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Taiwan, il pomo della discordia strategica tra Cina e USA

Nel mondo – secondo Vladimir Zaharov, docente senior presso la Scuola di studi orientali presso l’Università nazionale di ricerca dell’Alta scuola di economia “HSE University”, siamo abituati a considerare la questione di Taiwan esclusivamente entro la cornice delle relazioni sino-americane e in conformità alla formula generalmente riconosciuta, secondo la quale “Taiwan è parte integrante della Repubblica Popolare Cinese”. Si tratta però di un’inerzia fuorviante, in particolare oggi. In un periodo di duro inasprimento del confronto tra Pechino e Washington, la soluzione al problema di Taiwan acquisisce carattere di intransigenza sulla sfondo della crescita della potenza economica, politica e militare della Cina e, di conseguenza, dell’ostinazione americana a non permettere una perdita di superiorità militare-strategica nell’area orientale della regione Asia Pacifico e nel mondo in generale. Il secondo momento inerziale consiste nel fatto che in pochi riflettono sulla prospettiva di uno conflitto tra due potenze nucleari, pur in un formato alterato. In passato si era abituati ad attendersi lo scoppio di una guerra nucleare tra Stati Uniti e URSS/Russia, ma oggi, con lo spostamento del polo di confronto geopolitico in Asia, è aumentato il pericolo di uno scontro armato tra USA e Cina, del quale il punto più sensibile è diventata la questione di Taiwan. Purtroppo, una sua soluzione diplomatica non sembra possibile a breve o a medio termine: lo dice non soltanto l’irrigidimento della posizione di Pechino, ma anche la conferma, data dal nuovo inquilino della Casa Bianca, dell’intenzione di continuare a utilizzare la questione taiwanese sia nelle relazioni bilaterali sia nella cornice della pressione occidentale sulla Cina per quanto riguarda l’intero spettro della tematica dei diritti umani, tra cui la critica alla situazione del Tibet, dello Xinjiang, di Hong Kong e del pressing militare cinese verso la “Taiwan libera e democratica”.

In realtà, dietro a tutto ciò vi sono i timori dell’Occidente nel suo complesso, capeggiato dagli USA, per la crescita combinata della potenza cinese. Questa tesi è ben confermata dalla dichiarazione del 17 febbraio scorso fatta dal segretario generale della NATO Jens Stoltenberg sulla necessità di adottare una nuova concezione strategica per l’Alleanza all’ennesimo summit del 2021: Propongo ai capi di Stato e di governo che verranno al summit di quest’anno di rinnovare la concezione strategica della NATO. La nostra concezione risale al 2010 e risponde bene alle nostre esigenze, ma la situazione oggi è mutata. Ad esempio non tiene conto del cambiamento nell’equilibrio delle forze e dell’ascesa della Cina, nonché dei cambiamenti del clima. Per la nuova concezione dovremo considerare tutto ciò. Il Segretario generale ha anche fatto notare come la NATO debba diventare una piattaforma di dialogo politico di tutti gli Stati che hanno le stesse idee dei Paesi dell’Alleanza rispetto alla contrapposizione con Russia e Cina. Dichiarazioni del genere non esprimono soltanto le pretese globali della NATO e le intenzioni dell’Alleanza di ridefinire i raggruppamenti di forze e di mezzi, ma anche i desideri del blocco politico-militare di assimilare più attivamente la direttrice orientale con l’inclusione di coloro che “la pensano allo stesso modo” della NATO, come il Giappone, l’Australia, la Corea del Sud e altri alleati. In questo contesto, diventano particolarmente rilevanti il problema di Taiwan e il nodo ad esso intrecciato delle contraddizioni territoriali nel settore marittimo del mar Cinese Meridionale, definito da Pechino zona di proprio interesse sovrano e contestato da altri Paesi come zona di libera navigazione.

