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Esclusiva – Ebtehal Abdullah Al Mansour chiede al Governo libico di liberare il padre: “Dimostrate al mondo che la Libia è tornata sulla strada della legalità”

Prigionieri politici. I libici non hanno ancora imparato ad accettare le differenze o devono seguire agende straniere? Alto ufficiale di Gheddafi resta in carcere nonostante la Corte Suprema lo abbia assolto da mesi.

“Nell’agosto 2011, quando i ribelli sono entrati a Tripoli e Gheddafi è partito, abbiamo tutti lasciato la Libia lo stesso giorno. Mio padre è andato in Niger e noi, il resto della famiglia, siamo andati in Algeria, dall’Algeria al Marocco, in Tunisia, e poi in Italia. Non avevamo idea che avremmo cercato asilo politico e che saremmo diventati dei rifugiati. Pensavamo che fosse una misura temporanea e che poi saremmo tornati a casa. Ma da quel giorno è passato molto tempo. Nel 2012, il governo del Niger ha offerto a mio padre asilo politico. Poi, durante il governo di Ali Zidane, mio ​​padre e Saadi Gheddafi sono stati estradati in Libia, una volta lì, sono stati imprigionati nel carcere di al Habda, dove sono stati estremamente torturati”. A raccontarci questo è Ebtehal Abdullah Al-Mansour, 30 anni, che ha ricevuto asilo politico in Italia dopo essere stata costretta a lasciare la Libia per il ruolo che suo padre ricopriva nel precedente sistema di Muammar Gheddafi. Abbiamo raggiunto Ebtehal dopo le ultime notizie sul peggioramento della salute di Abdullah Muhammed Al Senussi, privato delle cure mediche necessarie dall’Istituto di riforma e riabilitazione di Tripoli del servizio di polizia giudiziaria presso il ministero della Giustizia.

FotoAbdullah Mansour insieme a sua figlia Ebtehal Abdullah Al Mansour

La figlia di Al Senussi, Enud, ha preferito non commentare, affermando che le autorità libiche hanno chiesto due giorni per risolvere la situazione senza coinvolgere i media. “I medici fino a questo momento non hanno avuto accesso alla cella di mio padre”. Si è limitata a dichiarare sabato sera mentre sua sorella Hanan è volata in Libia dal Cairo.

Gli appelli delle organizzazioni per i diritti umani affinché i detenuti politici vengano trattati con umanità hanno riacceso l’attenzione su un fascicolo vergognoso della storia moderna della Libia. Il Patto internazionale sui diritti civili e politici afferma specificamente che i prigionieri privati ​​della libertà dovrebbero essere trattati con umanità e rispetto per la dignità intrinseca nella personalità umana. Inoltre, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali afferma che i prigionieri hanno il diritto al più alto livello raggiungibile di salute fisica e mentale.

“Mio padre è stato picchiato e torturato. Ero scioccata quando ho saputo che era stato rinchiuso in una piccola cella senza nemmeno lo spazio per sedersi, costretto a stare in piedi tutto il tempo”. Prosegue Ebtehal Al Mansour, spiegando: “ci sono video, oggi nelle mani dell’intelligence saudita ma alcuni pubblicati online, che mostrano Saadi Gheddafi torturato fisicamente. Qualcuno pensa anche che le foto che sono state scattate ai prigionieri durante la detenzione siano state modificate con Photoshop per nascondere le loro reali condizioni e i segni dei maltrattamenti di fronte alla Comunità Internazionale. Volevano far credere a tutti che stavano bene, ma in realtà non era così. Un giorno, il capo del gruppo armato Tripoli Revolutionaries Brigade, Haytham Al-Tajouri, ha attaccato e preso il controllo della prigione di Al-Habda. In quel periodo, sotto Al-Tajouri, i prigionieri compreso mio padre, stavano bene. Venivano trattati con rispetto, potevano ricevere le visite delle proprie famiglie, telefonate. Erano trattati con rispetto e dignità secondo le indicazioni del Ministero della Giustizia. Sono passati così circa due anni, poi quando Tajouri si è recato negli Emirati Arabi Uniti, un altro gruppo armato ha attaccato la prigione e ne ha preso il controllo. Ad oggi, non sappiamo con certezza chi detiene mio padre Abdullah Mansour e i suoi compagni. Dicono che sono nelle mani della Special Deterrence Force (RADA), ma non siamo sicuri. Esistono diversi gruppi come Rada, Rada uno, due…. Da quel momento, non abbiamo avuto più alcuna notizia, nessuna telefonata o visita”. 

