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The Economist denuncia il nuovo “bullismo” cinese che scommette sul declino Occidentale

In un corsivo, estremamente aggressivo dal titolo ‘La Cina scommette che l’Occidente è in un declino irreversibile‘, il settimanale inglese The Economist ha recentemente registrato – con forte preoccupazione – il cambio di passo della comunicazione del Partito Comunista Cinese verso il resto del mondo. Una mutazione che avrebbe portato Pechino ad archiviare la cauta immagine da “bullo avverso al rischio” cioè “veloce e inesorabile nell’infliggere dolore alle potenze minori, più cauta nei confronti dei Paesi in grado di reagire“, per arrivare a non calcolare più le conseguenze delle proprie azioni forti della crescita della propria influenza globale.

Risponderebbero a questa nuova strategia non solo la conferenza stampa organizzata in occasione della riunione bilaterale in Alaska da Yang Jiechi, capo della politica estera del PCC, e che – alla presenza di diplomatici americani – ha stigmatizzato i difetti della democrazia americana, ma anche le “sanzioni a politici, diplomatici, accademici, avvocati e attivisti per la democrazia britannici, canadesi e dell’Unione europea” immediatamente imposte dalla Cina come ritorsione alla “rappresaglia per le sanzioni occidentali contro i funzionari accusati di reprimere i musulmani nella regione nord-occidentale dello Xinjiang” o il pesantissimo attacco pronunciato dal ministro degli Esteri cinese spiegando come “orrori come la tratta degli schiavi nell’Atlantico, il colonialismo e l’Olocausto, così come la morte di così tanti americani ed europei da covid-19, dovrebbero far vergognare i governi occidentali di mettere in discussione i precedenti della Cina sui diritti umani“. A volte si è scaduti anche nel puro insulto come quando un console generale cinese ha twittato che il primo ministro canadese era “un cane che correva degli Stati Uniti“.

Il columnist anglosassone ha bollato queste prove di forza come un “nazionalismo da esibizione” difficile da comprendere per i diplomatici occidentali a Pechino, i quali si arrovellano in un serrato dibattito “se il momento assomigli più da vicino all’ascesa di un Giappone rabbioso e revisionista negli anni ’30 o a quello della Germania quando l’ambizione d’acciaio lo portò alla guerra nel 1914. Un diplomatico veterano suggerisce cupamente che i governanti cinesi considerano l’Occidente mal disciplinato, debole e venale, e cercano di portarlo a gambe all’aria, come un cane“.

E d’altra parte la debolezza dell’Occidente è sufficientemente palpabile. “All’ONU la maggior parte degli Stati membri sostiene in modo affidabile la Cina, come fonte insostituibile di prestiti, infrastrutture e tecnologia a prezzi accessibili, compreso il kit di sorveglianza per le autocrazie nervose”. Anche l’Unione Europea era in procinto fino a qualche mese fa di ratificare un accordo globale sugli investimenti che ha subito uno stop esclusivamente a causa delle contro sanzioni cinesi verso alcuni eurolegislatori. D’altra parte alcuni funzionari cinesi sarebbero convinti che l’UE sarà presto costretta ad abbandonare le sanzioni relative allo Xinjiang, perché l’Europa non può riprendersi dalla pandemia senza la crescita cinese.

La visione prospettata dal The Economist è molto vicina alla rappresentazione fornita da Clive Hamilton e Mareike Ohlberg nel loro saggio “La mano invisibile”, edito da Fazi Editore. Gli stessi autori ricordano come sia stato proprio Xi Jinping ad aver invitato la Cina a “guidare la riforma del sistema di governance globale” durante la Conferenza centrale degli Affari esteri del 2018. L’obiettivo sarebbe “riformare le istituzioni internazionali e i regimi globali per assecondare gli interessi del PCC“. E infatti sarebbero sempre più pressanti i tentativi di rafforzare la propria posizione nelle grandi organizzazioni multilaterali come ad esempio le Nazioni Unite e l’Oms. In questo contesto sono centrali secondo Hamilton e Ohlberg il ruolo dei OCSC (Overseas Chinese Service Centers) che avrebbero solo in apparenza una funzione di protezione dei cinesi occupati oltremare, visto che il compito ultimo di questi istituti sarebbe di “tenere d’occhio le attività di dissidenti e critici cinesi“.

L’Oriente sta crescendo e l’Occidente è in declino

La Cina comunque è convinta: “l’Oriente sta crescendo e l’Occidente è in declino” come più volte sostenuto dai propri leader. L’America è considerata in un declino irreversibile a lungo termine, sopravvive solo l’immagine nostalgica del suo splendore che per il PCC va abbattuta attraverso l’ideologia ad uso interno e attraverso l’influenza dei cinesi e delle loro organizzazioni – affiliate o cooptate dal Partito – all’estero. Per Pechino insomma esiste ormai un nuovo ordine mondiale a matrice cinese.

Ruan Zongze, uno studioso del Centro di ricerca diplomatica Xi Jinping del ministero degli Esteri, ha spiegato la linea ufficiale in una conferenza stampa. Ha negato che la Cina volesse esportare i suoi valori. Ma ha delineato una visione del multilateralismo a maggioranza che – non accordando alcuna legittimità speciale alle norme liberali – sarebbe un rifugio sicuro per l’autocrazia cinese. Il signor Ruan ha disprezzato i governi che usano il pretesto della democrazia per formare alleanze. Ha chiamato questo falso multilateralismo, aggiungendo che i paesi in via di sviluppo non devono sopportare il dito puntato da un Occidente che non parla per il mondo. Come motori della crescita globale, la Cina e le altre economie emergenti dovrebbero avere voce in capitolo. Solo coloro che rappresentano le tendenze future dovrebbero essere la forza trainante”

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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