Yemen, la guerra congelata torna a esplodere

Yemen, la guerra congelata torna a esplodere

6 Agosto 2026 0

La guerra dimenticata dello Yemen torna improvvisamente al centro della crisi mediorientale. Almeno trenta soldati delle forze governative sono stati uccisi e circa cinquanta feriti in una serie di attacchi condotti dagli Houthi con missili e droni contro campi militari nelle province di Marib e Hadramawt. Alcune ricostruzioni hanno successivamente portato il bilancio ad almeno 38 morti. I ribelli filo-iraniani avevano preannunciato la comunicazione di una «grande operazione militare», lasciando intendere che non si trattasse di un’azione isolata, ma dell’inizio di una campagna più ampia.

L’importanza dell’attacco non risiede soltanto nel numero delle vittime. Per la prima volta dopo anni di relativa stabilizzazione, gli Houthi hanno colpito simultaneamente il cuore militare del fronte anti-ribelli e le sue retrovie orientali. È un salto qualitativo che rischia di chiudere definitivamente la fase inaugurata dalla tregua mediata dalle Nazioni Unite nell’aprile 2022. Quell’accordo era formalmente scaduto nell’ottobre dello stesso anno, ma aveva continuato a produrre una riduzione sostanziale dei combattimenti su vasta scala. L’assenza di una pace politica era stata compensata da una sorta di congelamento militare. Ora questo equilibrio appare seriamente compromesso.

Marib, il vero premio della guerra

La scelta di colpire Marib non è casuale. La provincia costituisce l’ultimo grande bastione settentrionale delle forze contrarie agli Houthi ed è uno dei pochi territori in grado di garantire al governo riconosciuto internazionalmente risorse economiche, profondità strategica e una piattaforma dalla quale organizzare eventuali controffensive.

Marib ospita pozzi di petrolio e gas, la raffineria di Safer e una grande centrale elettrica che, prima della guerra, riforniva una parte significativa dello Yemen. Nel 2019 le entrate derivanti dalle attività energetiche della provincia valevano circa 623 miliardi di rial yemeniti, pari a 1,1 miliardi di dollari: circa un quarto delle entrate pubbliche complessive del governo e più di un terzo delle sue entrate petrolifere e del gas.

Il controllo di Marib risolverebbe inoltre una debolezza strutturale del sistema Houthi. Il movimento governa le aree più densamente popolate dello Yemen settentrionale, compresa la capitale Sana’a, ma non controlla la maggior parte delle risorse energetiche del Paese. Secondo il rapporto BTI 2026, un’entità settentrionale dominata dagli Houthi difficilmente potrebbe essere economicamente sostenibile senza Marib o senza una quota consistente dei proventi petroliferi di Shabwa e Hadramawt.

Per questo l’offensiva non deve necessariamente essere interpretata come il preludio a un’immediata invasione terrestre. Gli Houthi potrebbero perseguire un obiettivo più sottile: rendere Marib inutilizzabile per il governo, colpendone basi, depositi, infrastrutture e centri di comando. È una strategia di negazione territoriale. Non occorre occupare una provincia se si riesce a impedire all’avversario di usarla come fonte di risorse e retrovia militare.

Il precedente è già visibile nella guerra economica condotta negli ultimi anni. Gli Houthi hanno attaccato terminali petroliferi, minacciato le compagnie straniere che collaboravano con il governo e cercato di impedire l’esportazione di greggio dalle aree avversarie. L’obiettivo era privare Aden delle entrate senza dover conquistare direttamente tutti i giacimenti.

Hadramawt e il messaggio all’Arabia Saudita

Ancora più significativa è la scelta di estendere gli attacchi alla provincia orientale di Hadramawt, vicina al confine saudita. Si tratta di un’area ricca di risorse, attraversata da rotte terrestri strategiche e collegata ai porti dell’Oceano Indiano. Colpirla significa dimostrare che nemmeno le retrovie più lontane dal fronte tradizionale sono al sicuro.

L’operazione contiene quindi un messaggio diretto a Riad. L’Arabia Saudita ha ridotto progressivamente il proprio coinvolgimento militare dopo anni di bombardamenti, spese elevate e risultati limitati. I colloqui condotti con gli Houthi, spesso attraverso la mediazione dell’Oman, avevano l’obiettivo prioritario di proteggere il territorio saudita e impedire nuovi attacchi contro aeroporti, città e impianti petroliferi.

Gli Houthi stanno ora mettendo alla prova quella strategia. Colpendo vicino al confine, ricordano a Riad che possono riaprire il fronte interno yemenita e, contemporaneamente, minacciare le infrastrutture saudite. Tra il 2021 e il 2022 il movimento aveva già lanciato numerosi attacchi con droni e missili contro Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, dimostrando di poter portare la guerra ben oltre i confini dello Yemen.

Il dilemma saudita è evidente. Un mancato intervento potrebbe favorire l’avanzata Houthi; un ritorno diretto alla guerra rischierebbe invece di esporre nuovamente raffinerie, oleodotti e città saudite. Gli Houthi non possiedono la capacità convenzionale per sconfiggere l’Arabia Saudita, ma hanno costruito una deterrenza asimmetrica: possono infliggerle costi economici e politici sufficientemente alti da rendere ogni reazione estremamente rischiosa.

