Myanmar, il partito dei militari stravince le elezioni, ma l’ASEAN non riconosce il risultato
Vittoria tanto larga quanto scontata per lo Union Solidarity and Development Party (USDP), il partito dei militari che oggi governano il Myanmar. Avevano aver preso il potere con il golpe del 2021, dopo aver rovesciato il precedente governo eletto, al quale partecipava anche il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, figura molto popolare nel Paese e ancora sotto arresto.
I risultati
Il 25 gennaio si è conclusa la terza fase delle elezioni generali. L’USDP ha ottenuto 232 scranni su 263 alla Camera bassa e 109 su 157 a quella alta. Il sistema elettorale prevede che ai membri delle Forze armate sia garantito un quarto dei posti all’Assemblea dell’Unione, il Parlamento birmano. In questo modo mantengono una leva di controllo sul governo che da oggi sarà formalmente di tipo civile. Molti commentatori descrivono l’USDP come diretta espressione politica dei militari, perché in effetti il partito è pieno di ex ufficiali di alto grado. Il portavoce governativo Zaw Min Tun ha dichiarato che il Parlamento ora è in condizioni di eleggere un presidente. Lo farà a marzo, mentre ad aprile si insedierà il nuovo governo.
Opposizioni e irregolarità
Diversi partiti hanno rifiutato di correre alle elezioni per non legittimare in alcun modo le elezioni indette dai militari, mentre il partito di San Suu Kyi, il National League for Democracy, è stato dissolto insieme a molti altri. Alla fine, i partiti ai quali nel 2020 apparteneva il 90% dei deputati non hanno partecipato alla tornata. Le elezioni si sono tenute in aree sotto il diretto controllo dei militari e hanno escluso una grossa fetta di popolazione, come gli sfollati e le minoranze, i Rohingya in particolare, ai quali viene negata la cittadinanza e dunque anche il diritto di voto. Lo dice un rapporto dell’agenzia ONU per i diritti umani, il cui Alto commissario Volker Turk spiega che i cittadini sono stati influenzati dalla paura nella loro scelta di votare o meno.
Le violenze continuano
La giunta militare aveva presentato queste elezioni come opportunità di riconciliazione nazionale, ma le fazioni ribelli continuano a ritenere illegittimo il suo potere. E la sanguinosa guerra civile va avanti. Circa 400 persone sono state arrestate in base alla “legge per la protezione delle elezioni”, mentre 170 civili sono stati uccisi dai numerosi raid aerei effettuati proprio nei giorni delle votazioni. A loro volta, gruppi di ribelli armati hanno attaccato i seggi e gli esponenti delle commissioni elettorali. Oltre alle accuse e alle preoccupazioni espresse dai Paesi occidentali e dai gruppi internazionali per i diritti umani, l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) ha comunicato di non riconoscere le elezioni birmane.

Raccogliere le voci dei protagonisti dalle varie parti del mondo e documentare i numeri reali inerenti ai grandi dossier e questioni d’attualità è il modo migliore e più serio per fare informazione. L’obiettivo finale è fornire gli strumenti ad ogni lettore e lettrice per farsi una propria opinione sui fatti che accadono a livello mondiale.

