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Un New Deal per i giovani, la proposta del FT non convince del tutto gli esperti del mondo economico italiano

Recentemente The Financial Times ha dedicato una lunga serie di articoli sulla condizione giovanile britannica come da noi già raccontato. In particolare il noto quotidiano economico-finanziario britannico propone la costruzione di un New Deal For The Youth, per riequilibrare le condizioni di partenza a livello lavorativo, ma ancora di più. pensionistico; per restituire loro un mondo più sostenibile e dove venga ripristinato un ascensore sociale adeguato e la prospettiva di pensioni adeguate e proporzionate rispetto a quelle dei propri genitori.

Leggendo gli articoli del FT si evince come tutto il mondo sia paese. I problemi che incontrano i ragazzi nel Regno Unito sono i medesimi di quelli italiani. Ecco quindi che diventa realmente interessante comprendere da alcuni protagonisti del nostro mondo socio economico quali sia il loro pensiero rispetto al progetto di un nuovo New Deal per i Giovani. Abbiamo quindi interpellato Vera Negri Zamagni, fondatrice e fino al 2001 co-editor della European Review of Economic History, la rivista leader di storia economica europea pubblicata da Cambridge University Press a partire dal 1997, Valeria Termini professore ordinario di Economia politica all’Università di Roma Tre, attualmente insegna Economia e Regolazione dei Mercati dell’Energia, Componente del Board di Acer e Vicepresidente del Council of European Energy Regulators (CEER) e componente del Comitato di esperti delle Nazioni Unite per le Pubbliche Amministrazioni e l’attuazione dei Millennium Development Goals (CEPA 2010-14). E infine, per le prospettive più strettamente pensionistiche, Carmelo Barbagallo, Segretario Generale Carmelo Segretario generale Uil Pensionati nazionale.

I giovani di oggi, secondo FT, sono destinati a pagare molto di più in tasse, o essere molto peggio provvisti nella vecchiaia, rispetto alle generazioni più anziane. Bisogna progettare le tasse per massimizzare le loro opportunità di prosperità e alleviare la loro responsabilità per le coorti ben soddisfatte sopra di loro. Che cosa ne pensa delle proposte avanzate dal FT?

Infografica – La biografia dell’intervistata Vera Negri Zamagni

Vera Negri ZamagniLa necessità di “ribilanciare” il sistema fiscale italiano, ma non solo italiano, a favore dei giovani è impellente e riguarda molti aspetti, che il FT tratta talora in modo confuso. Eccone un elenco ragionato: 1) aiuti continuativi alle famiglie per la crescita dei figli, che in Italia ha visto un primo provvedimento positivo nell’Assegno unico, ma che andrà potenziato; 2) servizi gratuiti di istruzione e di alloggio fuori dalla famiglia dopo la maggiore età. I giovani devono imparare ad assumersi le loro responsabilità di vita e non essere accuditi dalla famiglia anche da adulti; 3) quando i giovani entrano nel mondo del lavoro, occorre introdurre le “politiche attive del lavoro”, che fanno sì che ad un eventuale licenziamento segua la presa in carico della persona per riaccompagnarla al lavoro attraverso opportuna formazione e temporaneo sostegno del reddito (sono contraria al cosiddetto “reddito di cittadinanza” generalizzato, ma favorevole a quello mirato al reinserimento al lavoro). La “flexsecurity”, come le politiche attive del lavoro sono denominate all’estero, abbassa i livelli di precarietà e aumenta la produttività dei giovani; 4) l’organizzazione del lavoro deve cambiare dai sistemi fordisti a quelli “olocratici”, con il coinvolgimento dei lavoratori, la condivisione dei progetti e un’adeguata work-life balance. Ora anche lo smartworking farà parte di questa nuova organizzazione, che va interamente ripensata, con l’aiuto dei sindacati, che devono uscire dai loro arroccamenti sul passato; 5) le povertà emergenti si affrontano con sussidi, che però vanno circoscritti il più possibile a favore delle politiche attive del lavoro.

