Quattro scenari possibili per l’Ucraina, ma il futuro glorioso promesso da Zelensky non c’è

Quattro scenari possibili per l’Ucraina, ma il futuro glorioso promesso da Zelensky non c’è

29 Luglio 2025 0

Il portale polacco Obserwator Finansowy riporta quattro diversi scenari su come potrebbe terminare il conflitto in Ucraina e su ciò che accadrà dopo. Per Kiev non è previsto in nessun caso il glorioso futuro decantato da Zelensky. Potrà solo continuare a dipendere economicamente e militarmente dall’Occidente oppure accettare le condizioni poste dalla Russia. Il punto di vista prevalente nell’analisi è quello della Varsavia filo-occidentale, ma vi sono parecchi spunti di riflessione sull’ipocrisia dell’Europa e degli USA e sulla loro intrinseca debolezza politica e militare.

Modellare il futuro

La guerra non è ancora finita, ma un’altra battaglia è in corso per modellare il futuro del mondo. Si sta svolgendo non solo nei bunker e nei quartier generali, ma anche nelle sale conferenze, nelle relazioni dei centri studi e nelle discussioni delle tavole rotonde. Per questo motivo tutti hanno seguito l’incontro di Roma del 10-11 luglio, la quarta Conferenza internazionale sulla ricostruzione dell’Ucraina (URC2025). L’attenzione generale posta era ufficialmente sui piani per risollevare l’economia a pezzi, le infrastrutture e le istituzioni. La posta in gioco di questo vertice era però molto maggiore: lo status futuro dell’Ucraina sulla mappa dell’Europa e nell’ordine mondiale. Hanno partecipato leader politici, economici e sociali provenienti da oltre 60 Stati e organizzazioni. Un senso di incertezza aleggiava su tutto: il supporto militare americano è in bilico, l’unità europea si sta sbriciolando e il conflitto continua, sebbene non sia più presente nei titoli quotidiani sui media.

A tre anni dall’inizio dell’attacco russo, nessuno parla più di “vittoria della democrazia sulla tirannia”. La domanda che viene posta sempre più spesso è questa: che tipo di Ucraina il mondo è pronto ad accettare? Non sono solo i politici, ma anche gli economisti che stanno cercando di rispondere. Gli analisti della JP Morgan Chase propongono quattro possibili scenari per la fine del conflitto. Ciascuno di essi possiede una sua logica, dei costi e delle conseguenze. Solo uno però dà all’Ucraina una vera chance di prosperità, di stabilità e di radici sicure nelle strutture occidentali. Gli altri invece rappresentano soluzioni di compromesso, di fatica e di oscillamento da “fortezza israeliana” a “orientamento georgiano”, fino a “perdita bielorussa di sovranità”.

I quattro scenari

Lo scenario migliore è quello “sudcoreano”, che non prevede l’adesione di Kiev alla NATO, ma l’ottenimento di un supporto militare permanente, la presenza di forze europee sul territorio e solide garanzie di sicurezza da parte degli USA. Il 20% del territorio, occupato dalla Russia, rimarrà fuori dal controllo di Kiev, ma il resto del Paese avrà una chance di stabilità, democrazia e ricostruzione. E di denaro, importante allo stesso modo. I patrimoni russi congelati valgono 300 miliardi di dollari e potranno servire per un nuovo Piano Marshall ucraino. È un’opzione ambiziosa e politicamente difficile, con una probabilità di riuscita soltanto del 15%. Ha invece il 20% di probabilità di riuscita lo scenario “israeliano”. Senza la presenza delle truppe NATO, ma con supporto militare e finanziario regolare, l’Ucraina diventerebbe una fortezza solitaria, armata fino ai denti e sotto costante minaccia. Il prezzo da pagare è il congelamento del conflitto per decenni.

Lo scenario più probabile, che sfortunatamente è il peggiore, è quello denominato “Georgia”. Offre il 50% di chance che l’Ucraina, sebbene formalmente indipendente, sia lasciata priva di garanzie di sicurezza e perda gradualmente l’interesse degli occidentali. La democrazia si eroderà, gli investitori si ritireranno e una parte di profughi non tornerà a casa. Kiev scivolerà in un limbo geopolitico, dipenderà sempre di più dai suoi vicini, Mosca compresa. È quanto accaduto alla Georgia, alle cui ambizioni europee la UE non ha saputo rispondere. Il Paese era troppo instabile per diventare uno Stato membro, ma non ha ricevuto abbastanza “carote” o incoraggiamenti sotto forma di investimenti o di contatti, che avrebbero potuto allineare con l’Occidente le istituzioni georgiane. Al contrario, il Paese è disceso verso il caos politico.

Lo scenario finale è la “Bielorussia”. Se gli USA si ritirano e l’Europa non riesce a prendere le redini della situazione, l’Ucraina può diventare uno Stato-cliente della Federazione Russa. Così ci perderà sia l’Ucraina che l’Occidente, incapace di difendere l’ordine internazionale basato sulle regole e non sulla forza. La probabilità di avveramento di questo scenario è del 15%.

