Nel nuovo tipo di conflitto che la NATO sta affrontando, Mosca è in vantaggio
L’Europa è schiacciata fra l’incudine degli USA che si disimpegnano e il martello della Russia che invece aumenta la pressione e lo sforzo militare. E lo fa non soltanto sul campo di battaglia ucraino, ma anche nella cosiddetta “guerra ibrida” contro i Paesi della NATO. In questo nuovo genere di conflitto Mosca si trova in evidente vantaggio: è questa la conclusione a cui giungono gli esperti interpellati dall’americano Newsweek. Accusano i russi di atti ostili verso l’Europa, come i cyber-attacchi o il lancio di droni, senza averne però le prove irrefutabili, e danno per scontato che i referendum in Crimea e nei territori incorporati dall’Ucraina siano illegali. Comunque, essi rilevano la debolezza dei soggetti continentali nell’affrontare le sfide future, senza avere compattezza fra di loro né all’interno delle rispettive società civili.
Le sfide della prossima fase
Mentre la pace in Ucraina resta una prospettiva vaga, i segnali di progresso prodotti dalle iniziative diplomatiche della Casa Bianca hanno già stimolato i politici a discutere su come potrebbe apparire il paesaggio della sicurezza postbellica nel momento in cui le armi cesseranno nel conflitto più sanguinoso in Europa dalla Seconda Guerra mondiale. Lungi dal farci entrare in nuova era di calma e di stabilità, la prossima fase per il continente sarà probabilmente dominata da un nuovo tipo di combattimenti che stanno già avvenendo su diversi fronti non convenzionali, dai droni anonimi ai cyber-attacchi difficili da tracciare e che penetrano le linee difensive della NATO, fino alla crescente popolarità dei partiti politici che simpatizzano con Mosca, spinti in parte dallo scontento verso i migranti, alcuni dei quali passano dalla frontiera bielorussa.
In ogni caso, i leader europei hanno individuato una campagna concertata da parte della Russia e dei suoi alleati per fare pressione sul blocco euroatlantico da dentro. Tuttavia, gli esperti con entrature alla NATO e all’Unione Europea ritengono anche che in ciascun teatro delle operazioni emergenti la difesa collettiva dell’Alleanza, basata sull’articolo 5, abbia mostrato punti vulnerabili che possono solo incentivare l’azione del nemico, non contenerla.
“C’è un movimento per rispondere alla guerra ibrida, in particolare sviluppando capacità cyber e droni e l’abilità di proteggere le infrastrutture critiche” dice Nathalie Tocci, ex consigliera di Alti rappresentanti UE e ora direttrice del Istituto Affari Internazionali , think tank con sede a Roma. “Comunque sono problemi che ruotano attorno al passaggio da una cultura della deterrenza, che si applica al meglio all’ambito militare, a quella della resilienza, che considera il fatto che gli attacchi ibridi arrivano quotidianamente e per proteggerci dobbiamo concentrarci di più anche su posizioni offensive”. Aggiunge: “Reagire agli attacchi ibridi richiede pure discussione e decisione sulla domanda se gli attacchi siano confutabili o se siano sotto la soglia dell’articolo 5. Al momento, la Russia vede che non vi è alcuna reazione e continua a testarci e ad alzare la posta”.
La tripla minaccia
Dopo i grossi passi falsi della fase iniziale dell’operazione ordinata da Putin nel febbraio 2022, uno dei successi maggiori della Russia nel corso della lunga guerra si è manifestato con l’implementazione della strategia della “tripla morsa”. Attraverso la combinazione degli assalti di fanteria e di mezzi corazzati coi droni a vista in prima persona supportati da colpi di artiglieria e bombe plananti a guida di precisione, l’esercito russo è riuscito a usurare le già sguarnite linee di difesa ucraine e a fare conquiste significative durante l’anno passato. E se si tratta di ciò che molti vedono come uno sforzo in zona grigia per erodere l’unità europea a sostegno di Kiev, Tocci dice che Mosca ha un altro tipo di “strategia tripartita” basata su tattiche “militari, ibride e politiche”.