Infografica – La biografia dell’intervistata Valeria Termini

Valeria TerminiL’atteggiamento e il linguaggio di questa proposta di New Deal per i “giovani” mi ricordano quelli del Next Generation. In un certo senso, però, è come se non trovassimo le parole adatte per esprimere e spiegare quelli che sono stati gli errori del passato. Qualsiasi politica economica di lungo periodo, che non sia miope, solamente congiunturale, guarda alle prossime generazioni: mi vengono in mente il saggio di Keynes sul mondo che verrà per i nostri nipoti o ciò che diceva Amartya Sen sul ruolo della formazione e dell’istruzione per costruire le future classi dirigenti responsabili in quelle regioni che mirano a creare sviluppo e crescita. Occorre prendere atto che vi sono stati almeno 40 anni in cui è avvenuta una distrazione molto forte da parte politici e degli economisti nei confronti della società. A mio parere, non può esistere una politica economica dedicata esclusivamente ai giovani: qui si tratta di investire sulla società nel suo complesso. Oggi paghiamo le conseguenze di questa lunga mancanza di investimenti sulla società, durata per decenni, ma stiamo cercando di rimediare ma solo a parole, con interventi estemporanei. Il periodo di assenza di interesse nelle generazioni future è coinciso con un periodo storico di forte innovazione tecnologica, che ha modificato e anche disgregato l’organizzazione del lavoro e in parte quella della società stessa. Le due cose insieme, la mancanza di investimenti sulla società in senso lato e l’innovazione tecnologica dirompente e accelerata, vanno ora gestite e affrontate di nuovo con una visione di insieme e con forti investimenti.

Se la proposta del FT è di creare aliquote distorte in favore dei giovani, allora dovremmo subito precisare: stiamo parlando di giovani che lavorano? Forse il problema da risolvere in maniera prioritaria è quello di dare lavoro ai giovani o meglio creare il lavoro nella società. Una proposta di questo tipo va inquadrata in un disegno che riguardi i servizi pubblici essenziali, le infrastrutture che consentono ai giovani di fare la loro vita, come noi abbiamo fatto la nostra. Anche avendo un’istruzione pubblica di eccellenza, resta aperta la questione dell’avere dei servizi pubblici essenziali che siano almeno di buon livello. Certo, un piccolo fondo per i giovani va bene, ma non sono sicura che elargire 500 euro al mese ai ragazzi cambi in meglio la loro vita, finché manca un quadro complessivo. E per quanto concerne la scuola bisogna sottolineare come agli insegnanti debba essere restituito un ruolo centrale nella società e una retribuzione solida. Per anni l’Italia è stata un modello a partire dalle sue scuole elementari, per la solidarizzazione e per i valori civilistici che venivano insegnati fino al liceo e agli istituti tecnici; ora questo aspetto viene completamente trascurato.

La tassa di successione, poi, è un tema di equità fiscale evidente di suo e che si sovrappone al problema dell’evasione strutturale, che in Italia arriva a cifre molto consistenti, togliendo reddito pubblico che sarebbe necessario ai servizi essenziali alla crescita dei giovani. Quindi, certamente l’imposta di successione è fondamentale, ma è solo uno dei punti che formano il quadro del sostegno al futuro delle nuove generazioni, che rappresenta un problema anzitutto di carattere sociale.

– Dott.ssa Termini in un suo intervento pubblicato dalla rivista Italianieuropei, Lei dice che i servizi oggi valgono il 70% del valore aggiunto degli Stati Uniti, e che poi c’è un cambiamento di modello economico. Così rispetto alla proposta del FT, Lei pensa che sia necessario che l’Italia si adegui in maniera più rapida ai cambiamenti del mondo del lavoro e quindi anche in chiave di formazione e istruzione per rendere i ragazzi più competitivi sul mercato del lavoro?

