Il Regno dei miliardi e delle esecuzioni. L’Arabia Saudita conquista mercati e influenza mentre la pena di morte raggiunge livelli record
Il Public Investment Fund (Pif) dell’Arabia Saudita, tra i maggiori fondi sovrani su scala globale, destina centinaia di miliardi di dollari a mercati e partnership internazionali con l’obiettivo dichiarato di diversificare l’economia nazionale e promuovere un’immagine di innovazione e apertura.
Nel frattempo, i report delle principali organizzazioni internazionali e delle Nazioni Unite documentano come la macchina giudiziaria di Riyad continui a registrare volumi elevati di condanne capitali. Sviluppi che, secondo gli analisti dei diritti umani, delineano un netto contrasto tra la proiezione di capitale all’estero e il ricorso alla pena di morte all’interno dei confini nazionali.
La denuncia di Amnesty International
A tracciare i contorni di questo dramma sono le cifre pubblicate il 12 giugno scorso dal Death Penalty Information Center su rilevazioni del Rapporto globale di Amnesty International. Nel 2025 le esecuzioni censite a livello mondiale hanno toccato la cifra di 2.707 casi, il picco più alto dal 1981. «Escludendo Cina e Vietnam, che classificano i dati sulla pena di morte come segreto di Stato, Iran e Arabia Saudita sono responsabili da sole del 93% delle condanne capitali eseguite sul pianeta», si legge nel report.
Se Teheran guida la classifica con 2.159 esecuzioni, Riyad segue infrangendo ogni suo record storico con 356 esecuzioni. I dati pubblicati il 6 agosto scorso dall’Organizzazione Europeo-Saudita per i Diritti Umani (Esohr) lo confermano. Nella prima metà del 2026 le esecuzioni saudite hanno già superato i cento casi, con oltre il 65% dei provvedimenti comminati per reati non violenti legati al narcotraffico.
Un rigore repressivo che si inserisce nella lotta del Regno contro il narcotraffico e in particolare contro il Captagon, la sostanza sintetica anfetaminica che ha inondato il Golfo. E il contrasto al traffico di droga è divenuto una priorità per Riyadh, al punto che la riammissione della Siria di Bashar al-Assad nella Lega Araba durante il vertice di Gedda nel maggio 2023 è stata condizionata al blocco delle esportazioni delle pasticche, prodotte su scala industriale nei laboratori siriani. Tuttavia, la morsa legislativa e giudiziaria applicata sul territorio finisce per colpire prevalentemente gli anelli più deboli della catena criminale.
Identikit delle vittime
A farne le spese è soprattutto la fascia più vulnerabile dei lavoratori transnazionali. Esohr parla di centinaia di migliaia di cittadini etiopi in fuga dalla guerra nel Tigrai e dalla povertà, che intraprendono il percorso definito dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) “tra i più pericolosi al mondo”.
Si tratta di una rotta attiva da molti anni – sottolinea Esohr – che parte dall’Etiopia, attraversa Gibuti o la Somalia, prosegue via mare attraverso il Golfo di Aden fino allo Yemen, prima che i migranti proseguano via terra verso il confine saudita. Lungo questo tragitto, centinaia di migranti finiscono nelle reti dei trafficanti e, una volta al confine saudita, vengono ingannati o costretti a trasportare carichi di stupefacenti, perfino semplici dosi di hashish o qat. Arrestati dalle autorità, viene del tutto ignorato il loro status di vittime di tratta.
Il caso etiope
Le informazioni raccolte dall’Organizzazione rivelano che nella prigione di Khamis Mushait, città nel sud-ovest dell’Arabia Saudita, decine di etiopi attendono il boia. Il consolato etiope a Gedda ha confermato la presenza di 65 connazionali nel braccio della morte di un singolo settore, a cui si aggiungono altri 24 reclusi in settori adiacenti e ulteriori nuclei a Najran, capoluogo dell’omonima provincia sudoccidentale del Paese.
I processi si svolgono in assenza di difesa legale, senza traduttori e con confessioni estorte sotto tortura, in palese violazione del Protocollo Onu sulla Tratta del 2007 e della Convenzione contro la Tortura, entrambi ratificati da Riyadh. Le famiglie apprendono dell’avvenuta esecuzione solo tramite gli asettici comunicati del Ministero dell’Interno, senza ricevere i corpi dei propri cari.

