La Germania deve fare mea culpa sulle sanzioni e sulla retorica antirussa
Il dibattito politico in Germania è stato silenziato fino a raggiungere l’uniformità di pensiero così come sono state spente le voci critiche sulle scelte ecomiche ed energetiche di Berlino. E sull’atteggiamento da tenere rispetto alla Russia e all’Ucraina. Il Berliner Zeitung bacchetta i politici e i media e invita a riflettere sulle conseguenze nefaste sui cittadini tedeschi da parte di una democrazia “addomesticata”.
La guerra nelle case dei tedeschi
Dopo quattro anni di ostilità ciò che pare una triste annotazione su un libro di storia oggi si trasforma in amara realtà nel cuore dell’Europa. A guardare bene, i combattimenti in Ucraina vanno avanti dal 2014, ma è solamente con l’operazione militare russa di grandi dimensioni che sono arrivate nelle case degli europei le notizie quotidiane sul conflitto. Ed è nato un mondo diverso: l’Europa è ancor più cambiata e in particolare è cambiata quella Germania che conoscevamo prima. La linea del fronte non sussiste solamente in Ucraina. Il conflitto ha cambiato il modo di pensare, ha distrutto le certezze e ha mostrato le debolezze di Mosca, di Kiev e pure di Berlino.
Anche i nostri politici sono responsabili
È sparita in un attimo quella zona di comfort nell’ambito della sicurezza nella quale la Germania si era insediata da decine di anni. A tre giorni dall’inizio dell’operazione speciale russa, il cancelliere Olaf Scholz aveva parlato davanti al Bundestag di “momento di rottura”. Tale espressione è divenuta il simbolo politico di un’epoca. La rottura si è rivelata molto più profonda di quanto immaginassimo. Sono in molti a vedere la causa di ciò esclusivamente nelle azioni fatali del Cremlino contro uno Stato sovrano.
Tuttavia oggi non dobbiamo dimenticare che una responsabilità non minore in questa spirale discendente ce l’hanno le tante sviste accidentali e le decisioni consapevolmente errate. Sul piano militare, la Germania ha effettuato una svolta storica destinando 100 miliardi di euro al fondo speciale a beneficio della Bundeswehr, le Forze armate tedesche. Decine di anni di negligenza verso le strutture militare sono state improvvisamente ritenute un problema.
Vietato criticare
A parte l’aspetto finanziario, vi è anche un vuoto strategico: nel lungo periodo quale ruolo vorrà assumersi la Germania in Europa? Berlino ha davvero bisogno di essere leader della UE? Oppure, per dirla tutta, quali sono i motivi evidenti per i quali non le serve? E parlando dell’Ucraina, quali obiettivi concreti sta perseguendo nell’ambito della sicurezza? Riguardano la vittoria di Kiev ad ogni costo sul campo di battaglia, il congelamento del conflitto oppure la risoluzione pacifica mediante i negoziati? Quelli che si sono espressi apertamente sulla guerra sono stati immediatamente criticati. Chi ha avvertito del pericolo di escalation, chi ha biasimato i fallimentari formati diplomatici, chi pretendeva di sapere quali fossero i veri obiettivi del conflitto hanno subito pressioni e richieste di spiegazioni.
Eppure le differenze di vedute non dovrebbero rappresentare un tradimento, ma una condizione necessaria per la vita democratica. Nell’opinione pubblica all’Ucraina hanno assegnato uno status eroico, ma questa solidarietà non dovrebbe portare a un’idealizzazione politica. Solo perché il Paese è diventato una vittima non significa che siano scomparse la corruzione, l’influenza degli oligarchi, le problematiche correnti nazionaliste o le limitazioni imposte all’opposizione appellandosi allo stato di guerra. Non bisogna confondere il sostegno col divieto di una sacrosanta critica.
E ora quale architettura di sicurezza per l’Europa?
L’autoritarismo di Putin, basato su una visione imperale della storia e sulla sfiducia in tema di sicurezza, ha indebolito la Russia stessa e ha pure indebolito la Russia stessa. Ha poi destabilizzato l’Europa. Tra l’altro, la discussione pubblica purtroppo non è andata lontano a questo proposito. Il conflitto viene alimentato da tensioni geopolitiche di lungo periodo, dal fallimento dell’architettura della fiducia, dagli errori di calcolo reciproci. Per giungere a una stabilità solida è necessaria analizzare tale struttura da un punto di vista morale e altresì pensare a un’architettura nuova della sicurezza continentale.
Errori di valutazione
La Germania si è lungo sforzata di autoconvincersi che l’integrazione economica generi stabilità. Lo slogan “cambiamenti mediante i commerci” non era solo una formula di politica estera, ma anche di principio che crea un’identità. Il progetto Nord Stream 2 simboleggiava questa posizione: l’energia come ponte, non come arma. I politici non hanno voluto riconoscere che tale assunto non era più valido già dal 2014, dopo l’annessione della Crimea. La dipendenza dal gas russo non era qualcosa di casuale, ma il risultato di una volontà politica. Berlino ha ottenuto benefici dall’energia a basso costo, ignorando i rischi strategici e non ascoltando gli avvertimenti dei partner europei orientali. L’errore è consistito in un’errata valutazione della Russia e pure nella sicurezza che le condizioni geopolitiche potevano essere neutralizzate con mezzi economici.