Da milizia locale a potenza missilistica

La trasformazione militare del movimento rappresenta uno degli elementi centrali della crisi. Gli Houthi non sono più soltanto una forza insurrezionale radicata nelle montagne del nord. Dispongono di missili balistici, missili da crociera, droni d’attacco, sistemi antinave, mine e imbarcazioni senza equipaggio.

La Defense Intelligence Agency statunitense ha documentato l’impiego da parte degli Houthi di missili e droni di origine o derivazione iraniana. Un rapporto pubblicato nel 2024 ha evidenziato analogie tecniche tra i sistemi utilizzati nello Yemen e armamenti prodotti da Teheran; un secondo dossier ha collegato componenti intercettati in mare a sistemi iraniani destinati al movimento. La DIA stimava già allora che armi fornite dall’Iran fossero state impiegate in oltre cento attacchi terrestri e marittimi in Medio Oriente, nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.

Questo non significa necessariamente che ogni operazione venga ordinata direttamente da Teheran. Il rapporto tra Iran e Houthi appare piuttosto come una partnership asimmetrica. L’Iran fornisce tecnologia, addestramento, componenti e sostegno politico; il movimento conserva però una propria agenda: governare lo Yemen, ottenere risorse economiche, imporre il proprio riconoscimento internazionale e diventare un interlocutore inevitabile per le monarchie del Golfo.

Teheran ottiene così uno strumento di pressione a basso costo contro Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti. Gli Houthi, in cambio, acquisiscono capacità che nessuna altra forza yemenita possiede.

Il laboratorio del Mar Rosso

La campagna contro la navigazione commerciale, iniziata nel novembre 2023, ha rappresentato il principale laboratorio di questa trasformazione. Attraverso missili, droni e sistemi antinave, il movimento è riuscito a condizionare uno dei più importanti corridoi commerciali del pianeta.

Nel 2024 il traffico petrolifero attraverso Bab el-Mandeb è sceso da una media di 8,7 milioni di barili al giorno a circa 4 milioni nei primi otto mesi dell’anno. Già nel dicembre 2023 i flussi di greggio erano diminuiti del 18 per cento e quelli dei prodotti petroliferi raffinati del 30 per cento rispetto alla media dei mesi precedenti.

Anche il traffico attraverso il Canale di Suez ha subito una forte contrazione. Secondo i dati citati dal Washington Institute, i transiti erano scesi da circa 2.068 nel novembre 2023 a 877 nell’ottobre 2024. Molte compagnie hanno preferito circumnavigare l’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza, aumentando tempi di percorrenza, consumo di carburante, costi assicurativi e tariffe di trasporto.

L’operazione del 6 agosto sembra indicare che le capacità sviluppate nella guerra marittima vengano ora riversate sul fronte terrestre. Il Mar Rosso non sarebbe dunque un teatro separato dalla guerra civile yemenita, ma lo strumento attraverso il quale gli Houthi hanno accumulato prestigio, esperienza operativa e potere negoziale da reinvestire nella conquista del Paese.

La recente caduta del traffico nei principali passaggi regionali conferma la capacità del movimento di produrre effetti immediati. Dopo le rivendicazioni di attacchi contro petroliere saudite, il 5 agosto sarebbe transitata una sola nave attraverso Bab el-Mandeb, contro le venti del giorno precedente. Il dato mostra quanto rapidamente la sola minaccia Houthi possa modificare le decisioni degli armatori.

La vera strategia: convertire la deterrenza in sovranità

La tesi più plausibile è che gli Houthi stiano cercando di convertire la propria capacità di destabilizzazione regionale in sovranità politica interna.

La sequenza strategica appare coerente: minacciare il commercio internazionale, costringere le potenze regionali a trattare direttamente, indebolire economicamente il governo yemenita, neutralizzare Marib e le province orientali e infine presentarsi come l’unico potere capace di controllare il territorio e condizionare la sicurezza regionale.

L’attacco contro i campi militari non rappresenta quindi soltanto la rottura di una tregua. È un tentativo di dimostrare che il governo riconosciuto internazionalmente non è in grado di proteggere le proprie forze, le proprie risorse e le proprie retrovie.

Resta però un limite decisivo. La forza distruttiva non coincide necessariamente con la capacità di governare. Più gli Houthi estendono la propria proiezione militare, più rischiano di ricompattare contro di loro Arabia Saudita, forze governative, gruppi meridionali e potenze occidentali. Inoltre lo Yemen rimane una catastrofe umanitaria: all’inizio del 2026 le Nazioni Unite stimavano 19,5 milioni di persone bisognose di assistenza e oltre 4,8 milioni di sfollati interni.

Una nuova battaglia per Marib potrebbe produrre altri sfollamenti, interrompere le forniture di carburante ed energia e distruggere ciò che resta dell’economia nazionale. Gli Houthi hanno già dimostrato di poter minacciare rotte marittime e grandi potenze. L’interrogativo ora è diverso: possono trasformare questa capacità di intimidazione in un ordine politico stabile oppure il risultato sarà una nuova e ancora più devastante frammentazione dello Yemen?

Marco Fontana
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