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Il conflitto arabo-palestinese, una guerra che affonda le sue radici nella Storia

Venerdì 21/05 – 2.00, ora locale. Dopo più 10 giorni di bombardamenti entra in vigore ufficialmente il cessate il fuoco nella striscia di Gaza tra Israele e Palestina. Mentre Hamas avverte che “i razzi non sono finiti”, il premier israeliano Benjamin Netanyahu dichiara che ci sarà “calma in cambio di calma”, lasciando intendere il fragile equilibrio sul quale si poggia la tregua tra i due eterni rivali.

Un conflitto che, solo negli ultimi giorni, ha ucciso 248 palestinesi e 12 israeliani e che miete vittime sin dalla nascita di Israele. Dunque, una vita in guerra per conquistare la pace, un’eterna lotta tra Arabi ed Ebrei per un territorio nel quale ricadono gli interessi di diversi attori. Una guerra che ha origini antiche, rancori e odi profondi che dopo il secondo conflitto mondiale sono deflagrati in una lotta continua.  

Le radici dello scontro

Le radici di questo conflitto affondano in tempi antichissimi, sin da quando i Romani distrussero lo Stato Ebraico esistente da più di un millennio sui territori che conosciamo oggi con il nome di Palestina. Da quel momento gli Ebrei conobbero storie di esili e dispersione, furono costretti a subire diverse dominazioni e anche sulle terre storicamente da essi occupate, la comunità ebraica fu ridotta in minoranza. 

Nel 538 a.C. fu l’imperatore Ciro II di Persia, conosciuto come Ciro il Grande, a emanare un editto che permettesse il ritorno degli Ebrei esiliati a Gerusalemme, mettendo a disposizione il tesoro reale per la ricostruzione del Tempio nella Città Santa. Sembrò questa l’occasione per ricostruire lo Stato ebraico.

Nel corso dei secoli migliaia di Ebrei hanno fatto ritorno su quelle terre che loro riconoscono come patria, sfuggendo alle ricorrenti ondate persecutorie di cui sono stati ripetutamente vittime. Al crescere dell’antisemitismo e delle ondate persecutorie, cresceva anche la consapevolezza del popolo ebraico della necessità di una loro patria. 

Sul finire degli anni 80 del 1800 il nazionalismo ebraico si affaccia sulla scena; una risposta ai lunghi secoli di oppressione e discriminazione fu data dal primo congresso sionista organizzato da Theodor Herlz a Basilea nel 1897. In questa occasione si decise lo scopo del Sionismo: la creazione di una casa per il popolo ebraico in Palestina, legalmente riconosciuta e sotto le garanzie del diritto pubblico. Con il Sionismo nasceva un movimento politico – religioso che rigettava fermamente la Diaspora e si proponeva di riportare la sovranità ebraica sulle storiche terre occupate dagli Ebrei, presentandosi, di fatto, come un movimento di liberazione nazionale. 

FotoTheodor Herlz 

Intanto la comunità ebraica già presente in quelle zone cresceva sempre più sui territori di Gerusalemme e lungo le città costiere di Jaffa e Haifa, e mentre Tel Aviv fu riconosciuta come la prima moderna città ebraica, la lingua ebraica fu dichiarata lingua nazionale. Durante i primi anni del 1900 sorge il primo Kibbutz e viene messo insieme l’Hashomer, un gruppo che si occupa della difesa dei territori ebraici, un primo nucleo di quello che sarà, anni dopo, l’esercito israeliano.

Alla vigilia dello scoppio del primo conflitto mondiale la Palestina geograficamente non esisteva: su quel territorio sorgeva a nord la provincia ottomana di Beirut, abitata dagli Arabi, e a sud il distretto di Gerusalemme. Nonostante la presenza di un movimento nazionalista arabo che non incontrava un forte consenso tra la popolazione, la costante crescita della presenza ebraica su quei territori non sembrava registrare particolari opposizioni da parte araba, se non la paura atavica dell’altro, dello straniero. 