L’antefatto del problema

Il 1° gennaio del 1979 gli Stati Uniti allacciarono le relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese e con il governo cinese, in quanto unico governo legittimo, riconoscendo che esisteva solamente una Cina e che Taiwan ne era parte integrante. Questa formula era stata utilizzata nel comunicato congiunto di Shanghai del 1972, perché corrispondeva alla posizione ufficiale sia della Cina che di Taiwan. Per la normalizzazione dei rapporti con Pechino, i presidenti USA che si sono avvicendati hanno fatto promesse concrete in tre comunicati congiunti effettuati nel 1972, nel 1978 e nel 1982 e che ancora oggi servono come fondamento formale per le relazioni sino-americane. Nel complesso, Washington ha promesso di non mantenere più rapporti con Taipei e che non vi saranno più basi o impianti militari americani sull’isola. Nel terzo comunicato vi era il consenso a limitare la qualità e a diminuire la quantità degli armamenti venduti a Taiwan. Nelle relazioni con Taiwan, la Cina ha promosso il concetto “un Paese – due sistemi”, inizialmente proposto per Hong Kong nel 1979 da Deng Xiaoping. Questo concetto presupponeva al tempo stesso l’appartenenza di Taiwan alla Repubblica Popolare Cinese e il diritto ad un elevato livello di autogoverno in quanto regione amministrativa speciale. In effetti per la Cina, con l’adozione di questa formula, negli anni della distensione con l’Occidente non si sono avute troppe difficoltà per annettere prima Hong Kong (Xiānggǎng), poi Macao (Àomén). Alla vigilia di eventi così significativi, sulla piazza Tienanmen, la principale della capitale cinese, venne eretto un tabellone elettronico che contava i mesi, i giorni, le ore e i secondi che mancavano alla riunificazione di questi territori con la madrepatria.

FotoDeng Xiaoping in viaggio nel Sud dell’Asia (1992)

Il caso di Taiwan è totalmente diverso, poiché Hong Kong e Macao detenevano lo status di colonia rispettivamente inglese e portoghese: Taiwan invece si posiziona come Stato autonomo avente le relative caratteristiche e con relazioni diplomatiche con una quindicina di piccole entità statali dell’Africa e dell’America centrale (tra i cui i più noti sono solo il Paraguay e Città del Vaticano). Ad oggi nessuno può prevedere quando e in quali condizioni Taiwan si riunirà alla Cina. L’isola però si trova sotto la tutela strategica degli USA, fissata de iure dalla legge americana sulle relazioni con Taiwan del 1979, denominata Taiwan Relations Act, nella quale viene indicato come gli Stati Uniti “abbiano terminato i rapporti con le autorità di Taiwan a livello statale” e viene fondata la necessità di ogni sviluppo possibile a collegamenti diversificati con “il popolo di Taiwan” e viene incoraggiato l’atteggiamento secessionista dell’élite locale. Nel documento si dice anche che gli USA forniranno a Taiwan “armamenti di tipo difensivo”, il che non corrisponde all’effettiva realtà delle cose. Gli Stati Uniti di fatto, reagendo al mutamento dell’equilibrio militare su entrambe le sponde dello stretto di Formosa, già da molti anni stanno realizzando una grossa collaborazione di carattere tecnologico-militare con Taipei, indiviandole anche armamenti d’attacco. Tuttavia, la politica americana di “una sola Cina” non ha significato che gli USA fossero d’accordo con le pretese di Pechino per quanto riguarda la sovranità su Taiwan. Il 14 luglio 1982 l’amministrazione repubblicana di Reagan diede a Taiwan sei garanzie (all’epoca ciò venne fatto segretamente) sul fatto che gli USA non accettavano le rivendicazioni cinesi sulla sovranità dell’isola: 1) non avevano l’intenzione di definire una data per la fine delle vendite di armamenti a Taiwan; 2) non avrebbero condotto consultazioni con la Cina a proposito della questione della vendita di armamenti a Taiwan; 3) non avrebbero avuto il ruolo di mediatori fra Taiwan e Pechino; 4) non erano intenzionati a rivedere la Legge sulle relazioni con Taiwan; 5) non avrebbero cambiato la propria posizione rispetto alla sovranità di Taiwan; 6) non avrebbero fatto pressione su Taiwan affinché aprisse negoziati con la Cina.

Con l’adozione del Taiwan Relations Act e le “sei garanzie” le amministrazioni repubblicane e democratiche USA erodevano alla base intenzionalmente gli accordi bilaterali su Taiwan contenuti nei tre comunicati congiunti sino-americani. Nei circoli politici degli Stati Uniti si riteneva che l’isola dovesse essere autosufficiente per quanto riguardava le questioni difensive; Washington assicurava la comunità internazionale che le forniture di armi a Taipei fossero soltanto una maniera per garantire la pace e la stabilità della regione, prospettando la sicurezza di Taiwan come un momento cruciale di esse. In questo modo, l’ambiguità della politica estera degli USA verso Taiwan consiste nella conservazione delle relazioni ufficiali con la Repubblica Popolare Cinese con la contemporanea assenza di riconoscimento de facto della sovranità cinese sull’isola e il sostegno ad un’adeguata capacità difensiva di Taiwan in caso di invasione militare dalla terraferma.

