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Turchia, Ercan Ayboga: “Erdogan ha colto l’opportunità del coronavirus per fare altri prigionieri politici”

E’ approdata al Tbmm, il Parlamento turco, una proposta di legge che da il via libera ad una maxi-amnistia con lo scopo di ridurre i rischi di diffusione del Covid19 all’interno delle carceri, che porterebbe alla scarcerazione di 90 mila detenuti su 270 mila attualmente rinchiusi. Il disegno di legge composto da settanta articoli e presentato dal Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) del presidente Recep Tayyip Erdogan, prevede gli arresti domiciliari o la libertà condizionale con una riduzione delle pene per reati quali omicidio non pre-mediato e criminalità organizzata. Provvedimenti che sarebbero stati estesi anche agli autori di reati sessuali e alle persone condannate per violenza di genere, ma dopo le numerose proteste da parte delle associazioni in difesa delle donne, l’articolo contestato è stato cancellato. 

Nel Paese, dove le vittime del nuovo coronavirus sono salite a 356, con 18.135 nuovi casi, alla paura del contagio si affianca anche la preoccupazione per l’esclusione dalla proposta di legge di persone condannate per terrorismo, oppositori politici, intellettuali e giornalisti, tra cui lo scrittore Ahmet Altan, per il quale Amnesty International ha fatto una petizione per la sua scarcerazione, il leader del partito filo curdo Hdp Selahattin Demirtas, arrestato nel novembre 2016 con l’accusa di vicinanza al Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, che Ankara considera da sempre un gruppo terroristico.

«Questa bozza di legge mostra quanto esclusiva e discriminatoria sia la politica del governo – riferisce Ercan Ayboga, ingegnere ambientale ed ex responsabile relazioni esterne del Comune di Diyarbakir -. I prigionieri politici non verranno rilasciati e questo desta molta preoccupazione in piena emergenza coronavirus. Da quando l’Akp è salito al potere il numero di detenuti è cresciuto in maniera esponenziale, passando da 67 mila a 270 mila odierni. Contro il provvedimento vi sono state parecchie proteste, soprattutto da parte delle organizzazioni civili, dei gruppi di opposizione e non solo dell’Hdp, ma anche della sinistra e dei socialdemocratici. Dopo le forti pressioni, il governo ha fatto qualche piccolo passo in avanti, non ammettendo i rei di violenza sessuale. C’è un altro aspetto da non sottovalutare – prosegue -, lo Stato, malgrado la pandemia, sta arrestando e incarcerando persone. La scorsa settimana sono stati arrestati centinaia di cittadini e con lo shutdown, è stata imposta la chiusura di otto municipi curdi, che sono stati occupati mentre i sindaci posti sotto arresto. Il Governo ha colto l’opportunità dell’emergenza, creata dal coronavirus per attestare altri prigionieri politici. Questo è l’opinione nostra e dell’opposizione».

Ayboga disegna uno scenario che ricorda gli avvenimenti del post fallito golpe del luglio 2016, a seguito del quale Ankara aveva imposto lo stato di emergenza commissariando oltre una cinquantina di Comuni del Sud-est del Pese, fra i quali anche Diyarbakir, incarcerando sindaci e co-sindaci dell’Hdp. Ma ora che la Turchia si trova a dover fronteggiare un nemico invisibile, non può permettersi di trascurare la parte più svantaggiata della popolazione, come ricordato dall’associazione per i diritti umani Ihd, che ha ribadito l’urgenza di rilasciare i detenuti gravemente malati. «L’emendamento alla legge sull’esecuzione penale che è stato a lungo nell’agenda di governo- spiegano in una nota del 31 marzo scorso – deve essere introdotto in conformità con il principio di equità quando si tratta di liberare i prigionieri. Il nuovo articolo dovrà includere regolamenti che garantiscano la scarcerazione di tutti i gruppi svantaggiati, in particolare dei prigionieri malati e al più presto. Affrontano un rischio molto più elevato in caso di malattia epidemica, ne chiediamo quindi il rilascio differendo l’esecuzione delle loro pene detentive».

La versione aggiornata della “Lista dei prigionieri gravemente malati e malati” tenuta dal comitato centrale delle carceri dell’Ihd, rileva che sono 1.564 i detenuti in precarie condizioni di salute nelle carceri turche, 591 dei quali gravi. Inoltre, sempre secondo l’associazione, questi ultimi dovrebbero essere immediatamente rilasciati a seguito di un rapporto stilato da qualsiasi ospedale ben attrezzato. Il loro trattamento dovrebbe essere seguito dalle famiglie e la loro assicurazione sanitaria pagata dallo Stato. «L’Istituto medico legale – conclude l’Ihd – non può più essere l’unica e ultima autorità a emettere segnalazioni per il differimento della pena per motivi di salute. Il potere discrezionale dei pubblici ministeri nella sentenza per il differimento penale deve essere abolito e l’esecuzione delle sentenze deve essere differita sulla base dei referti medici emessi dagli ospedali». Il testo sarà discusso in aula la prossima settimana nella sessione plenaria della Grande assemblea nazionale turca.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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