“La dimensione militare attuale è limitata all’Ucraina”, dice, “fino a che l’Ucraina resisterà continuerà a rappresentare la porta principale che evita a una guerra più ampia di estendersi ovunque”. La Russia quindi pratica la guerra ibrida, inclusi cyber-attacchi, attacchi alle infrastrutture critiche, sabotaggi, droni volanti nello spazio aereo NATO e così via. Tali attacchi sono concentrati ma non limitati all’Europa Orientale e Settentrionale.
Aiuti alle opposizioni e alle destre
“Infine persegue una strategia politica che ruota attorno alla disinformazione e alle ingerenze politiche per sostenere le forze nazionaliste e di estrema destra, che sono esplicitamente filorusse oppure ‘solamente’ euroscettiche”, spiega Tocci. “Col rafforzarle (in Europa e USA), cerca di indebolire l’Europa e di diminuire la sua determinazione nella deterrenza verso la Russia e nell’appoggio all’Ucraina. Tale elemento finale sembra essere finora quello più efficace”. Che sia mediante aiuti da Mosca o con fattori interni che alimentano la frustrazione verso i partiti tradizionali, l’ascesa della destra in Europa ha generato vittorie elettorali storiche per un certo numero di movimenti, molti dei quali orientati in senso nazionalista e populista. Tale tendenza è ben accolta da alcuni entro la NATO e la UE, come l’Ungheria, il cui governo conservatore è impegnato nella sua faida ideologica con la leadership continentale prevalentemente liberale e che vede il fenomeno come una potenziale minaccia esistenziale.
Inoltre, un certo numero di questi partiti mette apertamente in discussione l’utilità di continuare a tempo indefinito l’assistenza all’Ucraina e le sanzioni contro la Russia, ritenendo le questioni di politica interna una priorità molto maggiore. Al di fuori dello spazio politico, gli sviluppi più esplosivi hanno prodotto timori di conseguenze materiali della guerra ibrida, soprattutto le incursioni di massa di droni collegati alla Russia nello spazio aereo polacco a settembre e una serie continua di avvistamenti di droni in vari Paesi fra cui Danimarca, Francia, Germania, Italia, Olanda, Norvegia e Svezia e che talvolta ha fatto chiudere aeroporti e cancellato voli.
Tre obiettivi aggiuntivi
Jamie Shea, ex vice assistente del segretario generale per le sfide emergenti alla sicurezza e oggi collaboratore del International Security Program al centro ricerche Chatham House nonché docente del Collegio d’Europa a Natolin, ha identificato tre obiettivi accessori di queste azioni. La prima è la “destabilizzazione”. “La Russia è lieta di seminare confusione e di far sembrare che i governi europei stiano perdendo il controllo del normale funzionamento delle rispettive società”, afferma. “Un singolo drone vicino a una pista può far chiudere gli aeroporti di Bruxelles o Monaco per giorni, tenendo a terra decine di migliaia di passeggeri e costando milioni alle compagnie aeree in termini di costi extra”. “A basso costo e ad alto impatto, con la Russia che nega ogni coinvolgimento e accusa altri soggetti (come l’Ucraina o gruppi nazionali di protesta nell’Europa stessa)”, dice Shea.
“Qua l’obiettivo è di minare la fiducia dei cittadini nel governo e di polarizzare ancor di più le società europee (un particolare scopo delle campagne di disinformazione)”. E vi sono anche benefici militari da questa azioni. Ipotizza infatti che “Mosca stia imparando molte lezioni notevoli” a proposito di “come rispondono tali organizzazioni, dove avvengono le analisi e le differenti interpretazioni di ciò che accade, quali sono i ritardi e i vuoti nella risposta militare della NATO e quali specifiche procedure e tattiche ha usato l’Alleanza”. Infine vede come terzo obiettivo quello di “distrarre l’Europa dal sostegno all’Ucraina”, soprattutto forzando le potenze a mettere come priorità le sfide interne all’aiuto esterno.
Inoltre sottolinea come questo sia il modo in cui la Russia replica al supporto europeo per Kiev. Quindi, se smettiamo di sostenere l’Ucraina, Putin sarà meno arrabbiato e ci lascerà in pace. Non provocatelo ancora usando i patrimoni congelati della Banca Centrale Russa in Europa per finanziare l’Ucraina”. Spiega Shea: “Questa è la narrativa che Mosca cerca di allestire e che ci sono segnali che stia funzionando, come si vede in sondaggi recenti in Francia, Germania e Italia, i quali mostrano che i rispondenti meno inclini ad aiutare l’Ucraina sono in numero superiore a quelli a favore”. Newsweek ha chiesto in merito un commento alla NATO e al Ministero degli Esteri russo.
