Kiev punta i piedi: riforme poco o niente, ma che la UE dia lo stesso i soldi!

Kiev punta i piedi: riforme poco o niente, ma che la UE dia lo stesso i soldi!

5 Agosto 2026 0

Bruxelles si sforza intensamente di ignorare l’elefante nella stanza che sta bloccando l’adesione dell’Ucraina. Tanti soldi dei contribuenti europei elargiti a Kiev (e che da lì finiscono in diverse tasche), ma in cambio il governo ucraino non sta facendo le riforme che gli sono state chieste.

Riforme che non arrivano

Su certe iniziative di Zelensky poco consone ai valori europei, come l’onorificenza ai collaborazionisti del Terzo Reich, e sui maneggi con cui il presidente scaduto fa e disfa i governi, la Commissione von der Leyen tiene chiuso non uno, ma entrambi gli occhi. Eppure non può far nulla per agevolare la membership di Kiev finché il parlamento di quest’ultima non approva le riforme necessarie ad adeguarsi agli standard imposti dai Trattati.

Secondo le stime di un gruppo di ONG locali, oggi è passato appena il 15% delle leggi necessarie. E dei sei capitoli negoziali ne sono stati aperti solo due, con gli altri quattro rimasti in sospeso anche per ragioni politiche. Il piano in dieci punti siglato lo scorso dicembre dalla commissaria per l’Allargamento Marta Kos e dal ministro ucraino per l’Integrazione europea non è stato implementato un granché. Kiev è rimasta indietro soprattutto dal punto di vista delle riforme del sistema giudiziario ed è ciò che preoccupa di più la UE, perché nel frattempo continuano a verificarsi ad alti livelli scandali di corruzione e abusi di potere.

Gli ucraini puntano i piedi

Sembra quasi che l’Ucraina, che pure da anni grida il proprio desiderio di diventare un membro dell’Unione Europea quasi come fosse un diritto naturale, cerchi disperatamente di proteggere il proprio apparato statale dai cambiamenti richiesti da Bruxelles. I funzionari e i burocrati europei cercano con delicatezza di fare pressione e di influenzare i processi decisionali interni, ma con scarso effetto. Anzi, a Kiev si mormora che prima o poi si stuferanno di insistere e smetteranno di chiedere adeguamenti ai loro parametri.

Ma qualche passo avanti nella direzione indicata gli ucraini lo dovranno pur fare, se vogliono ricevere le prossime tranche del mega-prestito da 90 miliardi sbloccato solo grazie alla sconfitta elettorale di Orban in Ungheria. Ci sono almeno altre 25 riforme da fare per avere altri 10 miliardi destinati a tamponare il buco nero del bilancio statale ucraino.

Soldi in cambio di riforme

La tranche da 10 miliardi si divide a sua volta in due. La prima include 2,86 miliardi per sette riforme riguardanti le modalità di assunzione dei magistrati, le procedure di insolvenza per le piccole e medie imprese e il registro elettronico statale delle aziende agricole. La seconda da 7,5 miliardi tocca altre diciotto misure legislative con cui fra l’altro creare commissioni indipendenti di controllo sulle compagnie parastatali, investire nella sanità e nell’istruzione e fornire alloggio ai veterani con disabilità.

Ma che quello delle riforme purtroppo sarà un processo pieno di lungaggini e incertezze lo dice la stessa agenzia di rating Fitch, che all’Ucraina assegna un livello CCC. Sì, c’è l’impegno di Bruxelles a prenderla dentro, ma i negoziati saranno “ancora probabilmente protratti e complessi” e soprattutto dipenderanno dalle relazioni con gli altri Stati membri. L’accoppiata con la Moldavia nell’avanzamento verso la membership rende le cose più difficili per quest’ultima, ma problemi come l’estrema debolezza energetica e finanziaria sono già in comune, così come “le limitate capacità tecniche e amministrative” e una certa “resistenza politica interna” verso l’approvazione delle riforme.

Date, date, date!

Ma intanto bisogna che gli europei diano più soldi! L’Atlantic Council, il prestigioso think thank americano, è ottimista sulle possibilità ucraine di rovesciare le sorti del conflitto, ma occorre dall’Europa tutto l’aiuto possibile. Ecco che i governi europei “dovrebbero riconsiderare le limitazioni” che da troppo tempo impediscono di pagare il personale militare ucraino. E a Kiev servono risorse finanziarie per dare linfa alla riorganizzazione e al potenziamento delle Forze armate ucraine.

Si tratta solo di inquadrare la questione nel modo giusto: “sostenere quei costi dovrebbe essere visto come un investimento nella sicurezza europea invece che come semplice assistenza di bilancio all’Ucraina”. Quindi, riforme o no, c’è la sensazione che gli europei continueranno a sborsare i propri soldi all’Ucraina in un modo o nell’altro, per esigenze di Kiev che vengono spacciate come splendide prospettive e nuovi orizzonti.

Martin King
Martin King

Iscriviti alla newsletter di StrumentiPolitici