Pratiche inquietanti e interessi sotto banco: i metodi di deportazione dell’amministrazione Trump

Pratiche inquietanti e interessi sotto banco: i metodi di deportazione dell’amministrazione Trump

24 Settembre 2026 0

Dal gennaio 2025 all’agosto 2026 le autorità americane hanno deportato più di 25mila individui verso Paesi terzi, cioè non quelli da cui erano venuti. La stragrande maggioranza, quasi 20mila, sono finiti in Messico, mentre gli altri 5mila (di 89 diverse nazionalità) sono stati spediti in diverse parti del mondo, dall’Africa al Sudamerica.

Mancanza di accordi coi Paesi terzi

I suddetti 20mila deportati in Messico via terra non erano messicani: quindi li hanno portati in un Paese terzo. È un fatto inquietante che merita attenzione, al di là delle preferenze politiche, perché nasconde diversi livelli di lettura a partire da una stranezza: non esiste un accordo specifico fra USA e Messico per la deportazione dei clandestini. Altri 2mila sono stati deportati in Guatemala per via aerea, e non erano guatemaltechi, ma molti erano messicani. Altri ancora sono finiti in Guyana, ed erano cubani e afghani. In totale sono ventotto gli “Stati terzi” che hanno ricevuto un carico di illegali deportati dagli USA. Fra questi vi erano pure dei russi e dei cittadini di Repubbliche ex sovietiche, mandati per esempio a Panama, in Costa Rica e in Moldavia. Peccato che Washington non abbia un accordo specifico nemmeno con Chișinău, come dichiarato dal Ministro degli Esteri moldavo.

Politica repressiva o vanto politico

Alle critiche l’amministrazione repubblicana risponde dicendo di impegnarsi a deportare soprattutto i soggetti con precedenti penali. Il Dipartimento americano per la sicurezza interna (DHS) asserisce che l’iniziativa è indirizzata contro quegli stranieri “che sono così straordinariamente brutali che i loro stessi Paesi di origine non li rivogliono indietro”. Il riferimento è ad “assassini già condannati, stupratori di bambini e narcotrafficanti”. Potrebbe non essere soltanto l’applicazione di una promessa elettorale, ma una politica repressiva a tutti gli effetti, come asseriscono alcune ONG. Secondo tali organizzazioni, il trasferimento in un Paese terzo è diventata una parte essenziale della politica repressiva trumpista. Negli ultimi tempi, il governo ha comunicato sempre di meno riguardo alle deportazioni e in maniera sempre più opaca, marcando una netta differenza con il modo esplicito, quasi di vanto, con cui ne parlava all’inizio del mandato, come sostiene Savi Arvey, direttore della ONG Human Rights First.

Non più slogan

Eppure ancora l’anno scorso l’amministrazione Trump sfruttava politicamente queste operazioni mostrando di voler mantenere le promesse elettorali, usando la deportazione quasi immediata verso Paesi terzi come mezzo per scoraggiare l’arrivo di altri clandestini o per stimolare quelli presenti ad andarsene da soli. La portavoce del Dipartimento per la sicurezza interna Tricia McLaughlin agitava davanti ai potenziali migranti lo spettro di un destino crudele nelle terrificanti carceri di massima sicurezza o in posti diversi da quello di origine: Se vieni nel nostro Paese illegale e violi le nostre leggi, potresti finire al CECOT, all’Alligator Alcatraz, a Guantanamo Bay, o nel Sud Sudan o in un altro Paese terzo.

Finora, a quanto pare, le autorità americane non si sono particolarmente premurate di seguire tutti i protocolli legali per garantire il rispetto dei diritti dei deportati. Le organizzazioni che difendono i migranti denunciano tremende violazioni, dalla detenzioni arbitrarie ai trattamenti degradanti. Un esempio: più di 250 uomini sono finiti a El Salvador (Paese noto per la criminalità organizzata combattuta in maniera feroce dal presidente Bukele) in una prigione in cui sono detenuti i membri delle gang. È ovvio come le condizioni laggiù siano “disumane”, perché commisurate alla ferocia dei reclusi che solitamente ospitano.

L’inchiesta

Le informazioni sulle deportazioni nei Paesi terzi sono state raccolte nell’arco di sei mesi da un gruppo di 26 media, coordinati dall’organizzazione non profit Forbidden Stories. Oltre all’inchiesta vera e propria, hanno preso le cifre e i dati dalle fonti aperte, dal lavoro di giornalisti di tutto il mondo e tramite agenzie di monitoraggio degli spostamenti delle persone come ICE Flight Monitor e Third Country Deportation Watch tracker. Grazi violazioni sono state riscontrate anche dall’avvocatessa statunitense Meredyth Yoon, che accusa i giudici americani di mandare i deportati in Paesi che essi stessi avevano in precedenza definito come pericolosi per loro.

Carolyn Patty Blum, docente dell’Università di giurisprudenza di Berkeley, denuncia a sua volta la ripetuta violazione da parte delle autorità del principio di non-respingimento, punto fondamentale del diritto internazionale che vieta al Paese che ha ricevuto i richiedenti asilo di rimandarli in uno Stato nel quale in cui sarebbero in probabile pericolo di venire perseguitati per motivi come la razza, la religione, la nazionalità o l’appartenenza a un gruppo sociale o politico.

Interessi sotto banco

Il Dipartimento di Stato rigetta queste accuse affermando di ricorrere soltanto a mezzi legali per implementare le disposizioni del governo. E si rifiuta di fare commenti a proposito della mancanza di accordi con gli Stati terzi in cui fa deportare i clandestini. Nemmeno questi ultimi sono particolarmente lieti di raccontare i retroscena di quanto sta avvenendo. Le motivazioni per le quali accettano di ricevere i voli pieni di deportati provenienti dagli USA spesso non sono chiare, anche se è facile supporre che si tratti di “stimoli” di carattere finanziario. Documenti visionati dallo Washington Post parlano di 81 milioni di dollari promessi dalla Casa Bianca a tredici governi di Stati nel mondo. La cifra includerebbe 15 milioni destinati al Guatemala e all’Honduras e cinque milioni per la Guinea Equatoriale, la Liberia, il Rwanda, la Repubblica Dominicana, Eswatini e Palau.

E pure quando gli accordi bilaterali sono resi noti, non è chiaro quali siano gli interessi sottostanti. Secondo una relazione del gruppo Dem al Senato, le deportazioni sono usate come “moneta di scambio” coi Paesi che Trump minaccia di sanzionare o a cui togliere la concessione dei visti. Almeno un caso del genere è stato apertamente ammesso dal Ministro degli Esteri del Ghana, secondo cui il suo governo ha accettato l’accordo con Washington in modo da non subire dazi o impedimenti nella concessioni dei visti di ingresso.

Giuliano Pellico
Giuliano Pellico

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