Indebolire l’articolo 5
La frequenza alta degli incidenti anonimi attribuiti a Mosca ha spinto i funzionari europei a intraprendere azioni dirette. In una di queste, il Consiglio Europeo ha annunciato la scorsa settimana una serie di nuove sanzioni contro una dozzina di soggetti, fra cui analisti russi, ufficiali dell’intelligence e pure un cittadino francese, uno con doppia nazionalità americana e russa e uno con doppio passaporto russo e ucraino, così come altri due enti, il Movimento Russofilo Internazionale e il 142esimo Battaglione Separato di guerra elettronica. Gli individui e gli enti designati vengono accusati di aver attuato “minacce ibride della Russia” compresa la “manipolazione e interferenza di informazioni straniere” o “attività cyber maligne”. La difesa contro operazioni cyber ostili è inclusa da molto tempo nelle dottrine e negli addestramenti della NATO, come l’aver stabilito in Estonia nel 2008 il Centro di Eccellenza per la Difesa Cibernetica Cooperativa.
Altre attività “maligne”
La cyber-sicurezza, insieme alle misure per contrastare le altre “tattiche ibride” come l’interferenza elettorale, sono state ricomprese nell’ultima concezione strategica dell’Alleanza a giugno del 2022, mesi dopo lo scoppio del conflitto. La natura di tale battaglia sotterranea ha evidenziato altresì talune sfide nell’allestire un fronte efficace e unito fra le due principali istituzioni multilaterali europee, cioè NATO e UE, che hanno in comune 23 Stati membri. A proposito della NATO, Shea fa notare che il blocco è concentrato in particolare “sul livello elevato delle operazioni militari e soprattutto sulla difesa collettiva in risposta a un attacco russo convenzionale, sebbene molte risposte alla guerra ibrida si trovino nella sfera civile, nella quale l’Alleanza è attrezzata meno bene”. Si tratta per esempio di sicurezza alle frontiere, gestita in primo luogo dall’agenza Frontex della UE.
A partire da agosto 2021, mesi prima che iniziassero gli scontri, la Polonia aveva accusato l’adiacente Bielorussia, alleata di Mosca, di portare avanti una “guerra ibrida” vera e propria permettendo il passaggio di migranti su larga scala attraverso la frontiera che condividono. Anche le istituzioni UE guidano lo sforzo per gestire lo spazio mediatico, un’istanza che si è rivelata controversa di per sé per molti cittadini, così come finanziare gli sforzi per puntellare la resilienza infrastrutturale fisica e informatica. Vi partecipa pure la NATO, che lavora con la UE per rinforzare la protezione delle infrastrutture critiche e condurre la missione Baltic Sentry per la deterrenza di potenziali sabotaggi contro cavi e condutture sottomarine.
Suddividere i compiti
“Dunque il compito è di definire la suddivisione complementare migliore del lavoro fra la NATO e la UE e di assicurare il coordinamento ottimale fra di esse negli ambiti in cui svolgono programmi similari (anti-drone, cyber-difesa) allo scopo di evitare la duplicazione e di sfruttare le risorse in modo efficiente”, spiega Shea, che aggiunge: “Il problema per la NATO non è tanto di avere una difesa e una protezione migliori – siamo tutti d’accordo su questo – ma di capire in che misura rispondere alla Russia. Ad esempio, abbattere i jet russi che violano lo spazio aereo NATO, effettuare operazioni offensive di contrasto cyber, imporre maggiori sanzioni su Mosca, congelare più beni, fare esercitazioni più larghe ai confini dell’Alleanza e così via. Alcuni membri vorrebbero risposte più robuste al fine di ristabilire la deterrenza, mentre altri temono le conseguenze di un’escalation”.
