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Ucraina, giorno dell’indipendenza tra festeggiamenti e delusioni

Oggi in Ucraina è festa nazionale: si celebra il giorno dell’indipendenza. Quest’anno ricorrre il 30esimo anniversario di quel 24 agosto 1991 in cui il Parlamento ucraino approvò l’Atto di dichiarazione di indipendenza con cui si staccò dal corpo dell’Unione Sovietica, pochi giorno dopo il fallito colpo di Stato a Mosca che intendeva riconsolidare tra l’altro il potere centrale a discapito delle spinte nazionaliste. Ma dopo una primavera di tensione nell’est separatista, dopo un vertice senza grossi contenuti tra il presidente Volodymyr Zelensky e il suo grande alleato tedesco, dopo la prima conferenza sulla Crimea in cui Zelensky stesso ha ammesso che senza l’aiuto internazionale l’Ucraina non è in grado di riottenere la perduta penisola, la voglia di festeggiare non è molto diffusa.

Per un’Ucraina ancora preda di convulsioni nel passaggio di un potere nelle mani degli oligarchi a uno più saldamente gestito dallo Stato, condizione posta per l’ingresso nell’Unione Europea, ciò che Zelensky ha potuto fare al suo secondo anno di mandato è stato spingere sulla diplomazia e sui gesti simbolici, ma con risultati che non hanno sempre entusiasmato il popolo ucraino. Zelensky, ex attore che nel 2015 aveva rivestito in una serie televisiva proprio i panni del presidente dell’Ucraina, partito da un altissimo livello di popolarità a indizio mandato, ha subito un crollo del consenso lo scorso anno. Così, a maggio ha organizzato una conferenza stampa per raccontare i successi ottenuti fino a quel momento e annunciare i progetti per i tre anni successivi. Ma l’effetto non è stato quello sperato: sono state ammesse solo le domande dei media filo-governativi e alcuni giornalisti hanno fatto notare maliziosamente che l’enorme aereo da trasporto Antonov AN-225 Mriya, scelto come sfondo della conferenza in quanto fiore all’occhiello dell’aviazione ucraina, era privo dei motori. Così come priva di contenuti effettivi è la legge sui “popoli indigeni” emanata a luglio, che nelle intenzioni del governo dovrebbe concedere particolari diritti alle minoranze presenti in Crimea infondendo in loro il desiderio di tornare sotto la giurisdizione di Kiev; per il momento, però, sembra siano rimasti piuttosto indifferenti.

Zelensky ha allora lavorato per creare alleanze a livello internazionale, o per meglio dire per cercare dei fratelli maggiori che provvedano a difendere l’Ucraina dalle angherie del Cremlino e a foraggiarla di finanziamenti e investimenti. Un alleato lo aveva già trovato pronto e si trattava di Angela Merkel: ma la cancelliera sta per cedere lo scettro e non si sa ancora quale sarà la posizione del suo successore rispetto ai desideri di Kiev. Certo, durante il vertice del 22 agosto sono arrivate le rassicurazioni formali da parte della Merkel sul fatto che l’Ucraina non sarà subito tagliata fuori dal business del transito del gas appena il Nord Stream 2 entrerà in funzione, ma Zelensky non ha ricevuto le garanzie che sperava.

E anche dall’Europa arrivano soltanto vaghi segnali di accondiscendenza, ma mai veri e propri impegni per accogliere l’Ucraina nel consesso di Bruxelles o tanto meno nella NATO. Sembra che nessuno voglia veramente portare i confini dell’Europa unita (quanto unita e non soltanto tenuta assieme da fattori esterni, è tutto da discutere) a meno di cinquecento chilometri da Mosca. Certo, a livello formale l’Unione Europea non ha problemi a ribadire di stare dalla parte di Kiev: proprio ieri durante i lavori della prima “Piattaforma di Crimea”, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha riaffermato la posizione incrollabile della UE di non riconoscere l’annessione illegale da parte della Russia. Quello stesso Michel un mese fa durante la conferenza di Batumi in Georgia aveva glissato sulle prospettive per l’Ucraina di ingresso nell’Unione e adesso è giunta la conferma da parte di Valdis Dombrovskis, vice presidente della Commissione europea. In una recentissima intervista ha detto che manca la giusta “atmosfera” politica per definire l’allargamento all’Ucraina. Da Bruxelles appaiono sempre ben disposti a fornire aiuti finanziari (che però non sono ancora stati confermati), e proprio di questo Dombrovskis ha parlato con i vertici di Kiev pochi giorni fa, ma non sarà prima dei prossimi 3-5 anni che si potrà iniziare a parlare di una vera e propria road map per l’ammissione di Kiev. Insomma, sarà Zelensky-2 o il suo successore a prendersi eventualmente il merito.

E anche nella suddetta Piattaforma di Crimea la partecipazione è stata larga ma non significativa, dal momento che i Paesi più influenti come Francia, Germania e anche l’Italia non erano presenti con i loro leader, ma hanno inviato i rappresentanti dei rispettivi Ministeri degli Esteri (per l’Italia c’era il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova). Come detto da Dombrovskis, manca la giusta atmosfera politica, e ve ne sono le prove, apparentemente piccole ma molto pungenti, come il quasi incidente diplomatico di marzo, quando il premier slovacco Igor Matovič con una battuta infelice ha detto che avrebbe pagato i vaccini alla Russia offrendole la regione ucraina della Transcarpazia. Il ministro degli Esteri di Kiev Dmytro Kuleba è subito intervenuto minacciando una reazione “estremamente dura” e ottenendo le scuse di Matovič, ma ormai la macchia resta.

Sul fronte interno, se è vero che Zelensky è sempre rimasto fuori dai sospetti di corruzione o di coinvolgimento in affari poco puliti, sul suo entourage qualcuno ha sollevato dubbi, mentre gli ucraini si chiedono se le leggi contro gli oligarchi non servano anche per favorire almeno indirettamente il controllo del governo sui mass media o su altri pezzi importanti. E intanto il PIL ucraino è calato del 4,2% nel 2020 e si attende una risalita quest’anno, ma la disoccupazione cresce così come i prezzi, anche quelli per la casa e per i servizi comunali. Zelensky ha ancora un sufficiente margine di consenso popolare per proseguire nella sua attività: gli restano tre anni per portare a termine obiettivi ambiziosi come la riforma giudiziaria e la lotta alla corruzione. Per il momento non vi sono in Ucraina figure di rilievo che possano sfidarlo politicamente, quindi tutto dipende ancora da lui e dal suo governo.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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