosa in Europa è stato confinato alla domanda su quanto una minoranza possa essere visibile senza mettere in discussione l’identità della maggioranza. Una sinagoga, una processione, una festa religiosa, una chiesa o un simbolo confessionale vengono frequentemente trascinati dentro una discussione più ampia sull’immigrazione, sull’integrazione e sui confini culturali.
La prospettiva tunisina suggerisce un’altra domanda: perché ciò che appartiene alla storia di una minoranza non dovrebbe appartenere anche alla storia della maggioranza?
È una differenza sostanziale
Se una sinagoga viene restaurata perché rappresenta una pagina della storia nazionale, non viene restaurato soltanto un luogo di culto ebraico. Viene restaurata la storia della Tunisia. Se un’antica chiesa viene conservata come bene culturale, non si sta necessariamente celebrando una confessione: si sta riconoscendo il carattere plurale del territorio.
Il passaggio decisivo è quindi quello dalla tolleranza alla patrimonializzazione. La tolleranza dice: «Ti permetto di esistere». Il patrimonio dice: «La tua storia fa parte della mia».
Una storia mediterranea, non un’importazione europea
È qui che anche la presenza italiana acquista un significato particolare. Nel XIX secolo migliaia di italiani, e in particolare siciliani, attraversarono il Mediterraneo stabilendosi in Tunisia. La Goulette, Tunisi, Radès e altri centri costieri divennero luoghi di una società profondamente mediterranea, nella quale lingue, mestieri, cucine, confessioni e tradizioni si incontravano quotidianamente. Ridurre questa storia alla categoria del “periodo coloniale” sarebbe altrettanto semplicistico quanto ignorare il peso del colonialismo.
La realtà è più complessa: la presenza italiana precedette il protettorato francese e produsse una società urbana nella quale le identità si mescolarono senza necessariamente cancellarsi. È proprio questa complessità che oggi il patrimonio può restituire. La Tunisia non deve scegliere tra una memoria araba e una memoria europea, tra una storia musulmana e una storia ebraica o cristiana. Può, almeno sul piano culturale, riconoscere che tutte queste componenti hanno contribuito a costruire il Paese contemporaneo.
Non è una favola sulla Tunisia
Naturalmente sarebbe ingenuo trasformare questa vicenda in una favola sulla perfetta convivenza mediterranea. La tutela del patrimonio non cancella le tensioni sociali, economiche e politiche. E non basta restaurare una chiesa o una sinagoga per garantire automaticamente una società pluralista. La Tunisia, come ogni altro Paese, ha le proprie contraddizioni e le proprie fragilità.
Ma proprio per questo il tema merita attenzione. Perché la politica culturale non è decorazione. È una forma di definizione della comunità nazionale. Quando un ministero decide quali edifici proteggere, quali memorie conservare e quali monumenti restituire alla fruizione pubblica, stabilisce implicitamente anche chi ha il diritto di essere ricordato. E la decisione di ricordare anche le minoranze dice qualcosa di molto preciso sul concetto di nazione.
La vera sfida è trasformare la memoria in futuro
La Tunisia potrebbe dunque offrire all’Europa una lezione inattesa, non perché abbia trovato una formula perfetta per la convivenza, ma perché mostra quanto possa essere potente una diversa concezione del patrimonio. La pluralità non deve essere necessariamente un capitolo del dossier sulla sicurezza. Può essere un bene pubblico. Una sinagoga non deve essere soltanto un luogo frequentato dalla comunità ebraica. Una chiesa non deve essere soltanto il luogo di culto dei cristiani. Un quartiere italiano non deve essere soltanto una testimonianza nostalgica dell’emigrazione. Tutti possono diventare frammenti della memoria condivisa. È una distinzione importante anche per l’Europa.
Perché un’identità nazionale abbastanza solida da includere le proprie stratificazioni non è un’identità più debole. È, al contrario, un’identità che non ha bisogno di cancellare ciò che l’ha preceduta per affermare se stessa.
A Cartagine questa verità è quasi fisicamente visibile: basta guardare la collina di Byrsa. Non c’è una civiltà che abbia cancellato completamente quella precedente. Ci sono strati. La Tunisia, oggi, sembra voler dire che quegli strati non sono un problema da risolvere. Sono il patrimonio. E forse è proprio questa la lezione più politica: uno Stato non diventa più forte quando decide quale parte della propria storia merita di essere ricordata e quale no. Diventa più forte quando riesce a riconoscere che la propria identità è fatta anche delle differenze che l’hanno attraversata.

Vanessa Tomassini è una giornalista pubblicista, corrispondente in Tunisia per Strumenti Politici. Nel 2016 ha fondato insieme ad accademici, attivisti e giornalisti “Speciale Libia, Centro di Ricerca sulle Questioni Libiche, la cui pubblicazione ha il pregio di attingere direttamente da fonti locali. Nel 2022, ha presentato al Senato il dossier “La nuova leadership della Libia, in mezzo al caos politico, c’è ancora speranza per le elezioni”, una raccolta di interviste a candidati presidenziali e leader sociali come sindaci e rappresentanti delle tribù.
Ha condotto il primo forum economico organizzato dall’Associazione Italo Libica per il Business e lo Sviluppo (ILBDA) che ha riunito istituzioni, comuni, banche, imprese e uomini d’affari da tre Paesi: Italia, Libia e Tunisia. Nel 2019, la sua prima esperienza in un teatro di conflitto, visitando Tripoli e Bengasi. Ha realizzato reportage sulla drammatica situazione dei campi profughi palestinesi e siriani in Libano, sui diritti dei minori e delle minoranze. Alla passione per il giornalismo investigativo, si aggiunge quella per l’arte, il cinema e la letteratura. È autrice di due libri e i suoi articoli sono apparsi su importanti quotidiani della stampa locale ed internazionale.

