Abdel Fattah Al-Sisi e la pratica del potere nell’Egitto contemporaneo: militarizzazione dello Stato, megaprogetti economici e ridefinizione dell’influenza regionale

Abdel Fattah Al-Sisi e la pratica del potere nell’Egitto contemporaneo: militarizzazione dello Stato, megaprogetti economici e ridefinizione dell’influenza regionale

12 Ottobre 2026 0

Dal rovesciamento del presidente Mohamed Morsi il 3 luglio 2013 fino alla sua elezione alla presidenza della Repubblica nel 2014, Abdel Fattah Al-Sisi ha progressivamente ridefinito la natura dello Stato egiziano, costruendo un modello politico fondato sulla centralità dell’apparato militare, sulla concentrazione del processo decisionale e sulla subordinazione delle istituzioni civili a una logica prevalentemente securitaria. L’esperienza egiziana contemporanea non può essere interpretata soltanto come un ritorno al modello autoritario precedente alla rivoluzione del 2011, ma piuttosto come una nuova configurazione del potere nella quale le Forze Armate costituiscono simultaneamente un attore politico, economico, amministrativo e diplomatico.

Situazione ambivalente

A più di dieci anni dall’arrivo di Al-Sisi al vertice dello Stato, il bilancio della sua presidenza presenta una forte ambivalenza. Da un lato, il regime ha perseguito una strategia di modernizzazione infrastrutturale attraverso grandi opere pubbliche, ha rafforzato il controllo territoriale dello Stato e ha sviluppato una politica estera caratterizzata dal pragmatismo e dal multipolarismo. Dall’altro lato, l’Egitto affronta profonde fragilità strutturali: un debito esterno superiore ai 150 miliardi di dollari, una pressione inflazionistica persistente, una forte dipendenza dagli aiuti e dagli investimenti stranieri e una progressiva riduzione della propria centralità diplomatica rispetto alle monarchie del Golfo.

L’Egitto conserva elementi fondamentali di potenza: oltre 112 milioni di abitanti nel 2025, il controllo del Canale di Suez, una delle più grandi forze armate del continente africano e una posizione geografica strategica tra Mediterraneo, Medio Oriente e Africa. Tuttavia, il problema centrale della presidenza Al-Sisi riguarda il divario crescente tra capacità materiali dello Stato e capacità effettiva di trasformare queste risorse in influenza politica regionale.

La militarizzazione dello Stato: l’esercito come struttura dominante della governance nazionale

La caratteristica più significativa del sistema politico costruito da Al-Sisi risiede nell’espansione del ruolo dell’esercito all’interno dello Stato e dell’economia. Fin dalla rivoluzione degli Ufficiali Liberi del 1952, guidata da Gamal Abdel Nasser, le Forze Armate hanno rappresentato un elemento costitutivo della Repubblica egiziana. Tuttavia, mentre durante le epoche precedenti l’esercito agiva soprattutto come garante politico del regime, sotto Al-Sisi esso è diventato progressivamente un pilastro permanente dell’amministrazione economica e dello sviluppo nazionale. Il complesso militare-industriale egiziano comprende oggi numerose imprese attive nei settori delle costruzioni, della produzione alimentare, della gestione delle infrastrutture, della logistica, dell’energia e degli appalti pubblici. La National Service Projects Organization (NSPO), struttura collegata alle Forze Armate, rappresenta uno degli strumenti principali attraverso cui l’apparato militare partecipa all’economia civile.

Secondo numerosi studi condotti da centri di ricerca internazionali, tra cui il Carnegie Middle East Center e l’International Crisis Group, questa presenza economica produce una forma di concorrenza asimmetrica rispetto al settore privato, poiché le imprese militari beneficiano spesso di accesso privilegiato alle commesse pubbliche, di vantaggi fiscali e di una minore esposizione ai meccanismi ordinari del mercato. Il governo egiziano difende questo modello sostenendo che l’esercito rappresenti un attore efficiente capace di realizzare rapidamente infrastrutture strategiche e garantire stabilità in un contesto regionale segnato dalla guerra civile libica, dal conflitto sudanese e dall’instabilità del Sahel.

