Kiev, difese aeree troppo scarse, ma gli alleati rifiutano altri missili
Le difese anti-aeree dell’Ucraina si stanno assottigliando pericolosamente, ma gli alleati occidentali rifiutano di dare tutti i missili che Kiev richiede. Il motivo è che la carenza di Patriot e di altri intercettori tocca gli arsenali di tanti Paesi, che quindi pensano anzitutto a rimpolpare i propri magazzini.
I Patriot mancano a tutti
Due ufficiali della NATO e della Difesa americana rimasti anonimi hanno rivelato ad Associated Press che le forze alleate in Europa sono in una situazione di deficit di missili che è ormai sotto il livello critico. Mancano gli ATACMS a medio raggio e mancano soprattutto i Patriot, gli unici che possano proteggere davvero contro l’artiglieria russa. A tal riguardo, il funzionario statunitense si è espresso in modo colorito: nel caso di un attacco di Mosca con missili balistici contro un centro di comando dell’Alleanza Atlantica o contro un impianto energetico, la NATO “si beccherebbe un pugno in bocca dietro l’altro”. Le autorità però ufficialmente negano. Per il colonnello Martin O’Donnell la NATO ha abbastanza munizioni ed è in condizione di “bloccare i pugni” dei russi. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell a sua volta asserisce che quelle sul deficit di armamenti sono dicerie false.
Promesse di fornitura
Zelensky ha quantificato le necessità attuali dell’Ucraina in 300 missili Patriot, oltre a vari intercettori come gli AMRAAM, gli IRIS-T, gli AIM-9X e gli HAWK, questi ultimi particolarmente efficaci contro i droni a propulsione a reazione. Da Kiev hanno comunicato di aver ricevuto la promessa di una futura fornitura di razzi terra-aria francesi Crotale e contano sull’arrivo di nuovi armamenti difensivi americani tramite il meccanismo europeo di acquisto chiamato PURL (Prioritized Ukraine Requirements List) (PURL).
Un aspetto scivoloso della questione è quello dei costi reali. Zelensky continua a chiedere non soltanto le armi, ma anche i soldi. Eppure non è la somma finale a fare la differenza, perché è stato calcolato che con lo stesso finanziamento gli ucraini potrebbero ottenere 190, 315 o persino 580 missili di tipo PAC-3 MSE, quelli adatti ai sistemi Patriot. Sono i termini dell’acquisto a determinare il prezzo, quindi la provenienza del fornitore e le circostanze attuali. Ma ormai c’è la fila per avere determinati tipi di missili e l’Ucraina non è più il cliente prioritario al quale tutto fanno posto.
In cerca di alternative
Si stanno quindi cercando alternative all’opzione migliore, i PAC-2 e i PAC-3 per il Patriot, che di fatto non sono più disponibili. Berlino ha detto che potrebbe mettere a disposizione i suoi IRIS-T, mentre Roma e Parigi hanno promesso che entro ottobre daranno gli intercettori Aster 30 e i nuovi sistemi SAMP/T NG. Il problema è che hanno una gittata inferiore ai Patriot e non sono ancora stati testati contro l’artiglieria russa. Però dopo le pressioni ricevute da Bruxelles, almeno Madrid si è convinta a dare qualcosa. Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha promesso 1 miliardo di euro di assistenza militare per quest’anno e la fornitura dei tanto agognati Patriot. Ha deciso di concederli perché nel frattempo conta di modernizzare i propri arsenali grazie a una commessa da 1,7 miliardi di dollari alla compagnia americana Raytheon, considerando altresì che alcuni dei componenti sono fabbricati proprio in Spagna.
Grazie, ma non basta ancora
Dal governo di Kiev fanno sapere di essere grati per tutto l’aiuto ricevuto e per quello promesso, ma è un’infinita e frustrante saga dover implorare per ogni singolo pezzo. La deputata Solomiia Bobrovska, che fa parte della Commissione parlamentare per la Difesa, si è detta “veramente spaventata per la prima volta negli ultimi cinque anni di quello che la Russia potrebbe ottenere in due mesi”. Quindi, aggiunge, “se gli alleati occidentali vogliono che sia l’Ucraina a vincere, sappiano che abbiamo bisogno di più aiuto, è una questione di sopravvivenza”.
Pressioni di NATO e UE su vari Paesi
Nelle ultime due settimane il segretario generale della NATO Mark Rutte e l’Alto commissario agli Affari esteri della UE Kaja Kallas hanno fatto privatamente e pubblicamente pressioni sui governi degli Stati membri affinché aumentino o accelerino la fornitura di armi a Kiev. Visto però che non hanno ottenuto quanto sperato, il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), ovvero il braccio diplomatico della UE si è rivolto al Giappone e alla Corea del Sud. Ma la risposta è stata negativa: le tensioni con la Cina fanno sì che i Paesi orientali preferiscano tenere i propri armamenti per sé. In particolare, Tokyo ha comunicato di non avere in programma di trasferire i suoi Patriot a Kiev in risposta alla richiesta diretta del premier ucraino, mentre Seul ha dichiarato genericamente di volersi dedicare a “misure di aiuto per riavere la pace e ricostruire l’Ucraina”.
Grecia e Polonia dicono di no
Agli europei che tifano per la guerra fanno gola le riserve di Patriot di Atene. Il premier greco Kyriakos Mitsotakis però ha detto di aver resistito alle pressioni esterne perché i missili servono al Paese per difendere il proprio spazio aereo. Si riferisce alle tensioni mai sopite con la Turchia, che ogni tanto riaffiorano e rischiano di far scoppiare scontri armati fra i membri dell’Alleanza Atlantica, cioè la NATO. La Grecia ha fornito e probabilmente fornirà ancora assistenza militare all’Ucraina, ma non i Patriot. In Polonia, invece, sono i cittadini stessi a dire di no alla cessione di missili intercettori a favore di Kiev.
Un recente sondaggio della IBRiS per conto di Radio ZET mostra un 64,4% di polacchi contrari. Di essi, quasi il 47% è “categoricamente” contrario. Il 21,6% invece è favorevole, ma il 14,4% di essi non è sicuro della risposta. Vedremo se il governo terrà conto della volontà popolare. Per adesso comunque Varsavia ha fatto il suo, perché come rivelato dal premier Donald Tusk a luglio sono stati dati a Kiev ben cinque Patriot, in coordinamento con gli Stati Uniti e la NATO.

Libero pensatore. Ha seguito percorsi di studio umanistici per poi dedicarsi all’approfondimento della politica italiana sia dal punto di vista sia antropologico sia di costume. Ha operato come spin doctor