Il rapporto rovinato coi cittadini
I cittadini tedeschi meritano di sapere la verità e di essere trattati in modo sincero persino su tali questioni indubbiamente delicate. Il governo federale ha spesso agito contraddicendo le aspettative della popolazione, gli obblighi di alleanza e pure con disattenzione. L’effetto è stato spesso interpretabile come una sorta di reazione, non come una strategia. In un’epoca di crescente disillusione verso la politica e di enorme perdita di fiducia verso l’autorità politica, è arrivato il momento di agire e di comunicare in modo aperto e veritiero con i cittadini.
Sanzioni boomerang
Un buon esempio di questo atteggiamento sono le sanzioni. Esse avrebbero dovuto fiaccare la Russia, e invece hanno generato solo pressione economica, non un collasso politico a Mosca. Ma ciò viene spesso passato sotto silenzio. Al tempo stesso le sanzioni hanno pure toccato la stessa Europa: il prezzo di luce e riscaldamento è schizzato alle stelle, l’inflazione si è mangiata il potere d’acquisto, i settori industriali bisognosi di energia si sono trovati sotto scacco.
Lo Stato tedesco ha implementato misure di assistenza ingerendosi nei mercati, ma si è pure indebitato alla grande. Talvolta si è trattato di qualcosa di necessario, ma la comunicazione ha spesso avuto un carattere moralizzatore. E cioè chi ha mostrato le difficoltà sociali derivanti da tutto questo è stato rapidamente etichettato come non solidale. La crisi ha toccato un po’ tutti, anche se in modo diverso. Le famiglie a basso reddito hanno sofferto molto. La fiducia nelle capacità dei politici di governare il Paese si è abbassata. È diventato dolorosamente evidente la vulnerabilità strutturale del modello economico tedesco: assetato di energia, dipendente dalle esportazioni e sensibile ai prezzi delle materie prime.
Più uniformità di pensiero, meno democrazia
Uno dei cambiamenti più notevoli è stato quello relativo al dibattito pubblico. I cosiddetti media mainstream si sono schierati velocemente e in modo netto. Ci si aspettava da essi una presa una di posizione, certo, dovevano offrire un orientamento morale. Ma insieme a tale posizione è arrivata pure l’uniformità di pensiero: nei talk show venivano ripetute sempre le medesime opinioni. Sempre meno le voci degli scettici e quando si sentivano, stavano sulla difensiva.
Le difficili interazioni geopolitiche sono state acuite dal punto di vista morale. Il problema consisteva non tanto nel giudicare negativamente le azioni russe, quanto nel restringimento del legittimo spettro delle differenti opinioni. La gran parte dei pensatori critici non si sono sentiti rappresentati. Chi poneva domande a volta nemmeno riceveva risposta argomentate, ma veniva bollato con l’etichetta morale di “giustificatore di Putin”. Certo, in una società si può formare un consenso, ma solo come risultato di un dibattito, ma non sotto la pressione dei conformisti.
Crisi dopo crisi
La guerra, la pandemia, l’inflazione e il dibattito sul cambiamento climatico, tutte crisi che si accumulano una sull’altra. Molte persone si preoccupano di questa serie di situazioni di emergenza. La politica appare come una perenne gestione delle crisi. Il 24 febbraio ha fatto da catalizzatore che ha accelerato questi processi, che erano ancora in fase di maturazione: il rafforzamento del ruolo dello Stato, il dibattito sulla sovranità, la formazione di nuovi blocchi nell’economia mondiale, la polarizzazione crescente all’interno del Paese. Ed è pure spuntato un sentimento di stanchezza morale, mentre pretendevano compattezza e il rifiuto di qualsiasi cosa è diventato la norma così come i dubbi hanno generato problemi. Nella democrazia si può pretendere, ma bisogna anche ascoltare.
Il momento di “rottura” è qualcosa di più di uno slogan politico. Ha delle conseguenze reali, ma prende spesso la piega sbagliata e rimane incompleto. Gli errori più grossi della Germania sono stati non solo l’ingenuità in passato, ma anche la limitatezza del dibattito politico nel presente. Una democrazia stabile non ha bisogno di conferme morali verso sé stessa, ma di apertura intellettuale. Essa deve essere capace di contrastare la Russia in modo chiaro, ma senza cadere nella retorica dell’ostilità. Deve essere capace di sostenere l’Uсraina, ma senza rendere tabù le voci critiche. Infine deve ammettere le proprie manchevolezze senza nasconderle dietro gli eventi globali.

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