L’intransigenza della posizione cinese

Per la Cina il controllo sull’isola significa il ristabilimento dell’integrità territoriale, divenuta una componente importante della politica del governo e del Partito comunista cinese: non è per caso che nel preambolo della Costituzione della Repubblica Popolare si dice che “Taiwan è una parte del sacro territorio della Repubblica Popolare Cinese. Portare a compimento il grandioso compito di riunificare la Patria è un dovere sacro di tutto il popolo cinese, compresi i nostri compatrioti a Taiwan”. Come possiamo vedere, qui per i dirigenti cinesi non c’è modo di far alcun passo indietro; quindi negli ultimi decenni, oltre all’intensificazione del lavoro di informazione e di propaganda, alla creazione di contatti politici con il Kuomintang e al forte convolgimento del mondo degli affari taiwanese sul continente, fino a garantire a quest’ultimo delle agevolazioni nella cornice delle attività di commercio estero della Cina, ai vertici politici di Taiwan è stata proposta con sempre maggiore insistenza la formula “un Paese – due sistemi”.

Sullo spirito separatista dei vertici politici dell’isola 

Tuttavia, il Partito Progressista Democratico (PPD) al governo e la sua attuale leader Tsai Ing-wen, che ricopre anche l’incarico di Presidente, senza il sostegno a tutto campo di Washington non riuscirebbe a consolidare l’umore generale a favore del mantenimento dello status quo: oltre l’80% dei taiwanesi è ancora contrario alla prospettiva di una riunificazione con la Cina. Secondo i risultati di un sondaggio condotto dai mass media, il 61% degli abitanti crede che gli Stati Uniti combatterebbero per Taiwan, ma solamente il 9% è pronto a partecipare a un conflitto del genere. Il governo di Tsai Ing-wen incoraggia lo spirito separatista tra coloro che si reputano parte di una nazione distinta. Vi è anche un fondamento di tipo economico per questo atteggiamento. Oggi le riserve auree e valutarie internazionali di Taipei ammontano a circa 540 miliardi di dollari ed è Pechino stessa a favorire la crescita del benessere materiale degli isolani: il commercio bilaterale con Formosa è di circa 200 miliardi di dollari e decine di migliaia di taiwanesi portano avanti business di successo sul continente. L’economia dell’isola, con un PIL annuo di 630 miliardi di dollari, è al 21esimo e al 22esimo posto nel mondo.

FOTOTsai Ing-wen, President of the Taiwan (29 Novembre 2018).

Al tempo stesso, i rappresentanti del partito di governo valutano la possibilità di cambiare la denominazione ufficiale del Paese in “Repubblica di Taiwan”: e la maggioranza dei taiwanesi capisce che qualunque modifica dello status quo attirerebbe inevitabilmente una risposta armata dalla terraferma. Potrebbe sembrare paradossale anche il fatto che l’attuale dirigenza taiwanese non accetti la fomula cinese, ma promuova la sua, che è “un Paese – due territori” e che presuppone la riunificazione con il continente ma rispettando la sovranità, cosa inaccettabile da parte della Cina.

Il rifiuto di Washington degli obblighi derivanti dai tre comunicati congiunti

Nel corso di quasi quattro decenni, le amministrazioni USA hanno di volta in volta sminuito l’essenza degli impegni che hanno preso a livello bilaterale o li hanno negati del tutto. I rappresentanti ufficiali del governo americano si incontrano attualmente con quelli del governo taiwanese ed effettuano viaggi a Taiwan. Gli Stati Uniti sostengono lo stabilimento di relazioni diplomatiche di Taipei con Paesi terzi punendo coloro che preferiscono i rapporti con Pechino. Dopo che il Congresso USA ha approvato la Legge sui viaggi a Taiwan, le relazioni con l’isola sono divenute praticamente ufficiali e di alto grado. Inoltre, il 13 settembre 2019 Washington e Taipei hanno sottoscritto un accordo consolare che suggella de iure l’esistenza di relazioni consolari (sul territorio americano vi sono 13 enti consolari taiwanesi). Il 9 gennaio 2021 l’amministrazione americana ha tolto le limitazioni ai contatti coi rappresentanti del potere esecutivo di Taiwan. Taipei continua a usufruire dei finanziamenti della Export-Import Bank, delle garanzie  dell’Overseas Private Investment Corporation, dello status delle relazioni commerciali normali (NTR) e del libero accesso ai mercati degli USA.