Oscar Jonsson, collaboratore del NATO Defense College e docente associato della Swedish Defense University, afferma che tali timori si riferiscano anche a uno degli obiettivi centrali dei calcoli russi sulle tensioni con la NATO in senso più ampio. “Vi sono due obiettivi generali che uniscono tutti questi metodi non convenzionali: eversione e deterrenza, dice al Newsweek. “L’effetto sovversivo è un gioco a lungo termine che è come la goccia che scava la roccia ed è indirizzato contro la coesione e le capacità europee. La deterrenza, come dice il nome stesso, viene dal terrore e dalla paura. I russi pensano che più i leader occidentali si preoccupano della ‘escalation’ russa più siano esitanti nell’imporre più sanzioni, appropriarsi dei patrimoni russi oppure dispiegare le truppe in Ucraina”. E aggiunge che “tutto ciò diventa sempre più attuale giorno dopo giorno”.
Test dell’avversario ed escalation
Mosca sta anche considerando un’escalation come obiettivo-chiave. Fin dai primi giorni della guerra, Putin e gli altri alti funzionari hanno messo ripetutamente in guardia sui grossi rischi connessi a un confronto diretto fra Russia e NATO, citando in particolare l’eventualità del ricorso ad armi nucleari. I membri della NATO hanno testato la Russia incrementando gradualmente l’assistenza militare all’Ucraina nel corso del conflitto, includendovi pure sistemi missilistici a lungo raggio, carri armati pesanti e persino caccia da combattimento, ma pochi hanno minacciato apertamente di inviare truppe (tranne che per l’eventualità di missione postbelliche di peacekeeping per sorvegliare sulle garanzie di sicurezza promesse all’Ucraina). E pure la natura di tali garanzie resta incerta, mentre Mosca vede un’opportunità nell’evidenziare la sua posizione nell’architettura della sicurezza europea: i sostenitori di Kiev ora devono vedersela con una pressione diretta su diversi fronti.
Una lotta “educata”
La concezione russa di ricorrere a tecniche non convenzionali per supportare gli obiettivi militari viene spesso accreditata al capo di stato maggiore russo Valery Gerasimov e qualche volta viene definita proprio “dottrina Gerasimov” o “guerra di nuova generazione”. Jonsson comunque ipotizza che i successi di Mosca in tale ambito non si fondino necessariamente su un’innovazione straordinaria, ma su una lettura accurata dei limiti della determinazione collettiva della NATO a replicare con la forza.
“La guerra non convenzionale della Russia ha funzionato bene non perché sia innovativa, ma piuttosto perché ha sfruttato la carenza occidentale di decisione nel contrastarla”, spiega. Cita quindi un esempio del 2014, l’anno in cui cominciarono i tumulti in Ucraina col rovesciamento di un governo amico della Russia a favore di uno nuovo filo-occidentale. Alla sollevazione risposero nel Donbass con l’insorgere dei separatisti filo-russi e con la presa della penisola di Crimea da parte di unità militari russi senza insegne, chiamate comunemente “gli omini verdi”.
Le “persone gentili”
La natura relativamente incruenta della presa della Crimea da parte di tali unità, che poi si è saputo essere un mix fra le Forze per le operazioni speciali e le unità Spetsnaz di élite che rispondono alla Direzione generale per le informazioni militari (GRU), ha guadagnato a costoro il soprannome di “persone educate”. Queste mosse generarono una grossa mobilitazione delle forze NATO su tutto il fianco orientale dell’Alleanza e nuove sanzioni contro Mosca, ma il Cremlino fece bene i suoi calcoli, concludendo che la presa della Crimea e l’annessione seguente avvenuta con referendum contestato sul piano internazionale non avrebbero provocato un intervento diretto. Otto anni più tardi, in un conflitto di grandi proporzioni, la Russia ha ripetuto tale strategia per ridefinire lo status di altre quattro regioni ucraine totalmente o parzialmente sotto controllo, Donetsk e Lugansk nel Donbass e poi Kherson e Zaporizhzhia, per assicurarne l’incorporazione in una trattativa negoziata.
