Il Brasile di Lula stretto nella morsa dei conti pubblici: a rischio sanità e istruzione

Il Brasile di Lula stretto nella morsa dei conti pubblici: a rischio sanità e istruzione

25 Agosto 2026 0

Il governo brasiliano deve affrontare un disavanzo potenziale di 105,5 miliardi di real, circa 17,8 miliardi di euro. Un vero e proprio salasso che va a colpire la copertura delle spese non obbligatorie previste per il 2026. Più che di un’improvvisa mancanza di liquidità, si tratta della distanza tra gli impegni accumulati dall’amministrazione federale e il limite di pagamento consentito dalle regole di bilancio.

Secondo la Consulenza di bilancio, controllo e fiscalizzazione del Senato, sommando gli stanziamenti dell’anno e i debiti ereditati dagli esercizi precedenti, le spese che potrebbero essere pagate nel 2026 raggiungono 330,9 miliardi di real. Lo spazio effettivamente disponibile si ferma però a 225,4 miliardi: resta quindi scoperto il 31,9 per cento del totale. Il dato tiene già conto delle limitazioni fissate dal decreto di programmazione finanziaria aggiornato alla fine di luglio.

Colpiti settori chiave

A pagare il prezzo più elevato rischiano di essere i ministeri che incidono maggiormente sulla qualità della vita della popolazione. La Sanità presenta una restrizione di 15,1 miliardi di real, mentre per l’Istruzione il divario è di 13,8 miliardi. Se il governo adottasse le stesse misure correttive dello scorso anno, potrebbero essere ridimensionati i finanziamenti destinati alle strutture sanitarie specialistiche, alla distribuzione dei farmaci, ai libri di testo e al funzionamento ordinario delle scuole e delle università federali.

Il nodo è aggravato dai cosiddetti restos a pagar, gli impegni formalmente assunti ma non ancora saldati. All’inizio del 2026 il loro ammontare complessivo ha raggiunto 391,6 miliardi di real. Per le sole spese discrezionali, al netto delle cancellazioni, i debiti pregressi che gravano sull’esercizio corrente superano i 104 miliardi. Un progetto di legge destinato a limitarne l’accumulazione giace alla Camera dei deputati dal 2016.

Il ministero della Pianificazione e del Bilancio ha precisato che gli attuali limiti non sono definitivi e potranno essere modificati durante l’anno in relazione all’andamento delle entrate e delle spese. Il problema, tuttavia, è strutturale: la parte obbligatoria del bilancio federale assorbe quasi tutto lo spazio disponibile, lasciando margini sempre più ridotti per investimenti e servizi. Già il progetto delle direttive di bilancio indicava per il 2026 spese primarie complessive pari a 2.593,7 miliardi di real, delle quali 2.361,9 miliardi obbligatorie.

La crisi si inserisce inoltre in un anno elettorale, nel quale la pressione per sostenere programmi sociali, investimenti ed emendamenti parlamentari aumenta sensibilmente. Per Lula la sfida sarà conciliare la tutela del welfare, elemento centrale della sua piattaforma politica, con il rispetto del nuovo quadro fiscale. Il rischio è che l’aggiustamento venga rinviato, trasferendo debiti e tensioni al prossimo esercizio: una vulnerabilità che potrebbe indebolire la credibilità finanziaria della maggiore economia latinoamericana e restringerne ulteriormente l’autonomia politica.

Le reazioni

La vicenda ha alimentato il dibattito sulla sostenibilità della politica fiscale brasiliana. La stampa economica nazionale non interpreta i 105,5 miliardi di real come un’immediata voragine nelle casse dello Stato, ma come il sintomo di un bilancio sempre più rigido. Folha de S.Paulo e CNN Brasil Money, richiamando le valutazioni dell’Instituição Fiscal Independente, hanno evidenziato come le spese crescano più rapidamente delle entrate e come il rispetto formale della meta fiscale dipenda dalle esclusioni consentite dalla legislazione. Al netto di questi correttivi, il disavanzo primario effettivo sarebbe pari allo 0,4 per cento del Pil, mentre per stabilizzare il debito pubblico, previsto all’82,5 per cento del Pil, servirebbe un avanzo del 2,1 per cento.

A rendere più delicato il quadro è il calendario politico. Nel primo semestre il governo ha accelerato il pagamento degli emendamenti parlamentari, destinando entro giugno il 65 per cento delle somme previste, secondo una dinamica ricorrente negli anni elettorali. Questa concentrazione ha contribuito a rendere espansiva la politica fiscale e ad aumentare la pressione sui pagamenti successivi. Sanità e istruzione si trovano così strette fra le promesse avanzate durante la campagna presidenziale, l’esigenza di finanziare i servizi già esistenti e un margine di manovra sempre più ristretto. Il problema dei 105,5 miliardi non rappresenta dunque soltanto una difficoltà contabile: mostra come la competizione elettorale e la distribuzione delle risorse pubbliche siano destinate a condizionare l’agenda economica del Brasile anche dopo il voto.

Marco Fontana
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