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In attesa delle riforme, l’Ucraina è alle prese con una deindustrializzazione continua

Il governo Zelensky, impegnato nella riforma giudiziaria, nel contrasto agli oligarchi e nella lotta contro i separatisti nel Donbass, sta probabilmente trascurando il buco nell’economia reale ormai trasformatosi in voragine. Si tratta del processo di deindustrializzazione dell’Ucraina iniziato diversi anni orsono e che non sembra volersi arrestare. Già un anno fa Anatoliy Kinakh, ex primo ministro e segretario dell’Unione degli industriali e degli imprenditori, metteva in guardia contro l’assenza di una vera gestione del problema da parte del governo, quando ancora mancava un Ministero dell’Industria che poi è stato in qualche misura nuovamente istituito solo nel luglio 2020 con il nome di “Ministero dei Settori strategici dell’industria”. Ciò potrebbe aver dato qualche risultato, se consideriamo che i dati di giugno della produzione dell’industria pesante hanno registrato una crescita rispetto al periodo analogo del 2020, ma si tratta pur sempre di un aumento lieve, non in grado di dare una svolta rispetto alla discesa che ha avuto un accelerazione lo scorso anno.

La crisi aveva iniziato a precipitare a seguito dell’Euromaidan e della rottura politica con la Federazione Russa, ma l’Ucraina ha perduto lo sbocco per la sua produzione industriale nel mercato russo e in vari Paesi ex URSS soprattutto dopo la ratifica dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea, che ha tagliato i legami commerciali e di investimento fra Kiev e molte delle Repubbliche ex sovietiche. In nome dell’agenda politica di avvicinamento all’Ovest, Kiev ha sacrificato volentieri interi pezzi di economia nazionale, senza riceverne benefici duraturi poiché manca sempre l’investitura finale, quell’ingresso nella UE e magari pure nella NATO che nelle intenzioni dell’élite politica ucraina farebbe entrare il Paese in un’era di benessere e sicurezza. Ma il giorno dell’accettazione da parte del consesso occidentale non è ancora visibile all’orizzonte e viene sempre rimandato dai vertici euroatlantici a data da destinarsi. Essere graditi ai vertici occidentali significa anche avere un’agenda verde e impegnarsi nel passaggio all’economia green. Ma l’Ucraina può permetterselo in questo momento? Lo scopo a lungo termine del governo è arrivare a zero emissioni entro il 2060, ma non è ben chiaro dove saranno presi i fondi per finanziare i passi necessari, se è vero che gli investimenti dedicati dovranno almeno triplicare per essere in linea con questo obiettivo. Lasciando da parte la questione se i proventi continueranno ad arrivare dal transito del gas russo sul territorio ucraino anche dopo il 2024, resta il fatto che l’Ucraina ha un reddito pro capite tra i più bassi in Europa, ma non così basso da classificarla come Paese non sviluppato e dunque meritevole del “Green Climate Fund”, il fondo stanziato nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Il settore metallurgico e siderurgico, inquinante per definizione ma che ancora tiene in piedi l’industria ucraina, è poi minacciato dalle carbon tax e dalle limitazioni che l’Unione Europea vorrebbe imporre ai suoi confini per proteggere la transizione green

Oggi l’Ucraina esporta per la maggior parte solo materie prime, semilavorati e prodotti agricoli. E come Kinakh avverte, il primo risultato di una deindustralizzazione profonda è la fuga della forza lavoro verso Paesi che offrono non solo un salario più alto ma in generale migliori condizioni o prospettive alla manodopera qualificata: oggi quasi 9 milioni di ucraini sono dovuti andare all’estero per lavorare. La crisi è di carattere non solo economico, ma ormai anche demografico, con un tasso di crescita negativo che non accenna a fermare la discesa, e sociale con effetti peculiari su coloro che ritornano. A causa delle restrizioni e delle quarantene del 2020, molti sono rimasti senza lavoro nei rispetti Paesi di emigrazione e sono quindi stati costretti a rimpatriare (circa 400mila persone) finendo oggetto di biasimo e ostilità da parte dei loro stessi concittadini, non bastando lavoro per tutti quanti. Si sono così verificati tristi casi di protesta con i migranti di ritorno, ed evidentemente qui non c’entra il razzismo perché le vittime hanno la stessa nazionalità di chi contestava. L’altro effetto della desertificazione dell’industria nazionale non è la perdita netta di lavoro, ma il suo mantenimento in condizioni di sfruttamento. Sono le multinazionali ad approfittarne direttamente in loco, come ad esempio quelle dell’abbigliamento, che beneficiano di un “clima amichevole per gli investitori” che di fatto consiste nella possibilità di sfruttare operai di buone capacità concedendo loro un salario infimo e senza dover dare protezioni sociali.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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