Valeria TerminiAssolutamente sì. Tuttavia l’espressione “mercato del lavoro” appare brutta di per sé, non rende giustizia al suo vero contenuto, però certamente i giovani vanno protetti in primo luogo dallo sfruttamento del lavoro precario. La trasformazione tecnologica, ed è un punto che mi sta molto a cuore, richiede formazione specifica che diventi poi formazione anche sul luogo di lavoro. E allora non servono soldi a pioggia, assistenziali, ma formazione molto precisa. Sotto due aspetti: quello delle infrastrutture, in senso lato, e dell’istruzione pubblica. Facciamo l’esempio della Germania, certamente non un Paese “bolscevico”, nella quale vi è l’obbligo di assicurazione per la popolazione per garantirsi nella vecchiaia in caso di impossibilità di essere sostenuti: questo libera le energie dei giovani, che non sono sono costretti a occuparsi dei genitori anziani. Insomma, c’è una visione collettiva delle infrastrutture: il primo pilastro è proprio questo. Il secondo pilastro è appunto la formazione permanente al lavoro e sul lavoro. Questo fa la differenza. Ben venga l’equità fiscale, ma non basta a ricreare una società viva che funzioni e che abbia fiducia nel futuro. Il lavoro precario è frustrante. La cultura lavorativa “tossica” di cui oggi si parla è quella che toglie energia e fiducia e crea quelle sacche di difficoltà sociale che vediamo nel nostro Paese. Anche le imprese hanno in questo senso una responsabilità importante, devono creare formazione loro stesse. Ora rischiamo di lasciare ai giovani, cioè alla prossima generazione, un debito fiscale enorme, un debito di inquinamento altrettanto pesante, con cui essi dovranno fare i conti. Mi sembra che oggi si stia vivendo con l’improvvisa sollecitazione da post-pandemia, la consapevolezza emersa tutta d’un colpo dopo la tragedia. Stiamo vivendo una stagione in cui la storia ci ha dato l’occasione per reagire: dobbiare cogliare questa chance non con l’assistenzialismo, ma in quadro più articolato a livello sociale ed economico. 

– Un altro punto molto dolente affrontato dal Financial Times è quello delle pensioni future. I giovani di oggi hanno una montagna da scalare per raggiungere la stessa pensione dei loro genitori. L’età della pensione statale sta aumentando in tutto il mondo. I giovani devono risparmiare più duramente e in piani pensionistici più rischiosi. Secondo FT alcuni paesi stanno tentando di risolvere il dilemma dei singoli piani pensionistici caricando i risparmiatori con maggiori informazioni nella speranza che facciano scelte di investimento migliori. La proposta del FT è puntare sui piani pensionistici collettivi. Che cosa ne pensate?

Infografica – La biografia dell’intervistato

Carmelo BarbagalloCome Uil Pensionati siamo convinti che per garantire la stabilità del sistema previdenziale, e con essa pensioni sicure e adeguate oggi e domani, sia indispensabile assicurare a tutti, a partire da donne e giovani, una occupazione non precaria e di qualità. 

Crediamo poi sia necessario rilanciare la previdenza complementare, sia dal punto di vista fiscale, ripristinando l’aliquota agevolata dell’11%, sia dal punto di vista delle adesioni, prevedendo un semestre di silenzio assenso e lanciando una grande campagna istituzionale di comunicazione. L’Italia ha uno dei migliori sistemi di fondi negoziali dell’Occidente che molto spesso, in questi anni, ha dato rendimenti superiori rispetto al TFR lasciato in azienda. Sarebbe opportuno che chi si approccia al mondo del lavoro per la prima volta ne sia a conoscenza. 

