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Siria: numeri di malati Covid sarebbero ben più alti di quelli diffusi. L’appello alla comunità internazionale per nuovi aiuti

Il nuovo Coronavirus continua a non dar tregua alla popolazione siriana, che già dal marzo scorso si è trovata a combattere con armi spuntate pure l’emergenza sanitaria. Stremata da oltre nove anni di guerra, dalle sanzioni internazionali, dalla povertà diffusa e da una frammentazione amministrativa, che varia a secondo dei territori conquistati, ivi incluse le forze straniere, non ha antidoti e vaccini per contrastare questo mix letale. I dati diffusi nella giornata di ieri dal ministero della Salute segnalano 76 nuovi casi, 14 ricoveri e 3 decessi.

Ma secondo l’Osservatorio per i diritti umani di Afrin i numeri sarebbero ben più alti. I territori al nord-est della Siria, son interessati da un numero di casi di coronavirus che cresce ogni giorno in modo allarmante. Nella regione autonoma del Rojava, duecentomila sfollati sono oggi minacciati dalla pandemia . «Molti di loro soffrono già di malattie croniche, malnutrizione o hanno un sistema immunitario molto fragile – spiega Ofa della Mezzaluna rossa curda di Shahba -. Abbiamo solo un ospedale per curarli, molto modesto e mal equipaggiato . Le persone infette sono salite a 204 e sebbene questo sia il numero ufficiale di infezioni, l’amministrazione possiede pochissimi test per verificare il numero effettivo dei malati, che è sicuramente di gran lunga superiore». 

Anche per Hasan Hasan, membro della Ong SOS Afrin le cifre non sarebbero reali, «più del 50 per cento dei test effettuati dall’amministrazione hanno dato esito positivo, segno che le cifre sono molto fuorvianti». Mentre salgono a undici le persone decedute con sintomi da covid-19 e ventuno le persone che hanno superato la malattia. Ma quest’ultimo dato non fa ben sperare le autorità locali, che temono la trasmissione del virus possa trovare facile varco nei campi profughi, dove la densità della popolazione è molto elevata e la diffusione della pandemia potrebbe avere conseguenze catastrofiche.

Gli operatori umanitari della regione, la Croce rossa curda e l’ong di Afrin, lanciano un appello urgente, una richiesta di aiuto all’Oms, all’Unicef e alla Croce Rossa Internazionale. Temono di rimanere inascoltati, vittime oltre che della crudeltà della guerra ora anche dell’oblio e dell’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale. «Abbiamo chiesto sostegno molte volte e non abbiamo ricevuto risposta da nessuna organizzazione – è lo sfogo di Ofa -. Siamo qui da più di due anni e, credetemi, a nessuno importa di noi, siamo i dimenticati della Siria». Gli operatori umanitari locali fanno quel che possono per sostenere i figli di un Dio minore, la popolazione proveniente dal nord-est siriano. Sos Afrin fornisce cibo e sostegno agli sfollati e con le prime restrizioni, le regioni autonome sono state in grado di controllare la pandemia. Ora però il numero dei casi sta aumentando rapidamente e la situazione rischia di sfuggire di mano. Le aree maggiormente interessate sono quelle confinanti con le province controllate da Damasco e nel cantone di Shahba, a 87 chilometri dalla capitale, dove dal 2018 hanno trovato rifugio circa 200 mila profughi curdi di Afrin.  «Penso che nei prossimi mesi, con l’arrivo dell’autunno, la situazione diventerà infernale e il coronavirus avrà un impatto ancor più grave – prosegue Hasan Hasan -. I profughi vivono in campi situati nei villaggi devastati dalla guerra, pieni di mine antiuomo dello Stato islamico. Non hanno aiuti internazionali (medici, sanitari o servizi sociali), né la capacità di coprire i bisogni più elementari. L’unico ospedale ancora in piedi  non possiede  personale qualificato né ambulanze, ma riesce a fornire servizi medici gratuiti e ricevere centinaia di pazienti ogni giorno. Abbiamo solo dieci ventilatori automatici e in questo momento è ciò di cui abbiamo più bisogno». La Mezzaluna rossa ha allestito alcuni punti medici gestiti da volontari, ma mancano di risorse, personale e forniture. Non c’è solo il Covid19,  devono anche far fronte anche ad altre epidemie presenti nella regione come l’epatite, la leishmaniosi e malattie della pelle. I casi più critici dovrebbero essere spostati ad Aleppo, ma i posti di blocco ostacolano l’arrivo dei medicinali nella regione e impediscono il trasferimento dei pazienti all’ospedale di Aleppo da parte dell’unica ambulanza della zona. 

Ad aggravare l’emergenza sanitaria in Siria l’interruzione della fornitura d’acqua potabile nella città di Al Hasaka, nel nord est del Paese, e nei suoi dintorni, provocata dal danneggiamento della centrale idrica di Uluk attribuito alle forze della Turchia. Secondo il governatore di Al Hasaka, Ghassan Khalil, ancora ieri solo piccolissime quantità di acqua raggiungevano il serbatoio principale di Hama, situato 30 chilometri a nord della cittadina. Nonostante i lavori di riparazione della centrale iniziati dalle squadre della Compagnia delle acque, l’acqua ancora non ha ripreso a fluire regolarmente verso le case dei locali.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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