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Schmuck (Verdi Ungheria), poteri speciali ad Orbán preoccupano se copriranno una gestione superficiale del Covid-19 e della disoccupazione di massa conseguente

La legislazione di emergenza adottata dai governi di tutta la regione dell’Osce deve includere un limite di tempo e garantire il controllo parlamentare. E’ quanto dichiarato il 30 marzo corso dall’Osce, alla vigilia del voto in Ungheria che concede pieni poteri a Viktor Orbán per far fronte  all’emergenza coronavirus. Con la legge che è passata al Parlamento di Budapest con 153 voti a favore e 53 contrari, il premier ungherese, al potere dal 2010, potrà governare per decreti senza limiti di tempo, fatto ritenuto inammissibile dai partiti di opposizione. Potrà chiudere il Parlamento, cambiare o sospendere leggi, avere la facoltà di bloccare le elezioni e attuare ulteriori misure straordinarie con decreto, senza la necessità dell’approvazione dell’Országház, l’Assemblea nazionale ungherese. L’opposizione, che aveva provato a presentare una proposta con una scadenza di 90 giorni al prolungamento delle misure, ha incontrato il severo nicht della maggioranza, per la quale non è possibile convocare l’Aula ogni 90 giorni. In via del tutto teorica, l’Assemblea potrebbe giocare la carta della revoca all’autorizzazione prima della fine dell’emergenza, ma nella sostanza saranno i due partiti al governo Fidesz e Kdnp, con una maggioranza dei 2/3, a decidere lo stop ai poteri straordinari del governo. Da qui i timori per una deriva antidemocratica manifestati della minoranza. In più, la legge prevede condanne fino a cinque anni di carcere per chiunque, giornalisti compresi, diffonda fake news sul virus o sulle misure per contrastarlo, una definizione che preoccupa gli attivisti per la libertà di informazione. A pesare anche l’ultima decisione presa dall’esecutivo nel fine settimana, di ridurre i finanziamenti per i partiti politici e  aumentare le tasse sulle banche, al fine di finanziare un fondo destinato a contrastare gli effetti del coronavirus. Ora, il 50 per cento del finanziamento annuale che i partiti politici ricevono dallo Stato sarebbe dirottato su questo fondo, il che assesterebbe un duro colpo ai partiti di opposizione. Potrebbe essere in gioco quella democrazia faticosamente conquistata nel Paese, dopo gli anni bui del regime sovietico.  La co-leader del partito dei Verdi ungherese (Lmp) Erzsébet Schmuck, traccia per Strumentipolitici.it un quadro dell’attuale situazione, non trascurando gli aspetti socioeconomici e sanitari dello Stato membro dell’Ocse dal ’96.

Infografica – La biografia dell’intervistata Erzsébet Schmuck

Cosa pensa dei poteri speciali conferiti al Capo del governo, crede che anche i valori democratici possano andare in quarantena? 

«I poteri speciali acquisiti dal governo devono essere concessi per un periodo limitato. Il calendario deve essere stabilito dalla legge. Non sono solo coloro che diffondono fake news a poter essere condannati (questo era già possibile ai sensi delle leggi vigenti), ma chi presenta fatti reali “in modo così distorto” da ostacolare le misure di prevenzione della pandemia. Non è ancora chiaro come utilizzeranno questa clausola. Se dovessimo prenderla seriamente, allora dovremmo anche estenderla ad una moltitudine di comunicazioni ufficiali e governative giornaliere, quindi potremmo praticamente avviare azioni legali quotidiane contro di esse. Avrà sicuramente un  un effetto deleterio sui giornalisti, costringendoli all’autocensura. Lo si può già riscontrare con i media più grandi».

Qual è la situazione sanitaria del paese al momento? Secondo il Jhons Hopkins Center for Systems Science and Engineering in Ungheria sarebbero 733 i casi confermati e 34 i morti. Tuttavia, gli esperti sostengono che il numero potrebbe essere quindici volte superiore.

«Il numero di persone infette potrebbe essere davvero molto più alto rispetto ai dati ufficiali, anche quindici volte più alto. Per prima cosa, i test fin dall’inizio sono stati eseguiti su scala molto bassa e non c’erano protocolli chiari per gestirli. Le persone che tornavano a casa dagli epicentri della pandemia non erano tutte testate; i parenti che condividono la quarantena con le persone positive al Covid-19 non sono stati sottoposti a test. Ci sono numerose informazioni che indicano che i test non vengono nemmeno eseguiti su larga scala  nelle immediate vicinanze di coloro che hanno contratto il virus (a meno che non si tratti di un ministro o di un atleta professionista). In tutta Budapest si dice che ci sia una sola autoambulanza che va a casa della gente per fare i test, ma ovviamente rispettano un programma con prenotazioni per i giorni a venire. La ragione è legata probabilmente alla scarsità di test. Sebbene Viktor Orbán abbia dichiarato il 28 febbraio scorso che “gli strumenti per identificare il virus sono a nostra disposizione”, questa affermazione non è risultata nemmeno veritiera a distanza di un mese. Questa settimana sono arrivati alcuni tamponi dalla Cina, ma sono solo 100 mila, ed è possibile che si rivelino inutili come quelli che gli spagnoli o i cechi hanno ricevuto (il governo rifiuta di dire se sono utilizzabili, dicono solo che sono “di varia qualità”). I test condotti quotidianamente variano da mille a due mila. Secondo il National Chief Medical Officer  “i test non influenzano la diffusione della pandemia”, una affermazione che crediamo distragga l’opinione pubblica dalla mancanza di test disponibili. Per ora il sistema sanitario sta reggendo, ma le aspettative sono che la situazione peggiorerà molto presto».