Nel maggio del 2019 è avvenuto il primo incontro da alcuni decenni a questa parte tra i consiglieri per la sicurezza nazionale dei presidenti di USA e Taiwan, John Bolton e Li Dawei. Il 9 agosto 2020 il segretario della salute e dei servizi sociali americano Alex Azar ha visitato Taiwan ed è stato ricevuto dal presidente Tsai Ing-wen: è stata la prima visita di un rappresentante ufficiale americano di livello ministeriale dopo la rottura dei rapporti diplomatici tra Washington e Taipei nel 1979. Nel settembre del 2020 il sottosegretario alle questioni economiche, energetiche e ambientali Keith Krach ha presenziato alla cerimonia funebre dell’ex presidente di Taiwan Lee Teng-hui. Il 16 marzo 2018 il presidente Trump ha firmato la Legge sui viaggi a Taiwan, che permette l’interazione diplomatica ad alto livello tra i rappresentanti dei due Paesi e incoraggia le visite dei membri dei due governi a tutti i livelli. Alla fine di marzo 2020, invece, il capo della Casa Bianca ha firmato la Legge sull’iniziativa internazionale per la difesa e l’incentivo agli alleati di Taiwan (TAIPEI), diretta a estendere le relazioni di USA e Taiwan e a stimolare gli altri Paesi e le organizzazioni internazionali a rafforzare i loro legami ufficiali e non ufficiali con l’isola. Al posto della riduzione promessa da Washington della cooperazione tecnologico-militare con Taiwan, si denota una sua crescita notevole. In quattro anni l’amministrazione Trump ha dato la sua approvazione alle forniture di armamenti a Taipei per un totale di 18,28 miliardi di dollari, cioè una volta e mezza di più rispetto a quanto fatto dall’amministrazione Obama nei precedenti otto anni.

Che cosa si attendono a Taiwan dalla squadra di Biden  

Alla vigilia dell’insediamento di Joe Biden, i mass media taiwanesi e i rappresentanti della comunità degli esperti scrivevano e discutevano molto sulle dichiarazioni a proposito delle udienze al Congresso dei futuri vertici dei ministeri e dei dicasteri sulla questione di Taiwan. Hanno ricevuto particolare apprezzamento le parole del futuro segretario di Stato Antony Blinken, della direttrice dell’Intelligence nazionale Avril Haines, del segretario al Tesoro Janet Yellen, copia carbone delle dichiarazioni sull’intenzione di espletare gli obblighi USA di garantire la capacità di Taiwan di difendersi dalle aggressioni. Particolare importanza è stata data alle parole di Blinken sulla continuazione della politica di Trump sul corso cinese e sulla disponibilità a rafforzare i rapporti di alleanze con le altre democrazie. A questo stesso riguardo è stato raccomandato all’amministrazione Tsai Ing-wen di favorire il raggruppamento degli sforzi diplomatici, politici e militari da parte degli Stati Uniti, del Giappone, dell’Australia e dell’India per il contenimento della Cina.

Sull’isola hanno accolto con entusiasmo anche l’invito “ufficiale”, il primo dopo la rottura dei rapporti diplomatici nel 1979, alla cerimonia di insediamento di Joe Biden fatto al capo della rappresentanza taiwanese negli USA Xiao Mei-chin. È stata presa come un serio avvertimento a Pechino la dichiarazione fatta nel febbraio di quest’anno dal rappresentante del Dipartimento di Stato americano sui ripetuti tentativi della Repubblica Popolare Cinese di intimorire i propri vicini, compresa Taiwan: in essa si notano le affermazioni sulla disponibilità di mantenere le capacità difensive dell’isola a un livello adeguato.