Questo drastico incremento delle condanne capitali risponde a una precisa logica di controllo politico e sociale. A spiegarlo è Ameen Alnemer, ricercatore di Esohr originario di Al-Awamiyah, città simbolo della resistenza nella provincia orientale. Alnemer è stato costretto a fuggire a Londra nel 2016 a seguito dell’esecuzione di suo cugino, lo Sheikh Nimr Al-Nimr, alto prelato sciita e imam della moschea locale, e dopo l’arresto dei suoi colleghi.
Oggi, Alnemer conduce da Londra il programma Saudi Crimes e partecipa alle attività dell’opposizione in esilio.
La situazione dei diritti umani in Arabia Saudita è peggiorata nell’ultimo decennio – spiega -. C’è una stima di moltissime persone dietro le sbarre di cui non sappiamo nulla. Per questo dobbiamo fare pressione sul governo e su chi fa affari con esso. Mio cugino, lo Sheikh Nimr, è stato giustiziato nel 2016 perché parlava apertamente e senza peli sulla lingua contro l’oppressione. Già nel 2007 aveva presentato proposte per rimuovere le discriminazioni contro la minoranza sciita, chiedendo una gestione pluralista della grande moschea de La Mecca e la libertà d’insegnamento religioso per gli studenti. Nel 2009 – continua il ricercatore – denunziò l’aggressione della polizia religiosa contro i pellegrini a Medina, accusando i leader politici di usare la religione per controllare il popolo. Quando nel 2011 scoppiarono le proteste a Qatif e ad Awamiyah, lo Sheikh Nimr divenne la voce del popolo. È stato arrestato nel 2012 e ucciso quattro anni dopo.
Lo sfruttamento del clima di guerra
Analisi che si salda con quanto emerso alla conferenza dell’opposizione nella capitale britannica lo scorso 2 maggio, intitolata “Politiche di sicurezza verso i popoli del Golfo”. Analisti come il Hamza Al Hassan, la Professoressa Madawi Al Rasheed, Yahya Assiri e Adel Al Saeed hanno spiegato come i regimi del Golfo sfruttino il clima di guerra e le tensioni regionali con l’Iran per accelerare la stretta autoritaria, giustificare condanne a morte e azzerare le riforme.
Parallelamente, la repressione interna si nutre dell’immenso capitale economico concentrato nel fondo sovrano. Nel rapporto di 95 pagine pubblicato il 20 novembre 2024 da Human Rights Watch (Hrw), intitolato “L’uomo che ha comprato il mondo: violazioni dei diritti umani legate al Fondo pubblico di investimento dell’Arabia Saudita e al suo presidente, Mohammad bin Salman”, l’organizzazione evidenzia come il fondo da circa mille miliardi di dollari «ha agevolato e tratto profitto da violazioni dei diritti umani».
Il rapporto evidenzia che
il principe ereditario ha utilizzato il potere economico del fondo sovrano saudita per commettere gravi violazioni dei diritti umani e per insabbiare i danni d’immagine derivanti da tali abusi.
Lo sfruttamento della campagna anticorruzione in Arabia Saudita
Il documento evidenzia inoltre come il fondo abbia tratto diretto vantaggio dalla campagna anticorruzione del 2017 voluta dal principe ereditario, caratterizzata da detenzioni arbitrarie, maltrattamenti dei detenuti ed estorsione di beni ai danni dell’élite saudita.
I proventi e l’influenza del fondo servono infine a garantire la copertura politica internazionale. Come svelato da un’inchiesta del New York Times lo scorso 13 marzo, Jared Kushner, genero di Donald Trump e negoziatore statunitense in Medio Oriente, sta cercando di raccogliere oltre 5 miliardi di dollari da governi della regione per la sua società d’investimento Affinity Partners.
Secondo quanto riferito da fonti informate al quotidiano di New York, i rappresentanti di Affinity hanno incontrato il Public Investment Fund dell’Arabia Saudita, guidato dal principe ereditario Mohammed bin Salman. Il Pif, che gestisce le risorse energetiche del regno ed è già il principale investitore della società di Kushner con 2 miliardi di dollari versati al termine del primo mandato Trump, mantiene per contratto un diritto di prelazione sui successivi tentativi di raccolta fondi. D’altra parte Kushner e i suoi rappresentanti hanno sempre respinto ogni accusa di conflitto di interessi o di scambio di favori politicamente motivato.

Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