A seguito di una sentenza della Corte Suprema del 12 maggio 2019, mai attuata come risulta da un documento del carcere di Ain Zara, il 19 aprile 2021, il Ministero della Giustizia nel nuovo Governo di unità nazionale (GNU) ha chiesto il rilascio di Abdullah Mansour. Nel frattempo, anche il procuratore generale di Tripoli ha confermato che un tribunale libico lo ha assolto da ogni accusa, invitando le autorità competenti a dare attuazione a questa decisione legale. Tuttavia, Abdullah Mansour rimane in prigione e la famiglia non è in grado di comunicare con lui. Alcuni ritengono che questa decisione non abbia avuto seguito perché il governo intende utilizzare la liberazione dei prigionieri del precedente regime come un’arma di ricatto politico. Altri, invece, credono che il suo rilascio dipenda dalle milizie che lo tengono agli arresti, un atto brutale, che, in tal caso, dovrebbe essere perseguito in quanto non tiene in ostaggio una sola persona ma l’intero processo di riconciliazione nazionale libico.

– Che idea ti sei fatta Ebtehal, perché tuo padre non è stato ancora rilasciato?

 “C’è chi si oppone alla decisione, credo che i leader delle milizie possono usare prigionieri come mio padre, o come Saadi Gheddafi, per apparire più forte sul terreno. Per fare la voce grossa ed ottenere favori politici. Avendo questi prigionieri nelle loro mani, credono di essere presi più seriamente, senza non avrebbero alcun peso sulla scena libica. Ma non siamo sicuri fino ad oggi di chi sia la responsabilità”.

Foto – Il presidente Silvio Berlusconi con Muammar Gheddafi
accompagnato da Abdullah Al Mansour e una delegazione libica

– Quanto tempo è passato dall’ultima volta che hai comunicato con lui?

“L’ultima volta che ho parlato con mio padre è stato circa tre anni fa, in occasione del funerale di mia mamma. C’era ancora Haytham al-Tajouri”. 

– Che ruolo aveva tuo papà nel precedente sistema?

“L’ultimo incarico che ha ricoperto è stato quello di Capo dell’Intelligence e della Sicurezza. Ha servito anche come Ministro dei Media perché, durante il periodo di Gheddafi, questa posizione richiedeva un background militare per proteggere le informazioni in linea con la politica dello Stato. Ha anche scritto molte canzoni; tutti i libici lo amano per questo. È apprezzato anche in Tunisia, Egitto e altri paesi arabi per le sue canzoni, indipendentemente dalla sua appartenenza politica. Molti cantanti arabi hanno interpretato brani scritti da lui. È cresciuto come un bambino orfano, studiando a Misurata, Sirte, Tripoli, prima della carriera militare. Con mio padre la Libia è stata cancellata dalla lista dei paesi che sostengono il terrorismo. Ha partecipato a raggiungere un accordo con l’Europa per fermare i flussi migratori. Durante il governo Gheddafi mia madre ha sempre scelto di non essere coinvolti, di tenerci fuori dalla politica. Solo alle scuole medie ho saputo chi era mio padre. Ricordo i miei compagni di scuola che mi portavano i loro file chiedendomi di aiutarli. Ero sorpresa, non ne avevo idea. Io pensavo che fosse solamente un cantautore”.

– La tribù Warfalla ha chiesto il rilascio dei prigionieri politici come tuo padre, cosa ne pensi?

“Non credo che la situazione riguardi molto le tribù, credo piuttosto che coloro che li detengono possano essere influenzati solo dalle grandi istituzioni internazionali come le Nazioni Unite e che a questo punto servano una o più agende straniere. Non pensano ed agiscono come libici. La situazione libica è per lo più una guerra proxy, non sono sicura che i detentori pensino con la propria testa. Quando era in arresto ad al-Habda, l’unica motivazione era la rivalsa. Stavi indagando su di noi, ora noi indaghiamo su di te… e ti torturiamo. È tutto una questione di vendetta”.  

Cosa vuoi dire al nuovo Governo libico?

“Chiedo al Ministero della Giustizia di dimostrarci che agisce nella legalità. Questa decisione legale deve essere implementata il prima possibileAnche le Nazioni Unite e il Consiglio di sicurezza dovrebbero garantire e fare pressioni sugli attori e i loro partner locali affinché tutte le decisioni legali vengano finalmente rispettate in Libia”.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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