La vera garanzia di sicurezza per Kiev è tenerla fuori dalla NATO

La vera garanzia di sicurezza per Kiev è tenerla fuori dalla NATO

22 Settembre 2025 0

In Europa proseguono i dibattiti e i colloqui per stabilire quale sia la garanzia di sicurezza migliore per l’Ucraina. Aumenta lo scetticismo e persino il timore verso il programma iniziale avanzato da Macron per il contingente europeo di “rassicurazione” da dispiegare sul campo. Sull’American Conservative, Ted Snider spiega la non fattibilità di tale soluzione, le fallacie alla sua base e la sua intrinseca pericolosità.

Garanzie di sicurezza e ingresso nella NATO

La guerra in Ucraina sta andando verso l’inevitabile conclusione. Potrebbero volerci ancora molti mesi, ma la Russia vincerà sul campo e l’Ucraina rimarrà senza parte dei territori e senza l’ingresso nella NATO. In queste circostanze, Kiev avrebbe ogni incentivo a siglare un’intesa invece che aspettare una sconfitta tremenda. Non vi è alcun dubbio che abbia bisogno di garanzie su cui fare affidamento, un punto su cui oggi persino la Russia è d’accordo. Occorre però considerare il contesto storico per tale requisito nel momento in cui lo si va a soddisfare.

L’Ucraina dovrà sì avere garanzie per essere sicura che la Russia non invada un’altra volta. Si ricordi però che la Russia non avrebbe invaso se gli USA e la NATO fossero stati disposti a negoziare le proposte di sicurezza che Mosca aveva presentato nel dicembre 2021. Una delle richieste chiave era l’assicurazione da parte della NATO che non avrebbe accettato Kiev come membro. L’ex segretario generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg ha ammesso che la proposta di sicurezza conteneva il rifiuto della membership ucraina come pre-condizione per non invadere il Paese. Tuttavia, quando USA e NATO l’hanno rigettata, la Russia ha preso la decisione di lanciare l’operazione speciale. Se invece Bruxelles avesse chiuso la porta all’entrata di Kiev, con tutta probabilità la Russia non avrebbe dato fuoco alle polveri.

Se Kiev si fosse impegnata a…

E anche ad ostilità iniziate Mosca era pronta a fermare la sua “operazione speciale” se l’Ucraina avesse acconsentito a rigettare l’idea di diventare membro della NATO. Il capo della delegazione di Kiev alle tavolo delle trattative in Turchia, allestito a Istanbul nelle prime settimane del conflitto, dice che il punto chiave su cui insistevano i russi per terminare lo scontro era che l’Ucraina non avrebbe aderito all’Alleanza Atlantica. Erano pronti a mettere fine alla guerra se noi ci fossimo impegnati a non aderire alla NATO. E allora se USA e Regno Unito non avessero incoraggiato Kiev ad abbandonare la diplomazia per insistere coi combattimenti, Mosca probabilmente avrebbe concluso in fretta la sua guerra.

Mentre Kiev vorrebbe garanzie di sicurezza sotto forma di membership dell’Alleanza, l’assicurazione più importante per la sua futura sicurezza è proprio l’opposto: un impegno credibile da parte sua e della NATO che l’Ucraina rimanga neutrale e non entri mai nell’alleanza occidentale. La storia suggerisce che la cooperazione Ucraina-NATO è proprio la ragione principale per la quale Mosca ha scatenato le armi. Se il conflitto si concluderà con la promessa vincolante che la NATO non starà in Ucraina e che l’Ucraina non entrerà nella NATO, allora la causa primaria sarà rimossa, il problema risolto e Kiev avrà la sua più forte garanzia di sicurezza. Tuttavia Zelensky e alcuni leader europei, oltre ai media occidentali, dicono di non fidarsi degli impegni presi dai russi. La dimostrazione secondo loro sta nel fatto che Mosca avrebbe tradito il Memorandum di Budapest.

Il Memorandum di Budapest

Firmato nel dicembre 1994, il Memorandum di Budapest stabiliva che Kiev avrebbe rinunciato alle armi nucleari in cambio di impegni per la sua sicurezza. L’argomento tirato in ballo è che nel momento in cui Mosca ha invaso, ha violato quel trattato. Ma tale argomento presenta due punti deboli. Il primo è che l’attuale conflitto dovrà terminare dando delle reali garanzie, mentre il Memorandum parlava solo di rassicurazioni. Magari sembra una sterile distinzione, ma Glenn Diesen riferisce che l’ex ambasciatore americano in Ucraina Steven Pifer – che aveva fatto parte di quella delegazione a Budapest – ha spiegato che Washington era stata esplicita nel non permettere che le assicurazioni venissero confuse con le garanzie in modo da evitare “un impegno legalmente vincolante”.