Una reciproca dimostrazione di forza

Bisogna dire che intorno a Taiwan si sta intensificando continuamente da parte americana e cinese la tensione militare, che si manifesta in dimostrazioni di forza bellica. Tre giorni dopo che Biden aveva assunto il suo incarico, le Forze aeree della Repubblica Popolare Cinese (12 tra bombardieri e caccia) hanno fatto ingresso nella zona di identificazione della contraerea taiwanese. Il passaggio attraverso lo stretto di Formosa del gruppo d’assalto cinese da portaerei nel gennaio di quest’anno, guidato dalla portaerei “Shandong”, ha costretto Taipei ha inviare sei navi da guerra e otto caccia ad accompagnare quest’ultima. Secondo la testimonianza del ministro della Difesa di Taiwan Yan Te-fa, in soli nove mesi del 2020 gli intercettori taiwanesi si sono alzati in aria 2972 volte per intercettare obiettivi aerei provenienti dalla terraferma, con il risultato di aver sforato il budget dell’isola di quasi 900 milioni di dollari e di aver aumentato del  30% il numero di voli analoghi del 2019. Secondo il parere degli esperti internazionali, simili dimostrazioni di forza da parte della Cina hanno l’obiettivo di scoraggiare i circoli governativi e l’opinone pubblica di Taiwan da ulteriori velleità secessioniste e di generare negli isolani un senso di paura e di sfiducia e al tempo stesso creare i presupposti per mantenere lo status quo; tutto ciò, comunque, per il momento non rende più vicina la data della riunificazione dell’isola con la Cina.

Foto – la nuova portaerei cinese “Shandong

Per quanto riguarda gli USA, essi continuano attivamente come prima a mostrare la propria forza negli interessi dei separatisti taiwanesi. Nel 2020 le navi da guerra americane hanno condotto 13 operazioni di “garanzia per la libertà di navigazione nello stretto di Formosa”. Azioni del genere, anche nel contestato mar Cinese Meridionale, sono valutate dagli esperti come una maniera per bloccare le pretese marittime della Cina nell’oceano Pacifico. Quest’anno, il passaggio del cacciatorpediniere “John S. McCain” nello stretto di Formosa è stato il primo dopo l’insediamento del presidente democratico Joe Biden: ancora un forte segnale di continuità della politica di contenimento della Cina e del fattore cruciale nella strategia di Washington.

La proiezione di forza nei confronti della Cina rappresenta un elemento fondamentale della politica estera e di difesa americana, poiché la linea strategica di opposizione alla Cina e alla Corea del Nord comprende una rete di basi d’appoggio militari situate in Giappone, Corea del Sud, Taiwan e oltre nella zona del mar Cinese Meridionale, dove già oggi si nota la presenza dei gruppi d’assalto americani da portaerei (“Nimits” e “Theodore Roosevelt”) e della Marina militare di Gran Bretagna, Australia, Giappone e Francia (con il sottomarino nucleare “Emeraude”), in teoria per la di difesa della libertà di navigazione. Pure la Germania ha un piano per inviare nella suddetta regione le proprie navi per esercitazioni militari marittime con il Giappone già quest’anno. Tutto ciò ricorda la ridefinizione delle forze sul teatro asiatico di azioni belliche, in preparazione da parte della NATO e attivamente diretta dagli USA. In questo modo, la possibile esclusione da questo schema della componente militare taiwanese, la cui modernizzazione viene così realizzata da Washington (il numero delle Forze armate di Taiwan è di 260mila uomini), diminuirebbe bruscamente la dominazione dell’America e dei suoi alleati nell’Asia orientale. Facciamo incidentalmente notare che anche gli alleati NATO l’hanno presa sotto protezione e cercano di rientrare nella componente militare della strategia Indo-Pacifica degli USA: non è forse ciò di cui parlava il summenzionato Segretario generale della NATO?

Inoltre, nel settembre 2020 Francia, Germania e Gran Bretagna hanno emesso una dichiarazione congiunta di sostegno alle decisioni del Tribunale internazionale dell’Aia, il quale ha stabilito nel 2016 che le pretese della Cina sulle aree contese del mar Cinese Meridionale sono prive di fondamento dal punto di vista del diritto internazionale. Come è noto, tali prescrizioni sono state duramente rigettate da Pechino. È interessante il fatto che, nel riunire i propri alleati sotto l’insegna della “libertà di navigazione” nella zona del mar Cinese Meridionale e del mar Cinese Orientale e inasprendo intenzionalmente gli attriti con Pechino, gli americani stanno cercando di coinvolgere Taiwan nel cordone di blocco intorno alla Cina.

