Ebola, la variante Bundibugyo fa paura: l’analisi di Giovanni Dall’Oglio dalla prima linea in Africa
L’epidemia di Ebola torna a far paura in Africa centrale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ufficializzato lo stato di emergenza sanitaria di rilevanza internazionale, per un focolaio di Ebola.
La Variante Bundibugyo
Si tratta del virus Bundibugyo (BDBV, Orthoebolavirus bundibugyoense), una variante meno nota tra le quattro specie di Ebola, riconosciute come patogene per l’uomo.
Il virus è noto dal 2007 e aveva già colpito la Repubblica Democratica del Congo(RDC) e l’Uganda. «Finora, nella Repubblica Democratica del Congo sono stati confermati 82 casi, con sette decessi accertati. Sappiamo però che l’epidemia nella RDC è molto più estesa», ha dichiarato il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, durante la sessione informativa degli Stati membri sulle epidemie di Ebola del 22 maggio scorso.
Ad oggi il bilancio dell’epidemia conta circa 177 decessi e 750 casi sospetti nel Paese e due nella vicina Uganda. Lì la situazione si è fatta estremamente tesa.
Le restrizioni per il contenimento
Lo scorso 26 maggio, il Segretario permanente del ministero della Salute ugandese, Diana Atwine, ha diffuso una circolare che impone severe restrizioni per contenere la diffusione del virus, dato l’elevato rischio di trasmissione associato agli spostamenti della popolazione e alle aggregazioni di massa.
La circolare definisce i territori arischio elevato nell’area metropolitana di Kampala e in numerosi altri distretti, tra cui Wakiso, Mpigi, Mukono, Yumbe e diverse zone di confine, dove le autorità hanno disposto rigorosi controlli.
In queste aree, sono state sospese tutte le attività che favoriscono contatti fisici e assembramenti, vietati raduni pubblici, manifestazioni politiche, festival culturali, eventi sportivi.
La situazione secondo Giovanni Dall’Oglio
Giovanni Dall’Oglio, medico impegnato da anni nel Paese africano con l’organizzazione non governativa Medici con l’Africa Cuamm e fratello di Paolo Dall’Oglio, il sacerdote rapito in Siria nel 2013, traccia il quadro della situazione nel Paese in cui vive e opera.
«In Uganda, il primo paziente accertato lo scorso 11 maggio era un camionista proveniente dal Congo. Ricoverato in un ospedale privato di Kampala, è deceduto dopo quattro giorni. Un altro caso confermato riguarda un uomo attualmente in cura al MulagoHospital della capitale. Si tratta di pochi casi, ma tutte le persone entrate in contatto con pazientisintomatici sono in quarantena e sotto osservazione per 21 giorni, considerato che l’incubazione della malattia dura mediamente 15 giorni. Oggi abbiamo sette persone in cura -prosegue -. Ci si sta organizzando per rispettare le procedure internazionali, necessarie a contenere l’epidemia. Sono state chiuse le frontiere con la RDC e sospesi i voli da e per quello Stato. In caso di malattia, il paziente chiama il numero nazionale, che attiva un’ambulanza speciale per il trasferimento in ospedale, dove viene assistito da personale qualificato. L’emergenza esiste, ma non è classificabile come pandemia. Al momento i soli Paesi con casi certificati sono Congo e Uganda. A preoccupare maggiormente è il Congo, una polveriera, perché le aree colpite sono la provincia dell’Ituri e il Nord Kivu, territori segnati da un conflitto decennale tra forze governative e ribelli del movimento M23».
Stop agli assembramenti
Dall’Oglio sottolinea che le procedure servono «a evitare assembramenti nei Pronto soccorso, come avveniva durante il Coronavirus. Per il resto la mobilità continua, senza particolari limitazioni. I sintomi possono essere simili a quelli della malaria e questo può trarre in inganno chi contrae il virus».
Secondo il presidente dell’Africa Centres for Disease Control and Prevention (Cdc), Jean Kaseya, altri Paesi a rischio sarebbero anche Sud Sudan, Ruanda, Kenya, Tanzania, Etiopia, Congo, Burundi, Angola, Repubblica Centrafricana e Zambia.
Emergenza non pandemia
Anche le autorità internazionali precisano che si tratta di un’emergenza sanitaria e non di una pandemia. L’allerta punta a rafforzare la cooperazione transfrontaliera per circoscrivere il focolaio. In Italia il Ministero della Salute ha già attivato, in linea con le direttive dell’Oms, i protocolli di sorveglianza sanitaria per monitorare i viaggiatori provenienti dalle aree interessate. L’obiettivo resta preventivo e mira a garantire l’identificazione tempestiva di eventuali sintomi sospetti.
Il genere Orthoebolaviruscomprende sei specie distinte, ma soltanto quattro risultano patogene per l’uomo.
Se il virus zairense è noto per l’elevata letalità, che può raggiungere il 90%, tanto che tra il 2013 e il 2016 causò oltre 11mila vittime – chiarisce ancoraDall’Oglio – il Bundibugyo, oltre a essere più raro, presenta caratteristiche differenti. La mortalità oscilla mediamente tra il 25% e il 40%. Ma, mentre per la specie zairense la comunità scientifica ha già sviluppato vaccini, per questa variante non ne esistono ancora. Si sta già lavorando a un nuovo vaccino, che potrebbe arrivare a breve. La strategia principale resta quella delle cure di supporto intensive, dalla reidratazione precoce, fino al trattamento dei sintomi specifici, interventi che migliorano sensibilmente le probabilità di sopravvivenza.
Variante non trasmissibile per via aerea
Tra le ragioni per cui l’epidemia non è stata rilevata, evidenzia l’Oms, è che i test utilizzati per individuare il virus Zaire non rilevano la varianteBundibugyo. Questa non si trasmette per via aerea. Il contagio avviene esclusivamente attraverso il contatto diretto con fluidi corporei di persone infette, sintomatiche o decedute.
Il serbatoio naturale è individuato nei pipistrelli della frutta, dai quali il virus può compiere il salto di specie verso primati o antilopi, fino a raggiungere l’uomo. La prevenzione resta la misura più efficace. Occorre evitare il contatto con sangue, secrezioni e oggetti contaminati, compresi gli indumenti delle persone colpite.

Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.