Per tutelare le pensioni in essere e quelle future, crediamo inoltre sia necessario valorizzare maggiormente il montante contributivo o il coefficiente di trasformazione nel sistema contributivo. Bisogna inoltre offrire una prospettiva previdenziale anche ai più giovani e a chi fa lavori poveri o discontinui introducendo una pensione di garanzia.

Stiamo vivendo un momento di grandi trasformazioni demografiche, sociali ed economiche. Per questo siamo convinti che sia necessario un ripensamento generale di tutta la società e dei tempi di vita, di formazione e di lavoro. Dobbiamo promuovere politiche a 360 gradi che, a partire dall’infanzia, aiutino a invecchiare in salute e attivi, perché come si sarà da anziani lo si costruisce da giovani. Dobbiamo ripensare e modificare profondamente orari e modalità di lavoro, per adattarle a lavoratori di età più avanzata. Dobbiamo promuovere le attività sociali e di volontariato tra le persone anziane, e la buona occupazione tra le persone giovani. 

Vera Negri Zamagni – Per ribilanciare le pensioni dei giovani occorre qualche intervento patrimoniale, da studiare con attenzione. Per esempio, un fondo da alimentare con donazioni detassate e con prelievi fiscali sui patrimoni più elevati per complementare gli accumuli pensionistici troppo bassi; il sostegno pubblico alle pensioni integrative; la continuità del pagamento dei contributi durante i periodi di flexsecurity.

Quello che è importante è che gli interventi sui giovani li accompagnino ad una vita attiva attraverso il sostegno agli investimenti e alle startup, non ad un consumismo sussidiato e senza futuro. Non ci può essere un reddito garantito, se non si lavora e non si è produttivi.

Valeria Termini Se parliamo di pensioni, invece, il problema nasce dall’avanzamento dell’età media, collegato inoltre alla mancanza di fiducia dei giovani nel futuro: è difficile fare un figlio se non si ha nessuna prospettiva di sostegno, è qualcosa di ovvio. L’assenza di fiducia incide sul tasso di fertilità della popolazione. D’altra parte la demografia ci dice che ci sarà effettivamente un reale problema legato alle pensioni. Piccola autoironia da economista: ricordo quando studiavo il modello di Modigliani, premio Nobel nel 1985, che aveva introdotto l’idea del ciclo vitale dei consumi. Esso consiste in una situazione in cui i giovani, per mantenere un consumo costante, risparmiano dallo stipendio e accontonano per la vecchiaia. Ma purtroppo oggi i giovani non riescono nemmeno a lavorare… Come è cambiato il mondo!

– Professoressa Termini una frase drammatica che abbiamo riportato nella sintesi dell’articolo del FT è quella di un ragazzo: “Il mio piano pensionistico è morire nelle guerre climatiche”. Che cosa ne pensa e soprattutto l’Italia e l’Europa saranno in grado di superare queste tragedie sociali?

Valeria TerminiI debiti economici ed ecologici che stiamo lasciando ai giovani provocano questo pessimismo, questo totale assenza di fiducia nel domani. Mi accorgo della tragedia che stiamo preparando per le nuove generazioni.

Potremo superare questo momento, pur essendo in grande ritardo. È possibile superare insieme queste difficoltà anche grazie alla nuova consapevolezza degli economisti. Sta sorgendo la volontà di fermare le lobby e il potere di mercato delle grandi multinazionali digitali, cosa impensabile 15 o 20 anni fa. Quindi c’è un cambiamento molto importante nel mondo degli economisti, nei paradigmi economici, più che nella politica. La visione di una crescita sostenibile secondo me è proprio una porta che si è aperta, a partire dalla cosiddetta finanza “verde” degli investitori che vedono chance di profitto negli investimenti orientati verso l’ecologia. E poi ci sono le imprese, le quali dovranno necessariamente riorganizzarsi per soddisfare i criteri dell’economia green, del cambiamento dei consumi. Questi processi si sono accelerati durante la pandemia e si sono aperti degli spiragli. In definitiva, sono relativamente ottimista. 

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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