Tuttavia, il Fondo Monetario Internazionale ha ripetutamente sottolineato, nei programmi di sostegno economico negoziati con Il Cairo dal 2016 fino agli accordi più recenti del 2024-2025, la necessità di garantire maggiore apertura del mercato, trasparenza e condizioni più equilibrate tra imprese pubbliche, militari e private. La questione centrale non è dunque semplicemente la presenza dell’esercito nell’economia, fenomeno comune a diversi Stati post-coloniali, ma il rischio che la militarizzazione economica riduca la capacità dello Stato di costruire un modello di crescita fondato sull’innovazione, sulla produttività privata e sull’attrazione sostenibile degli investimenti.

La Nuova Capitale Amministrativa: una strategia di potenza simbolica confrontata alla realtà economica

Tra i progetti più rappresentativi della presidenza Al-Sisi figura senza dubbio la Nuova Capitale Amministrativa, annunciata nel marzo 2015 durante la conferenza economica di Sharm el-Sheikh. Questo progetto costituisce uno dei principali simboli della “Nuova Repubblica” promossa dal presidente egiziano, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la pressione demografica sul Cairo e creare un nuovo polo amministrativo, finanziario e tecnologico. La città, situata a circa 45 chilometri a est del Cairo, si estende su una superficie prevista di circa 700 chilometri quadrati. Il progetto comprende il trasferimento dei ministeri, un nuovo distretto finanziario, infrastrutture digitali, quartieri residenziali di lusso e strutture simboliche come la Cattedrale della Natività e la Iconic Tower, divenuta il grattacielo più alto dell’Africa con circa 385 metri.

Dal punto di vista politico, la Nuova Capitale rappresenta una forma di produzione materiale della legittimità del regime. Come i grandi progetti infrastrutturali del periodo nasseriano, essa mira a dimostrare la capacità dello Stato egiziano di progettare il futuro e trasformare il territorio nazionale. Tuttavia, numerosi economisti hanno evidenziato la contraddizione tra questa politica dei megaprogetti e la situazione economica del Paese. L’Egitto ha attraversato negli ultimi anni una grave crisi valutaria. La svalutazione della sterlina egiziana dal 2022 ha ridotto significativamente il potere d’acquisto della popolazione, mentre l’inflazione ha raggiunto livelli superiori al 30% nel 2023 e si è mantenuta elevata anche nel 2025.

Parallelamente, il debito esterno è passato da circa 46 miliardi di dollari nel 2014 a oltre 150 miliardi nel 2025, aumentando la dipendenza del Cairo dagli accordi con l’FMI e dagli investimenti provenienti dai partner del Golfo. Il caso dell’accordo con gli Emirati Arabi Uniti per il progetto Ras El-Hekma, annunciato nel 2024 per un valore potenziale di circa 35 miliardi di dollari, ha mostrato chiaramente il ruolo crescente degli investimenti del Golfo nel sostenere la stabilità finanziaria egiziana. La Nuova Capitale diventa quindi un caso paradigmatico della governance al-Sisiana: uno Stato che utilizza l’urbanistica e le infrastrutture come strumenti di potenza e legittimazione, ma che deve affrontare il problema della sostenibilità economica di tali scelte.

L’Egitto e il Sudan: sicurezza strategica, oro e competizione per l’influenza regionale

Il Sudan rappresenta uno degli spazi geopolitici più importanti per l’Egitto contemporaneo. La condivisione del bacino del Nilo, la vicinanza territoriale e la sicurezza della frontiera meridionale rendono Khartoum un elemento essenziale della strategia nazionale egiziana. Dopo la caduta di Omar al-Bashir nell’aprile 2019 e soprattutto dopo lo scoppio della guerra civile nell’aprile 2023 tra le Sudanese Armed Forces (SAF), guidate da Abdel Fattah al-Burhan, e le Rapid Support Forces (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo “Hemeti”, il Sudan è diventato uno dei principali teatri della competizione geopolitica africana. Il Cairo ha storicamente privilegiato il rapporto con l’esercito sudanese, considerandolo un interlocutore istituzionale capace di garantire continuità e stabilità. Tuttavia, la guerra ha evidenziato anche la dimensione economica del conflitto, in particolare attraverso il controllo delle risorse minerarie, soprattutto dell’oro.