Il precedente georgiano

Dopo la guerra del 2008 con la Russia, Tbilisi ha ottenuto aiuti umanitari e finanziari, ma non garanzie di sicurezza né la prospettiva dell’adesione alla NATO. Sebbene il Paese abbia tenuto ufficialmente una posizione filo-occidentale, dopo qualche anno è avvenuto uno spostamento dell’orientamento politico verso il campo filo-russo, che ha preso il potere. Le attività delle organizzazioni non governative sono state tagliate e la prospettiva dell’integrazione con l’Unione Europea è stata congelata. Nel 2024 il Parlamento georgiano ha approvato la cosiddetta legge sugli “agenti stranieri”, modellata su quella russa, che ha provocato proteste di piazza e la condanna di Washington e Bruxelles. L’economia nazionale è rimasta fragile, dipendente da turismo e rimesse bancarie, che arrivano dalla Russia per un volume pari al 15% del PIL. La dipendenza finanziaria mina quella politica e facilita l’infiltrazione degli interessi russi nelle strutture statali.

Un inquietante parallelo si può vedere oggi nel contesto dell’Ucraina. Nello scenario “georgiano”, Kiev riceverà supporto dopo la guerra, ma non sarà ancorata stabilmente alle strutture di sicurezza occidentali come la NATO o l’associazione all’Alleanza e nemmeno l’ingresso nel mercato unico o della UE. Un rischio aggiuntivo già ben visibile è lo sfruttamento della stanchezza postbellica e della disillusione per attuare cambiamenti politici di regresso. L’esempio di Tbilisi dimostra che senza un effetto sostegno istituzionale e una presenza occidentale a lungo termine, le forze filo-russe possono riguadagnare influenza mascherandosi da “stabilizzazione”. Basti pensare che nel 2020 si sono tenute controverse elezioni parlamentari, con le accuse di brogli, e con l’ex presidente Mikheil Saakashvili (simbolo delle riforme filo-occidentali) incarcerato una volta tornato nel Paese e messo sotto processo politico.

Una pace non giusta

Non vi è alcuno scenario realistico che dia la vittoria completa all’Ucraina. Se il conflitto terminasse col cessate-il-fuoco, non vi sarebbe una pace giusta. Il Paese ha già pagato tantissimo in termini umani, territoriali ed economici. Ciò che riceve in cambio dipende dalla forza e dalla durevolezza delle garanzie offerte dall’Occidente. Se rimangono sulla carta, Kiev potrebbe dover fare ulteriori concessioni non solo di territorio, ma anche di sovranità e di identità. In tale contesto, lo scenario peggiore è quello georgiano: uno scivolamento verso una pace apparente senza alcun aggancio alle strutture occidentali. Tale pace si baserebbe sulla stanchezza dell’Occidente, sulla capitolazione della politica al fatto compiuto e sul tacito riconoscimento delle conquiste russe. Questa soluzione si allinea con la logica del Cremlino: Putin non avrebbe bisogno di controllare l’intera Ucraina, ma soltanto che il mondo accetti il nuovo status quo, ovvero un Paese mutilato, neutralizzato, disarmato e politicamente demoralizzato.

Le condizioni di Mosca

Ecco le richieste massimaliste di Mosca che chiudono la strada di Kiev verso l’indipendenza: divieto di adesione alla NATO e di presenza di forze alleate; diniego a qualsiasi forma di protezione nucleare; blocco delle forniture di armamenti moderni e di assistenza di intelligence; riconoscimento delle annessioni della Crimea e delle regioni occupate; diritto della Russia di mettere il veto sulle future garanzie per Kiev; richiesta di concessioni militari e politiche da tutto l’Occidente, come la riduzione delle truppe americane in Europa e la cancellazione delle sanzioni. Si tratta non di condizioni di pace, ma di vassallaggio.

Se un tale accordo venisse preso in considerazione per mettere fine al conflitto, sarebbe un consenso di fatto all’erosione dell’ordine internazionale basato sul diritto e sulla sovranità. Con questa logica, l’Ucraina cesserebbe di essere un Paese che ambisce all’Occidente e diventerebbe una zona grigia fra i due blocchi, senza essere davvero parte di alcuna alleanza e con un’economia ostacolata dall’incertezza, con l’emigrazione invece che col ritorno a casa, e coi suoi vertici politicamente disorientati.

Lo scenario georgiano non è la pace, ma un conflitto congelato con la Russia che soffia sul collo. È il monito che senza decisioni forti e un impegno occidentale a lungo termine, l’Ucraina non potrà costruire una sicurezza duratura. E noi polacchi potremmo risvegliarci fra qualche anno con un’altra crisi ai nostri confini orientali, persino più costosa e complicata di quella attuale.

Redazione Strumenti Politici
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