E nel gennaio di quest’anno è partita un’altra spirale di tensione dopo che l’amministrazione Biden ha confermato gli impegni degli USA con la controparte giapponese nel sostenerla nello scontro con la Cina per la contesa territoriale sulle isole Diaoyu (Senkaku). A ciò Pechino ha immediatamente risposto approvando una legge sulla sorveglianza costiera, in conformità alla quale le navi della guardia costiera cinese hanno il diritto di usare le armi quando la sovranità nazionale, i diritti sovrani o la giurisdizione vengono illegalmente violate in mare da organizzazioni straniere o da determinati enti: ne sono seguite proteste da parte delle autorità di USA, Giappone e Filippine. È evidente come proclamare Taiwan Stato indipendente porti inevitabilmente alla reazione bellica dal continente: nel marzo 2005 in Cina è stata adottata la legge sull’uso della forza militare nel caso in cui i vertici taiwanesi dichiarino l’indipendenza de iure: in questo modo non può esservi un compromesso da parte cinese, tanto più che il ripristino de iure della sovranità sull’isola significherebbe anche l’ottenimento della prevalenza geo-strategica assoluta e simboleggerebbe l’acquisizione dello status di superpotenza della Cina.

Se non risolve il principale problema territoriale, la Cina non potrà contare sul successo delle sue rivendicazioni anche sulle altre questioni: nei conflitti in sospeso coi Paesi ASEAN per il settore marittimo nel mar Cinese Meridionale, la risoluzione delle contese alla frontiera con l’India, la strisciante controversia col Giappone per le isole Diaoyu (Senkaku). Di conseguenza, la grandezza geopolitica dello Stato cinese verrà messa in dubbio dal suo principale avversario sia nella regione che a livello globale fino a che la Cina non torni ad essere una sola. Il maggiore ostacolo è rappresentato dalla posizione intransigente degli USA con il suo sostegno all’atteggiamento separatista dei vertici politici di Taiwan.

Un simile sviluppo delle cose ha prodotto un’inquietudine lacerante nella fila degli esperti di politica estera, tra cui spicca la dichiarazione dell’ex ambasciatore americano in Cina Roy, il quale lo scorso 3 febbraio ha detto che gli ultimi eventi mostrano che un componimento pacifico del conflitto tra Taiwan e Cina è poco probabile e ha la potenzialità di diventare un conflitto nucleare. Ha ricordato all’amministrazione Biden la necessità di una dura posizione verso la Repubblica Popolare Cinese e il pericolo che un potenziale scontro armato sfoci in una guerra nucleare.

Risulta evidente che realizzando il piano strategico di contenimento della Cina in Asia Orientale, gli USA necessitino al tempo stesso di restare in equilibrio rispetto al problema di Taiwan, bilanciando l’interesse pragmatico di Pechino per la conservazione e lo sviluppo di contatti pratici e la sua intransigenza sulla questione taiwanese. A causa della mancanza di interessi comuni e di stimoli a livello globale, la sfiducia crescente tra Pechino e Washington non permette di trovare un compromesso su Taiwan. Un’ulteriore erosione degli accordi sino-americani condurrebbe non solo a un inasprimento delle relazioni bilaterali, ma anche a un rigonfiarsi della tensione nella regione. La situazione che si sta venendo a creare sottintende che le parti sono pronte a una successiva escalation.

Al tempo stesso, oggi Pechino difetta di chance efficaci per influenzare il comportamento del partner americano e non vede reali prospettive di risoluzione diplomatica alla questione taiwanese. In aggiunta, i suoi tentativi di dare via a un dialogo costruttivo con l’èlite taiwanese di governo e di girare il vettore politico della società di Taiwan verso di sé non hanno finora prodotto risultati apprezzabili. La causa principale di ciò è la strenua resistenza opposta da Washington, che incoraggia il separatismo taiwanese. Il dilemma consiste nel fatto che qualsiasi dichiarazione sull’interferenza militare americana nel conflitto a favore di Taiwan potrebbe spingere Taipei ad annunciare l’indipendenza. Al contrario, una dichiarazione sulla non-interferenza militare degli USA fatta in anticipo solleciterebbe Pechino ad azioni più decise, fino all’effettuazione di un’operazione di sbarco di grosse dimensioni. Washington, quindi, preferisce attenersi all’ambiguità e mantenere segreti i propri piani (che sicuramente esistono) in caso di scontro militare. Il tema dell’indipendenza di Taiwan si intensificherà senz’altro, intrecciandosi con la linea strategica americana sul contenimento globale della Cina.   Durante un dialogo telefonico, tenutosi lo scorso 11 febbraio con Joe Biden, il Presidente cinese ha detto che le questioni di Hong Kong, di Taiwan e dello Xinjiang rappresentano un affare interno alla Cina, mentre il confronto tra Cina e USA è una sciagura sia per entrambi questi Paesi che per il mondo intero.

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