Manca la volontà di rispondere
Con una Russia che ha ormai consolidato la presa sulla Crimea, il destino delle quattro regioni incorporate nel 2022 e nelle quali continuano gli scontri armati è diventato oggetto di discussione nel processo di pace condotto dal presidente americano Trump. Il presidente ucraino Zelensky deve ancora ritrattare pubblicamente i suoi proclami di riconquista dell’intero territorio ucraino, posizione largamente ripresa dai suoi partner europei. Tuttavia, la Casa Bianca ha indicato la via delle concessioni, incluse in un piano in 28 punti uscito il mese scorso. Mentre il dibattito va avanti e sia i rappresentanti russi che quelli statunitensi lasciano trasparire che un’intesa è ormai raggiungibile, Jonsson ritiene che la mancanza di volontà della NATO di sostenere la retorica con l’azione è un’altra volta visibilmente opposta alle nuove provocazioni.
“I soldati senza insegne in Crimea non erano un’innovazione militare, ma una sfida politica che recitava ‘Sappiamo che sapete che siamo noi, ma voi non farete nulla a tal proposito, avete solo l’opzione di definirle come truppe non identificate’, cosa che funzionò per qualche giorno finché la Crimea venne presa”, dice Jonsson. “Questo va bene anche per altre forme di sovversione”, aggiunge. “Sussiste una chiara base legale sia nel diritto internazionale che in quelli nazionali per il contrasto, ma in molti casi la voglia di intraprendere azioni viene a mancare”.
Una guerra su due fronti
La voglia di rispondere si è altresì dimostrata disomogenea fra gli Stati membri dell’Alleanza Atlantica, esponendo le fratture emerse anche per quanto riguarda le richieste degli USA di maggior spesa militare. Il tenente generale in pensione dell’esercito statunitense Douglas Lute, che è stato anche ambasciatore americano presso la NATO e consigliere della Casa Bianca, sottolinea come la geografia delle azioni di Mosca dirette o indirette abbia spinto i membri NATO posti sul confine come la Polonia e le Repubbliche baltiche a farsi portavoce forti della necessità di rafforzare la deterrenza alle minacce ibride. Tali divisioni possono essere devastanti per un’alleanza democratica in senso lato come la NATO,che solitamente esige un soverchiante consenso dei membri prima di procedere ad azioni decisive.
Rompere l’unità nella NATO
Ciò serve bene gli scopi di Mosca, dice, poiché le tattiche di guerra ibrida russe sono “designate non per abbattere l’Alleanza, ma per portarvi confusione, imporre dibattiti nel Consiglio atlantico, il corpo politico dell’Alleanza, per provocare timori politici nelle cancellerie delle capitali e fare in modo che queste siano assorbite dai loro problemi e meno interessate alle questioni relative alla NATO, ma siano rivolte ai problemi interni. Detto in modo sincero, è perché sia la NATO che la UE prendono la gran parte delle loro decisioni importanti su base consensuale. Quindi, nella NATO di oggi per lanciare un’operazione militare servono 32 voti a favore e 0 contrari, un sistema che rappresenta un vantaggio per l’utilizzo della Russia di tattiche ibride, che non devono spaccare l’Alleanza, ma solo prendersela con uno o due membri e in pratica bloccare l’intero processo decisionale. E le scissioni della NATO non sono nemmeno limitate all’Europa.
Presi in mezzo
In quello che forse è uno sviluppo ancora più difficile per coloro in Europa che cercano di incrementare le contromisure verso il Cremlino, Lute afferma che che l’indirizzarsi di Washington allo stop verso le operazioni di soft power nel Vecchio Continente sotto forma di chiusura di media come Voice of America insieme a una serie di critiche agli alleati europei nell’ultima Strategia di sicurezza nazionale emanata dalla Casa Bianca ha effettivamente inaugurato un nuovo fronte per il blocco. “Adesso lo sentono sul secondo fronte, lo percepiscono pure dagli Stati Uniti mediante le affermazioni del presidente, la pubblicazione della nuova Strategia di sicurezza nazionale e la difficoltà che hanno a dare un senso agli approcci dell’amministrazione Trump in Ucraina”, dice Lute.
“Dunque in un certo modo gli europei stanno combattendo contro quello che tutti gli altri vogliono evitare, cioè una guerra su due fronti. E per Washington non è una guerra, ma non c’è dubbio che si sentano presi in mezzo fra ciò che sta accadendo ad est e ciò che sta succedendo ad ovest”, conclude.

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