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Timori eccessivi per la minaccia dell’espasione talebana in Asia centrale

Con i talebani ormai nuovamente al potere in Afghanistan, da varie parti si teme l’inizio di una catena di effetti che potrebbe generare forte instabilità in Asia centrale, in particolare nelle Repubbliche ex sovietiche. I punti su cui si concentrano le paure di molti, specialmente in Occidente, sono una nuova crisi migratoria e una penetrazione religiosa e terroristica più o meno evidente, o addirittura un espansionismo politico e militare  dei talebani. Occorre però sgombrare il campo da uno sguardo eurocentrico – che è fuorviante – sulla situazione generale: in questo senso, alcune considerazioni di carattere economico e storico possono mitigare gli eccessivi timori.

Per quanto riguarda un possibile esodo di profughi che andrebbe a scardinare gli equilibri sociali dei Paesi confinanti con l’Afghanistan, è presto detto: Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, e poco più in là il Kazakistan e il Kirghizistan, semplicemente non sono appettibili come punti di approdo migratorio, non offrono sussidi statali o benefici sociali e non hanno richiesta di manodopera (sono essi stessi Paesi di emigrazione, ad esempio verso la Federazione Russa). E non sono nemmeno dei ponti verso l’Europa o i Paesi arabi più ricchi, come invece possono essere Pakistan e Iran. Sul piano religioso, poi, gli Stati asiatici scaturiti dalla caduta dell’URSS si sono dimostrati, nel complesso, poco interessati alle lusinghe del fondamentalismo islamico, essendo invece indirizzati verso uno stile di vita laico e occidentale. Occorre anche ricordare che questa regione, già soggetta a trasformazioni interne nel periodo di assestamento dopo la fine dell’Unione Sovetica, ha vissuto da vicino tutte le tensioni e i cambi di potere intercorsi in Afghanistan già dai tempi della Repubblica e della Rivoluzione di Saur negli anni ’70 del secolo scorso. Quindi si può contare su un certo grado di esperienza e di flessibilità raggiunto dai Paesi adiacenti all’Afghanistan nei confronti di quest’ultimo e dei talebani stessi, con cui si erano già confrontati dalla fine degli anni ’90, tenendo verso di essi un approccio pragmatico. Sapevano che il loro ritorno al potere era qualcosa di possibile, sapevano che gli americani prima o poi se ne sarebbero andati – se ne parlava apertamente già sotto l’amministrazione Obama – e si sono preparati.

Partendo da ovest, troviamo il Turkmenistan, la cui frontiera con l’Afghanistan è lunga 744 chilometri ed è per lo più desertica e segnata da fiumi per alcuni tratti. È difficile da controllare militarmente per intero, ma Ashgabat ha provveduto a rinforzarla con cannoni e mezzi corazzati https://turkmen.news/news/reinforcing-afghan-border/ man mano che quest’estate i talebani prendevano il sopravvento; con questi ultimi il Turkmenistan ha comunque iniziato dei colloqui diplomatici, anche se non in via ufficiale. Poi c’è l’Uzbekistan, che confina con l’Afghanistan a sud, e fu proprio da qui che le truppe sovietiche entrarono nel 1979 per dare man forte al governo locale filo-comunista, avviando così una tormentata occupazione che durò dieci anni. La frontiera è di appena 144 chilometri ed è tenuta sotto sorveglianza, minata e coperta di filo spinato, oltre ad essere protetta dal fiume Amu Darya, attraverso il quale il Ponte dell’Amicizia costruito nel 1982 costituisce l’unico passaggio fra i due Paesi. Nel 1997 gli uzbeki lo chiusero proprio per cautelarsi dell’insurrezione talebana. Dal punto di vista diplomatico, l’Uzbekistan aveva messo le mani avanti già nel 2018, quando aveva stabilito contatti con i talebani  per valutare le prospettive di dialogo e di cooperazione finalizzati alla pace interna. Verso est si trova il Tagikistan, il cui confine con l’Afghanistan è lungo dieci volte tanto quello uzbeko e in buona parte segue l’andamento di tre fiumi (il Pyanj, il Pamir e il già citato Amu Darya) fino a toccare la Cina. Sebbene la frontiera presenti ostacoli naturali, è comunque molto lunga e difficile da pattugliare per la sua conformazione montagnosa. Però l’esercito tagiko, considerato piuttosto debole, può contare sulla presenza di due colossi vicini, i quali certamente non gradirebbero se i talebani portassero scompiglio a Dushanbe: la Cina, appunto, e la Russia, che ha appena annunciato di voler rinforzare con 30 carri armati la sua base militare in Tagikistan entro fine anno. E persino l’altro gigante asiatico, l’India, detiene nel Paese una base aerea militare, che non ha molto reclamizzato nel corso degli anni ma che ha un alto valore strategico per contenere i talebani e pure in chiave anti-pakistana. A livello diplomatico, Dushanbe mostra verso i talebani un atteggiamento meno accomodante dei suoi vicini, poiché insiste sulla difesa della minoranza tagika nel Paese, che secondo le sue stime arriverebbe addirittura al 46% della popolazione: per questo motivo, il presidente Emomali Rahmon ha dichiarato che non riconoscerà il nuovo governo afghano nel caso in cui esso non includa i rappresentanti delle varie etnie o addirittura le discrimini o le perseguiti.

E la posizione del presidente Rahmon è stata in parte accolta dai ministri dei Paesi del CSTO nel vertice del 16 settembre, tenutosi proprio nella capitale tagika. Gli Stati dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirighizistan e Tagikistan) si sono appellati ai gruppi etnici e religiosi presenti in Afghanistan affinché evitino il confronto armato e prendano le misure necessarie per normalizzare la situazione: il governo che ne uscirà dovrà essere inclusivo e rispettoso di tutte le forze politiche ed etniche del Paese. Si sono dichiarati preoccupati per il rapido inasprimento delle circostanze interne all’Afghanistan e per la minaccia terroristica che ne potrebbe derivare per loro, ma hanno anche congiuntamente rifiutato di ospitare sui loro territori le infrastrutture militari americane o della NATO, che gli USA vorrebbero impiantare nei Paesi circostanti al fine di rimanere più vicini possibile a Kabul. Il rifiuto è giunto anche dall’Uzbekistan, che non fa parte del CSTO, e dal Turkmenistan, al quale Washington comunque non si era rivolta. In questo momento, quindi, l’Afghanistan è tenuto sotto lo sguardo vigile dei suoi vicini e di altri Paesi del continente, interessati affinché i talebani si occupino esclusivamente dei propri affari interni e lo facciano entro determinati limiti, che vedremo presto se rispetteranno o meno.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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