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Siria, le elezioni non sfamano il popolo, prostrato dalla guerra, dagli abusi e dalle sanzioni europee filo Ankara

Domenica scorsa il popolo siriano è stato chiamato alle urne per il rinnovo dell’Assemblea popolare, il Parlamento. Le urne si sono chiuse alle 23 di ieri in tutte le province ritornate sotto il controllo del governo di Damasco, ma anche nelle ex roccaforti dei gruppi di opposizione, come nella Goutha orientale alle porte della capitale e nelle aree a Sud di Idlib, nel nord-ovest del Paese. Oltre 1.650 i candidati scelti fra le figure più influenti del Paese, molti dei quali vicini al presidente Bashar al-Assad e al partito Baath. Parte degli aspiranti al seggio parlamentare appartiene a quell’esigua minoranza che oggi detiene quel che resta della ricchezza del Paese, soffocato nella morsa di dieci anni di conflitto e dalle dure sanzioni imposte da Unione europea e Stati Uniti contro il regime.

E’ la terza volta dallo scoppio della guerra civile nel 2011, che in Siria si svolgono le elezioni e la vittoria del partito Baath, che fa capo al presidente siriano, appare scontata, vista anche la bassa partecipazione al voto, soprattutto da parte di rifugiati, sfollati interni, curdi e abitanti delle zone ancora controllate dai ribelli. Oggi più che mai il Paese ha bisogno di una ristrutturazione del sistema politico, di una nuova costituzione e di carte dei diritti, ma nulla è cambiato dopo 10 anni di morte e distruzione. L’80% dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà e la proroga di un altro anno delle restrizioni decise dall’Ue lo scorso 28 maggio, cui si è aggiunta la “campagna di pressione politica ed economica” statunitense, sancita dal Caesar Syria Civilian Protection Act contro soggetti, enti e società sia siriane che straniere accusate di sostenere le attività militari di Assad e dei suoi alleati (Russia, Iran e libanesi di Hezbollah),  aggravano ulteriormente la situazione. Sanzioni che riguardano pure i settori del petrolio e delle costruzioni.

Il deterioramento del valore della valuta siriana è stato registrato non solo dalla popolazione, che ha assistito ad un’impennata dei prezzi al consumo, ma anche dalla Banca Centrale siriana che ha rivisto il tasso di cambio con il dollaro Usa, portandolo da 704 lire siriane a 1.256.  «Le persone hanno fame, sono più interessate ad aver garantiti pane, medicine e sigarette  piuttosto che pensare alle elezioni – riferisce dalla Siria una fonte che preferisce mantenere l’anonimato -. Nelle regioni riconquistate da Assad lo stipendio mensile medio per i dipendenti è di soli 25 dollari, mentre sale ad oltre 150 dollari nelle province controllate dalle Forze democratiche siriane (Sdf). Per avere un’idea, oggi un dollaro vale 2.300 lire siriane, mentre un chilo di carne di montone costa 13 mila. In questo momento, dieci miseri dollari per una famiglia fanno la differenza. Elezioni o no – prosegue – la situazione non cambia. Le persone sono stufe della guerra. Il gioco delle nazioni tra Russia, Iran e Turchia ad Astana ha fatto andare le cose di male in peggio. Tuttavia, la maggior parte dei siriani preferisce Assad ai gruppi terroristici dell’opposizione, che mostrano di non avere alcun rispetto per le minoranze e i gruppi religiosi perchè sono degli islamisti radicali. Otto milioni di siriani risiedono all’estero, di questi due milioni si trovano in Egitto, altri due milioni in Arabia Saudita ed Emirati, dove vivono godendo degli stessi diritti dei loro cittadini e non in campi o tende, come qui in Siria. Un milione in Giordania, altri nel piccolo Libano, nel Kurdistan iracheno e quasi due milioni in Turchia. Lì sono distribuiti in campi profughi – racconta – e tanti cadono nella rete dello sfruttamento del lavoro, privati di tutti i diritti e subendo abusi. Tre dei miei cugini vivono e lavorano in Arabia Saudita come ingegneri e medici, stanno nel lusso e aiutano i loro parenti qui. Solo la Turchia commercia in siriani e l’Europa cede. E la più grande menzogna è che Ankara afferma che tre o quattro milioni di siriani vivono nel Paese. Questo non è vero perché la maggior parte di coloro che sono andati in Turchia hanno ricevuto il “Kimlik” o identità di rifugiati, ma successivamente sono stati trasportati illegalmente in Europa».

Gran parte del Paese è distrutto e le infrastrutture sono a pezzi. In pochi credono alle promesse fatte in  campagna elettorale, come la soluzione alla grave inflazione e la ricostruzione delle infrastrutture.  Attualmente i profughi non possono tornare nei loro villaggi e nelle loro città per paura di rappresaglie e per le condizioni di vita proibitive, perché i signori della guerra sono ancora al timone. Per gli sfollati, il ritorno a casa è diventato ormai un sogno irrealizzabile.  

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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