– Quali altre misure dovrebbe prendere il governo, oltre a quelle già messe in atto, per fermare l’infezione?

«Avrebbero bisogno di fare più test, non solo su quelli attualmente infetti, ma anche su quelli che si sono già ripresi grazie agli anticorpi e avremmo bisogno di orari più rigidi sui tempi per fare la spesa, visto che al momento ci sono spesso code e questo comporta contatti tra le persone. Gli stipendi degli operatori del servizio sanitario e dell’assistenza agli anziani dovrebbero essere aumentati, dal momento che entrambi gli ambiti sono stati sottoposti a costanti misure di austerità nell’ultimo decennio. In pratica la pandemia è arrivata quando il settore sanitario è stato completamente prosciugato e indebolito».

Come sta reagendo la popolazione alle misure adottate dal governo e alla paura legata al contagio?

Stanno reagendo abbastanza bene. Il traffico automobilistico si è ridotto a un quarto del traffico normale a Budapest, mentre si registrano cali ancora maggiori nei trasporti pubblici. In generale, i cittadini si aspettano misure più severe, hanno paura del virus. Una parte della comunità anziana tuttavia non rispetta ancora gli inviti a restare a casa.

Dal punto di vista economico, quali potrebbero essere le conseguenze anche sociali dopo il blocco delle attività e la chiusura delle industrie? 

«L’Ungheria è già stata fortemente colpita dalla prima ondata della crisi economica. Il turismo è diventato un settore leader negli ultimi anni, soprattutto a Budapest. La ristorazione e i servizi hanno già subito un forte calo e molti sono stati impiegati in questi settori in una posizione precaria, ricevendo stipendi di settimana in settimana o, in alcuni casi, addirittura di giorno in giorno. Un’altra industria trainante dell’economia ungherese è la produzione di automobili, che produce per l’esportazione. Ma le più grandi fabbriche (Audi, Mercedes, Opel) hanno interrotto la produzione due settimane fa. E a causa delle restrizioni alla circolazione, l’economia basata sui servizi ha perso gran parte della sua domanda. Questo ci proietta ad una disoccupazione di massa, con centinaia di migliaia di disoccupati in uno/due mesi. Cosa andrebbe fatto?Innanzitutto i lavori che possono ancora essere salvati vanno salvati. Lo Stato dovrebbe pagare la maggior parte dei salari (almeno il 60% , il”Kurzarbeit” in tedesco, il contratto di solidarietà). La maggior parte dei governi ha già fatto questo passo, ma quello ungherese no.

Le piccole e medie imprese, i cui i ricavi sono diminuiti di almeno il 25%, dovrebbero beneficiare di riduzioni fiscali. Le scuole sono chiuse, il Paese è passato alla ‘”didattica a distanza”, di conseguenza molte persone devono stare a casa con i bambini, pur avendo altri oneri. Dovrebbero ricevere uno stipendi, per compensare il mancato guadagno. Le indennità di disoccupazione in Ungheria sono concesse per il periodo più breve all’interno dell’UE. Un ex lavoratore ne ha diritto solo per tre mesi e il suo importo massimo è il salario minimo. Ciò è dovuto al fatto che Viktor Orbán ha una visione neoliberista / tacherista del mondo e considera qualsiasi tipo di indennità (comprese le indennità di disoccupazione) come un “freeload” di ottenere denaro per niente. Dice che tutti possono trovare un lavoro, se vogliono lavorare. Trovare un’occupazione sarà estremamente difficile ora, per questo dobbiamo aumentare il limite di tempo delle indennità di disoccupazione ad almeno nove mesi e aumentarne l’importo. I disoccupati dovrebbero essere impiegati dallo Stato, a causa delle misure di austerità, il settore sociale è già sull’orlo del collasso. In migliaia potrebbero essere assunti per aiutare gli anziani, o lavorare nel settore sanitario e in agricoltura (anche in Ungheria mancheranno i lavoratori stagionali rumeni e ucraini, come la Germania o l’Austria). Oggi l’assistenza agli anziani è curata da volontari, ma è improbabile che sia sostenibile per mesi. C’è bisogno di un sussidio governativo su larga scala per affitti e abitazioni per garantire che nessuno perda la propria casa».

Qual è la sua posizione sui coronabond? Lmp sarebbe favorevole alla loro emissione come lo sono Francia, Spagna, Irlanda, Belgio, Grecia, Portogallo, Lussemburgo e Slovenia?

Lmp supporta con tutto il cuore l’emissione di obbligazioni corona, sebbene ciò non aiuterà l’Ungheria, poiché non siamo membri dell’Eurozona. Tuttavia, la situazione è critica: una gestione delle crisi a livello dell’UE (più economica e più unificata) non è necessaria solo a causa di aspetti economici, ma anche a causa di aspetti politici: la mancanza di solidarietà ha diminuito il sostegno all’UE anche nei Paesi più centrali. Se non si adotteranno misure comuni, se non si applicheranno principi di solidarietà avremo il crollo dell’UE. Anche la Germania e i Paesi Bassi devono capirlo: la posta in gioco è molto alta. E’ necessario che comprendano che non è possibile, in questo momento, decidere in base ai loro rigorosi principi di bilancio.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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