Nell’accordo nucleare USA-Iran la Russia emerge come arbitro e custode

Nell’accordo nucleare USA-Iran la Russia emerge come arbitro e custode

28 Aprile 2025 0

Si susseguono i round di colloqui fra gli emissari di Washington e Teheran per trovare la quadra di nuovo accordo sul nucleare iraniano. Si delinea nel frattempo un ruolo importante per Mosca, che potrebbe venir designata come custode sia dei depositi di uranio che delle clausole dell’accordo stesso.

I colloqui

Il 20 aprile si è tenuto a Roma un negoziato, mediato dall’Oman, fra il rappresentante degli USA Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. È stato il primo di una serie a stretto giro di posta, seguito pochi giorni dopo da un incontro a Ginevra e poi da uno proprio in Oman, il cui Ministro degli Esteri ha specificato lo scopo degli sforzi comuni. Si vuole raggiungere un accordo “equo, sostenibile e vincolante” per garantire che Teheran non abbia più la tecnologia nucleare militare, ma nemmeno sia gravata dalle sanzioni che subisce da decenni. Il nucleare civile viene comunque fatto salvo. L’obiettivo dell’amministrazione Trump è chiudere l’accordo entro 60 giorni, quindi prima dell’estate. Per farlo, Washington alterna bastone e carota: offre l’annullamento delle sanzioni che limitano l’attività economica e finanziaria, ma ammonisce sulla possibilità di effettuare attacchi contro gli impianti nucleari iraniani qualora Teheran dovesse rifiutare l’intesa.

Uranio arricchito e garanzie

Proprio la conservazione e l’eliminazione dei depositi di uranio arricchito rappresenta una delle principali questioni sul tavolo. L’altra invece è costituita dalle garanzie esterne che l’Iran vorrebbe per il caso in cui gli USA non rispettassero l’impegno di togliere le sanzioni. Se Teheran otterrà una risposta soddisfacente su questi due punti, allora lascerà che gli ispettori dell’ONU e dell’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, monitorino il suo programma nucleare civile. L’Iran ricorda molto bene quando nel 2018 Trump, al suo primo mandato, ritirò gli USA dall’accordo in vigore dal 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), che coinvolgeva anche l’Unione Europea, il Regno Unito, la Francia, la Germania, la Russia e la Cina. Gli USA avevano in seguito reintrodotto le sanzioni secondarie, sospese due anni prima. È chiaro quindi che Teheran voglia tutelarsi contro il ripetersi di tale eventualità.

La minaccia statunitense

I messaggi che arrivano dagli Stati Uniti sono talvolta contraddittori. Teheran non prende bene le spacconate di Trump sui possibili attacchi aerei, talvolta seguiti da vere incursioni, inferte comunque non direttamente all’Iran ma solo contro i gruppi suoi alleati. Gli iraniani pare non vogliano accettare subito le proposte americane, di sicuro non sotto la minaccia di un attacco dal cielo. Anzi a loro volta avvertono di poter provare a costruire l’arma nucleare con la quantità di uranio arricchito a loro disposizione. Appesantiscono l’atmosfera anche le dichiarazioni dello stesso Witkoff e di altri esponenti del governo USA, che poi si scusano dicendo si trattava di parole destinate all’arena politica interna, non alle relazioni estere. Dunque gli USA vogliono eliminare completamente qualunque velleità nucleare iraniana, pure quella dell’energia civile? Oppure sono disposti a lasciare quest’ultima dopo aver fatto chiudere il programma militare? Teheran vuole garanzie in proposito.

Qui entra in gioco Mosca

A scanso di equivoci, Teheran vorrebbe tenersi in casa tutte le riserve di uranio, in modo da non esporre a rischio di eliminazione pure quelle destinate al nucleare civile. Gli USA invece ammettono che al massimo vengano custodite da un Paese terzo. Ad esempio la Russia, di cui l’Iran si fiderebbe, considerato l’accordo strategico che i due Paesi hanno firmato lo scorso gennaio e considerato che USA e Iran preferirebbero tener fuori dai giochi gli enti internazionali come l’ONU. Per Mosca sarebbe l’occasione di lasciare indietro Gran Bretagna, Francia e Germania, ancora convinte di contare molto sul piano internazionale. E proprio a Mosca sono andati nei giorni scorsi sia Witkoff che Araghchi, oltre allo stesso sultano dell’Oman Haitham bin Tariq al-Said. Nei loro colloqui al Cremlino hanno discusso i progressi fatti nei negoziati USA-Iran e l’aiuto che la Russia è disposta a dare.

Comunanza di visone con la Cina

L’importanza di Mosca deriva anche dall’essere una dei firmatari del precedente accordo, il JCPOA. Inoltre, a seguito degli attacchi americani e israeliani contro postazioni di gruppi legati all’Iran, i russi avevano avvertito delle catastrofiche conseguenze di tale atteggiamento da parte di USA e Israele. La Russia ha detto in modo piuttosto esplicito che azioni simili, se condotte direttamente sul territorio iraniano, sarebbe illegali e porterebbero a un disastro in tutto il Medio Oriente. Araghchi intanto si è recato a Pechino, perché la Cina è sulla stessa linea della Russia e sottolinea come l’unica via praticabile per risolvere la questione del nucleare iraniano sia quella dell’impegno politico e diplomatico basato sul rispetto reciproco. E soprattutto sul rispetto del diritto dell’Iran di sviluppare i suoi programmi di energia nucleare ad uso civile.

Vincenzo Ferrara
VincenzoFerrara

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