Il Sudan possiede alcune delle maggiori riserve aurifere africane e il settore dell’oro rappresenta una fonte fondamentale di finanziamento per diversi attori armati. Secondo diverse inchieste internazionali, una parte significativa dell’oro sudanese è stata esportata attraverso circuiti informali verso Paesi del Golfo, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, trasformando la risorsa mineraria in uno strumento di influenza regionale. Alcuni analisti hanno criticato il ruolo degli attori regionali coinvolti nel conflitto, sostenendo che la competizione per le risorse naturali abbia contribuito al prolungamento della guerra.

Per quanto riguarda l’Egitto, il governo del Cairo ha sempre negato un coinvolgimento diretto nelle dinamiche economiche del conflitto e presenta la propria politica sudanese come finalizzata alla preservazione dello Stato e alla sicurezza del bacino del Nilo. Tuttavia, il dossier sudanese mostra una trasformazione più ampia: l’Egitto continua a considerare il Sudan una zona strategica prioritaria, ma deve operare in un ambiente regionale nel quale Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar dispongono ormai di capacità finanziarie e diplomatiche superiori.

La diplomazia egiziana: dalla leadership araba alla competizione con le monarchie del Golfo

Per gran parte del XX secolo, l’Egitto ha rappresentato il centro politico del mondo arabo. Il nasserismo, la diplomazia di Sadat negli accordi di Camp David del 1978 e il ruolo del Cairo nella Lega Araba hanno conferito al Paese una posizione centrale negli equilibri regionali. Sotto Al-Sisi, tuttavia, questa centralità è stata progressivamente trasformata. La diplomazia egiziana contemporanea è caratterizzata da un pragmatismo orientato alla sicurezza e alla ricerca di equilibrio tra diversi partner internazionali: Stati Uniti, Russia, Cina, Unione Europea e monarchie del Golfo. L’adesione dell’Egitto ai BRICS nel 2024 rappresenta la volontà del Cairo di inserirsi nei nuovi equilibri multipolari. Tuttavia, questa strategia evidenzia anche una certa difficoltà nel definire un’agenda autonoma.

Parallelamente, le monarchie del Golfo hanno progressivamente assunto un ruolo diplomatico internazionale più importante. Il Qatar ha sviluppato una reputazione come mediatore internazionale attraverso il dossier afghano, Gaza e altri conflitti regionali. Gli Emirati Arabi Uniti hanno costruito una rete globale fondata sulla diplomazia economica, energia e finanza. Tuttavia, questa strategia presenta profonde contraddizioni strutturali. La militarizzazione dell’economia ha rafforzato la capacità dello Stato di controllare settori strategici e realizzare rapidamente grandi opere, ma ha anche sollevato interrogativi sulla competitività del settore privato, sulla trasparenza economica e sulla capacità dell’Egitto di costruire un modello di sviluppo maggiormente sostenibile.

La sfida per il futuro

La Nuova Capitale Amministrativa costituisce il simbolo più evidente di questa ambivalenza: da un lato, essa incarna la volontà del regime di proiettare un’immagine di modernità, potenza e continuità dello Stato; dall’altro, rappresenta una scelta economica controversa in un contesto segnato dall’aumento del debito esterno, dalla svalutazione della valuta nazionale e dalla crescente dipendenza dagli investimenti stranieri. La principale sfida per il futuro sarà dunque trasformare il peso storico, geografico e militare dell’Egitto in una reale capacità di leadership economica e diplomatica, in un ordine regionale nel quale Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno progressivamente assunto il ruolo di nuove piattaforme della diplomazia internazionale.

Yassine El Yattioui
ElYattioui

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