La Prima Guerra Mondiale come spartiacque

La Prima Guerra Mondiale segna un punto fermo nella storia dello Stato di Israele: molti ebrei sono costretti ad abbandonare la loro patria dal governo turco, pronto a tutelare i suoi interessi nelle zone del canale di Suez, dove l’attenzione di altri paesi europei si concentra. Gli Ebrei si schierano e combattono al fianco degli Inglesi, uniti da un comune obiettivo: fermare l’avanzata del dominio turco in Palestina e sottrare agli Ottomani il controllo della zona.  La vittoria della guerra a favore della Triplice Intesa (Gran Bretagna – Francia – Russia) sancisce una svolta nella storia del “popolo nomade”: la dichiarazione Balfour del 1917 è un atto di riconoscenza e incoraggiamento per la creazione di un “national home”, un insediamento ebraico in Palestina. Gli Accordi Sykes –Pikot, negoziati segretamente tra Inglesi e Francesi, ebbero come conseguenza l’istituzione di un Mandato britannico in Palestina, che amministrò il territorio negli anni che dal 1927 vanno fino al 1948. Ma l’ambigua politica inglese non portò ai risultati sperati. Se da un lato gli Inglesi incoraggiavano gli Ebrei per la creazione di uno stato ebraico in Palestina, dall’altro promettevano agli Arabi la nascita sul medesimo territorio di un loro stato indipendente, per ringraziarli dell’aiuto ricevuto nell’infliggere la sconfitta agli Ottomani, grazie anche alla Rivolta Araba. E mentre lo Stato ebraico si organizzava e prosperava, gli Arabi iniziarono a covare sentimenti di odio nei confronti di un popolo che stava invadendo i loro territori. Ciò innescò i primi moti palestinesi che si trasformarono in vere e proprie rivolte e sfociarono nel Massacro di Hebron del 1929. 

Il malcontento per le migliori condizioni di vita del popolo ebraico alimentava il nazionalismo arabo che sfociò negli anni 1936-39 nella Grande Rivolta Araba. Il risultato di questo periodo di conflitto fu un maggiore controllo da parte britannica sugli Ebrei, volto alla riduzione dell’immigrazione ebraica in Palestina, mentre al popolo ebraico fu ancora più chiara l’impellente necessità di autodeterminarsi e rendersi indipendente economicamente e territorialmente.  

La resa dei conti della Seconda Guerra Mondiale

La Seconda Guerra Mondiale fu un altro momento cruciale nella storia della Palestina. Gli Ebrei si schierano al fianco degli Alleati, mentre gli Arabi appoggiavano le potenze dell’Asse, nella speranza che una vittoria della Germania potesse liberarli dall’ambigua presenza britannica. La cruda drammaticità dell’Olocausto non fece che accentuare gli scontri ed esasperare le posizioni. Al termine del conflitto gli Ebrei massacrati nei campi di sterminio furono oltre 6 milioni, la situazione in Palestina era sempre più complicata, al punto che la questione passò sotto l’egida dell’Onu. 

Nacque il Comitato Speciale per la Palestina formato da 11 Nazioni, escluse le potenze maggiori per rendere il giudizio sulla delicata questione palestinese quanto più neutrale possibile. Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Paesi Bassi, Perù, Svezia, Uruguay, India, Iran, Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, Australia, lavorarono per la risoluzione dei conflitti, proponendo due soluzioni: 

– la creazione di uno stato federale, che incontrava il voto favorevole di India, Iran, Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia;

– la creazione di due stati separati e Gerusalemme sotto il controllo internazionale, che trovò maggiore consenso e fu votata da Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Paesi Bassi, Perù, Svezia, Uruguay, mentre l’Australia si astenne. 

L’intervento dell’Onu e l’approdo alla questione palestinese

Il Piano di Partizione della Palestina deciso con la Risoluzione ONU n°181 del 1947 ebbe come diretta conseguenza l’innesco del conflitto arabo-israeliano del 1948, al quale si pose fine con gli Accordi del 1949 che Israele siglò con ogni singolo Stato Arabo, riuscendo a ridelineare i suoi confini secondo quella che fu definita la Green Line, ovvero la Linea Verde che vedeva aumentare il territorio israeliano del 50% in più rispetto alla risoluzione siglata dall’Onu. 

Infografica – L’evoluzione del territorio palestinese dal 1947 ad oggi

Il conflitto arabo–israeliano si è protratto nel tempo passando attraverso la Guerra di Suez del 1956, la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e la Guerra dello Yom Kippur del 1973, tutti scontri che hanno portato Israele a firmare accordi di pace separati con gli Stati Arabi, come quelli con l’Egitto e la Giordania, per mezzo dei quali lo Stato di Israele ha ottenuto il riconoscimento. Ciò ha contribuito al ridimensionamento degli scontri in quelle zone, tanto che oggi si può parlare di questione palestinese, che riporta il conflitto israelo – palestinese nei termini del riconoscimento reciproco di due entità statali: lo Stato di Palestina e lo Stato di Israele.

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Nata nel sud della Puglia, laureata in Studi Geopolitici Internazionali, attualmente frequenta il Master Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy. Appassionata di Politica, Geopolitica Internazionale e Ambiente, adora viaggiare e scoprire il Mondo e la sua gente.

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