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Scontri al confine tra Kirghizistan e Tagikistan: retroscena e sviluppi

Ancora tensioni nell’area post-sovietica, in particolare in Asia centrale. La complicata frontiera tra Kirghizistan e Tagikistan è di nuovo in piena ebollizione. Tra i due Paesi, dai quali molti cittadini emigrano per lavoro nella Federazione Russa, corre un confine che ha un lungo tratto (quasi la metà) non ufficialmente demarcato e dunque oggetto di contesa. Le comunità che vivono al ridosso si vedono talvolta negato l’accesso a determinate aree, con la conseguenza dello scoppio di incidenti di varia entità. Questa volta si sono avute più di trenta vittime tra i kirghizi (da parte tagika non sono giunti dati ufficiali) e 10mila persone sono state evacuate dopo gli scontri della settimana scorsa. All’inizio hanno cominciato tirandosi pietre, poi hanno iniziato a sparare sia i militari che i civili stessi. Il motivo: l’installazione di telecamere di sorveglianza presso un impianto idrico nella regione di Batken in Kirghizistan. L’inquietudine aveva cominciato a prendere corpo quando le guardie di confine tagike avevano trattenuto due cittadini kirghizi accusandoli di aver oltrepassato illegalmente la frontiera. Una volta cominciata la battaglia, le parti hanno concordato una tregua, che però è stata infranta subito, appiccando il fuoco non solo ai posti di controllo frontaliero, ma anche alle case e ai negozi. Il governatore del Batken ha detto che le due parti si erano messe d’accordo nel togliere le telecamere, ma successivamente i tagiki hanno rifiutato. Alla fine si sono accusati vicendevolmente di avere generato questa escalation, ma hanno poi avuto modo di siglare nuovamente un cessate-il-fuoco. I rispettivi capi di Stato erano infatti presenti insieme a un vertice dell’Unione Economica Eurasitica (UEE) che si stava svolgendo a Kazan, in Russia. Senza coinvolgere i giornalisti, i due presidenti hanno immeditamente intavolato colloqui bilaterali e hanno infine emesso un comunicato per dichiarare di essere “pronti a una rapida risoluzione attraverso negoziati della situazione conflittuale sul confine tra le due Repubbliche”. Da parte kirghiza, il premier Ulukbek Maripov ha detto di aver messo in preparazione un documento che assegnerà uno status speciale alla regione di Batken; il primo ministro, recatosi in visita presso gli sfollati, ha detto loro di capirli come nessun altro, avendo egli stesso vissuto in quella zona: “Quello che è successo non sarebbe dovuto accadere. (…) Ora dobbiamo pensare al futuro”.

Il politologo kirghizo Bakyt Baketaev, tuttavia, non è ottimista: dopo 30 anni, infatti, il conflitto è arrivato a uno stadio critico e per essere risolto richiede un approccio complesso, che tenga conto di numerosi fattori. “A mio parere, la questione è giunta a un punto tale che nessun colloquio tra diplomatici potrà sistemare nulla. I negoziati sono in stallo”. Forse ci vorranno molti anni per eliminare i problemi. Le dispute sul tracciato del confine e le rispettive enclavi sono come dei “tumori”, che possono essere curati determinate terapie, ma prima o poi arriverà il momento inAnkara cui “sarà di aiuto soltanto un intervento chirurgico”. Baketaev, che aveva presentato (e poi ritirato) la candidatura alle presidenziali kirghize dello scorso febbraio, punta il dito contro entrambi i governi, rei di aver esplicato in maniera negligente le proprie rimostranze l’uno contro l’altro. Inoltre il politologo fa notare come qui il conflitto finisca per avere connotati etnico-linguistici: popoli di lingua turca contro quelli di lingua iranica, quindi da un lato insieme al Kirghizistan potrebbero schierarsi Turchia, Kazakistan e Uzbekistan, dall’altro l’Iran potrebbe intervenire a sostegno del Tagikistan. Peraltro, in quest’ultimo c’è la possibilità che si “risveglino” i combattenti esperti di guerra partigiana, a cui si unirebbero elementi dall’Afghanistan.

La Turchia si è subito fatta sentire: tramite il proprio ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu, Ankara ha contattato separatamente i ministri dei due Paesi dicendo di essere pronta a sostenere l’accordo di tregua. Çavuşoğlu, che ha espresso soddisfazione per il  raggiungimento del cessate-il-fuoco, ha detto ai suoi omogologhi Sirojiddin Muhriddin del Tagikistan e Ruslan Kazakbayev del Kirghizistan che la Turchia è pronta a dare l’aiuto necessario per comporre pacificamente la contesa. Il Consiglio di cooperazione dei Paesi turcofoni aveva in precedenza dichiarato preoccupazione per l’escalation in corso tra i due Paesi, entrambi di fede musulmana. In una nota scritta, il Consiglio ha mandato le sue condiglianze ai familiari delle vittime e ha esortato all’unità specialmente in questo periodo che coincide con il Ramadan. “Crediamo fermamente che i problemi esistenti debbano essere risolti solamente attraverso le trattative diplomatiche e le consultazioni amichevoli, conformemente alla spirito di buon vicinato tra due Paesi”. Anche al Cremlino si dicono lieti per la treguaDmitry Peskov, portavoce del presidente Putin, ha detto che la Russia segue attentamente l’evolversi della situazione e che accoglie con favore la decisione di interrompere le ostilità, nella speranza che si tratti di una tregua duratura che permetta di evitare il ripetersi di tali incidenti.

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