Nel 2013, quando gli USA imposero sanzioni alla Bielorussia, altra nazione protetta dal Memorandum, l’ambasciata americana a Minsk giustificò la mossa dicendo appunto che tale intesa non era vincolante sul piano giuridico, come racconta Diesen. L’altra obiezione che si può muovere è che al momento dell’invasione nel 2022 le circostanze erano certamente cambiate rispetto al 1994 e il Memorandum era già stato violato e reso obsoleto. L’Alleanza Atlantica infatti si stava espandendo andando sempre più vicina ai confini russi, mentre l’Ucraina stava diventando una testa di ponte in funzione anti-russa e pesantemente armata dall’Occidente. Inoltre i diritti dei russofoni etnici in Ucraina erano minacciati, così come lo era il Donbass a livello militare. Così la Russia era venuta a trovarsi in una condizione in cui vedeva sé stessa come una controparte con esigenze di sicurezza da soddisfare.

Cambiamento cruciale

Il cambiamento cruciale iniziò quando fu l’America e non la Russia a violare tale Memorandum. Il documento attesta che la sovranità ucraina non può essere violata da uno Stato firmatario subordinandolo ai propri interessi. Nel 2014 però Washington fece l’esatto contrario, cioè sostenne un colpo di Stato a Kiev. Diesen cita l’ex ambasciatore a Mosca, secondo cui la Russia si è attenuta strettamente a quanto chiedeva il Memorandum, ma il golpe del 2014 aveva creato “una situazione internazionale radicalmente differente” e Mosca era dunque autorizzata a ignorare l’accordo. Ciò non legittima l’invasione, ma indebolisce l’argomento che non bisogna fidarsi dei russi. Inoltre rafforza l’argomento di dare all’Ucraina garanzie legalmente vincolanti invece che semplici rassicurazioni. Ora sembra che l’Ucraina non farà parte della NATO, ma Kiev e i suoi alleati stanno spingendo su alcune sfide alle garanzie di sicurezza.

I tre punti principali

Le garanzie di sicurezza in discussione da parte di Ucraina, Europa e USA coinvolgono tre aspetti. 1) L’Ucraina orientale diventerebbe una zona demilitarizzata gestita da peacekeeper neutrali appartenenti a uno Stato concordato insieme da Kiev e Mosca. 2) Le Forze armate ucraine rimarrebbero armate e poi addestrate dai membri della NATO. 3) I Paesi europei dislocherebbero truppe nell’Ucraina occidentale. Su quest’ultimo punto sorgerebbero tre ordini di problemi, tutti potenzialmente fatali per i colloqui di pace. Il primo è che, come evidenziato regolarmente dai leader continentali, ciò non funzionerebbe senza l’impegno americano di supportare militarmente le forze europee qualora venissero attaccate. L’amministrazione Trump a specificamente e ripetutamente escluso di schierare sul campo i soldati statunitensi. Mentre Trump ha suggerito l’ipotesi di fornire un qualche genere di appoggio aereo, all’Europa mancano truppe e finanze per mantenere la sua promessa senza un coinvolgimento più intenso da parte di Washington.

I problemi dei Volenterosi e del loro contingente

Le economie continentali più potenti, cioè Francia, Germania e Gran Bretagna, stanno tutte affrontando una crisi finanziaria. Parigi e Londra, che sono le più “volenterose” nella promessa di contribuire in una certa misura al contingente militare, potrebbero arrivare insieme a raggruppare una forza di peacekeeping di sole 6-10mila unità. In Europa si era invece parlato di una missione da 30mila soldati, sapendo che il necessario sarebbe di almeno 50-100mila. Prive di una “rete di protezione” americana, le garanzie di sicurezza non funzionerebbero, come hanno sistematicamente ammesso i leader europei.

Il secondo problema è che il piano di sicurezza è fallito in partenza in quanto Mosca non lo approverebbe. La ragione primaria per l’operazione speciale russa è appunto tenere l’Ucraina fuori dalla NATO e la NATO fuori dall’Ucraina. E invece gli europei stanno organizzando il modo di piazzarci le truppe dell’Alleanza Atlantica. Certamente la Russia non accetterebbe di fermarsi in una guerra che sta vincendo solo per vedere realizzare l’esito che vuole impedire.

Manca il consenso popolare

E infine, non è solo il Cremlino a opporsi ai soldati europei in Ucraina, sono anche gli stessi europei. Lo Wall Street Journal riferisce l’elevata opposizione al programma soprattutto nei Paesi dell’Europa Orientale, nei quali l’opinione pubblica è prudente rispetto all’idea di togliere uomini dai propri confini. Lo stesso si registra in Germania e in Italia. Pure nel Regno Unito e in Francio il consenso è instabile. La Polonia ha già chiarito che non manderà soldati: l’87% dei polacchi non dovrebbe in modo assoluto o con pochissima probabilità inviare truppe in Ucraina. Un risultato diplomatico di successo nel porre fine al conflitto richiederà un’architettura di sicurezza che comprenda la situazione reale e quella storica delle parti in causa. Dovrebbe cioè includere non soltanto l’Ucraina, ma tutta l’Europa e anche la Russia, magari riuscendo a gettare le fondamenta di quella pace che non è stata colta con l’occasione della fine della Guerra Fredda.

Redazione Strumenti Politici
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