Ucraini scappati in USA: Trump potrebbe deportarli o lasciare che per ora rimangano

Ucraini scappati in USA: Trump potrebbe deportarli o lasciare che per ora rimangano

12 Ottobre 2026 0

Dopo l’accordo petrolifero con la Russia Trump ha un’altra occasione per amareggiare Kiev. Tra qualche giorno scadrà lo status di protezione umanitaria dei rifugiati ucraini negli States. Che cosa farà l’amministrazione repubblicana?

Tre opzioni

Appena insediatosi nel gennaio 2025, Trump aveva firmato un ordine esecutivo per inasprire i controlli sull’ingresso dei rifugiati e dei migranti. Dopo di che, le autorità americane hanno smesso di accettare le richieste dei cittadini americani che volevano fare da garanti finanziari agli ucraini in arrivo in America grazie al programma di accoglienza creato da Biden, lo Uniting for Ukraine (U4U). Il passo successivo sarebbe dovuto essere la conclusione anticipata della protezione umanitaria, in modo da costringere molti degli immigrati già presenti ad andarsene.

Tuttavia, mentre i cittadini di Haiti, dello Yemen, del Sud Sudan e del Myanmar hanno perduto lo status di rifugiati, la pressione bipartisan del Congresso ha convinto la Casa Bianca a non applicare la medesima rigidità verso gli ucraini, che sono stati quindi “graziati”. Ora però si è arrivati alla scadenza naturale di tale status, verso cui il governo americano ha tre opzioni: prolungarlo, eliminarlo oppure non prendere alcuna misura e lasciare la situazione in sospeso.

Prolungamento dello status

Esattamente come lo scorso anno, anche oggi vi è un gruppo di esponenti del Congresso di entrambi gli schieramenti che fa lobbying per mantenere negli USA gli ucraini scappati. Tra i repubblicani, il deputato Brian Fitzpatrick e le senatrici Lisa Murkowski e Susan Collins. Fra i democratici, il deputato Jason Crow e la senatrice Jeanne Shaheen. Costoro vorrebbero estendere l’accoglienza fino al 2029 e a questo scopo hanno redatto a fine settembre una lettera in cui spiegano l’utilità sociale degli ucraini in America, che secondo loro detengono un ruolo importante nella sanità, nei trasporti e nell’edilizia.

Sono convinti che mandarli via significherebbe danneggiare questi settori e provocare costi maggiori ai consumatori statunitensi. Hanno indirizzato la missiva al segretario di Stato Marco Rubio e al Segretario della sicurezza interna Markwayne Mullin. Dalla senatrice Shaheen arriva comunque l’ammissione delle scarse probabilità di realizzazione dell’idea di tenere dentro tutti gli ucraini: sulla base delle politiche attuali, è dura immaginare come ciò possa avvenire.

Cancellazione dello status

Altri esponenti del Campidoglio, invece, spingono per cancellare tutti i programmi di protezione temporanea (TPS, Temporary Protected Status). Non sono Congressmen che osteggino l’Ucraina in quanto tale, ma ritengono che col prolungare sistematicamente tutti i benefici ai rifugiati si finisca per danneggiare l’erario statale e togliere lavoro ai cittadini americani. Sono quindi fautori dell’America First, come nel caso del senatore Jim Banks, secondo cui mantenere in piedi tutti i TPS ha come effetto un’America Last.

L’amministrazione Trump finora ha rinnovato per altri sei mesi la protezione ai libanesi fuggiti dalla guerra fra Israele ed hezbollah, ma ha negato il prolungamento ad haitiani e somali, che sono gruppi nazionali interessati da conflitti armati (siano guerre civili o scontri con soggetti esterni). Fino a qualche tempo fa, l’amministrazione Trump sfruttava politicamente le deportazioni immediate, soprattutto quelle verso Paesi terzi, come mezzo per scoraggiare l’arrivo di altri clandestini e come dimostrazione della volontà di mantenere le promesse elettorali. Tuttavia, le forti critiche di una certa opinione pubblica hanno spinto le autorità ad agire senza reclamizzare troppo questa attività.

Il limbo

Ai sostenitori della protezione agli ucraini andrebbe bene anche se Trump non firmasse nulla, né in un senso né nell’altro. In questo modo il TPS degli ucraini scadrebbe, ma non sarebbe formalmente cancellato. Una soluzione salomonica che rappresenterebbe un vantaggio politico per i repubblicani in vista delle prossime elezioni di metà mandato, perché non scontenterebbe i simpatizzanti di Kiev senza irritare gli elettori MAGA che vorrebbero espellere i migranti. Inoltre evita a Washington il danno di immagine costituito dal rispedire i rifugiati in un Paese soggetto a bombardamenti e combattimenti.

Il problema lo avrebbero soltanto gli ucraini. Infatti non abrogare e nemmeno rinnovare il TPS implica per loro finire in un “limbo” fino alla primavera del 2027. Lo stesso era accaduto di recente ai rifugiati di El Salvador, ai quali la protezione non è stata né cancellata né prolungata. I salvadoregni dunque potranno rimanere per altri sei mesi, soffrendo però nell’incertezza di lavorare o studiare senza sapere se dovranno comunque abbandonare il territorio americano entro la fine del prossimo anno.

Non è solo politica interna

Il governo di Kiev non si è espresso sulla sorte degli oltre 100mila connazionali che oggi si trovano negli Stati Uniti. Nemmeno l’Ambasciata ucraina ha rilasciato commenti ufficiali sulla questione del rinnovo del TPS. Da parte sua, invece, Trump fa commenti negativi su Zelensky e sul suo “regime”, accusandolo di provocare coi suoi attacchi alle raffinerie russe un aumento spropositato del prezzo del carburante e esortando gli ucraini a trovarsi un nuovo presidente. Una fonte interna al governo di Washington ammette che in questo momento non vi è alcuno stimolo a fare qualcosa di positivo per l’Ucraina. E allora la cosa più semplice da fare, dice, è quella di lasciare che la protezione temporanea scada, ma senza toglierla. E poi si vedrà.

Redazione Strumenti Politici
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