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Recep Tayyip Erdogan, il presidente che studia da Sultano dell’impero ottomano

Studiare da sultano di un neonato impero Ottomano, è questa la principale missione che ormai caratterizza la presidenza turca di Recep Tayyip Erdogan. E’ sufficiente osservare i movimenti del leader turco, leggere le sue dichiarazioni grondanti di rivendicazioni nazionalistiche, monitorare il suo interventismo sfacciato in ogni conflitto che interessi i territori circostanti al suo Paese per comprendere la direzione che ormai ha assunto il suo mandato elettorale. Una svolta che si è rafforzata intorno al 2010, circa tre anni dopo che i vertici militari del paese hanno pubblicamente sfidato Erdogan cercando, senza riuscirci, di deporlo e che ha trovato il suo completamento con il referendum del 2017 che ha sostituito il sistema parlamentare con uno presidenziale, centralizzante tutti i poteri nel suo ufficio. Anche grazie a questi poteri quasi assoluti, non esiste area geografica, di quello che fu l’antico impero turco, che non lo veda protagonista presente e influente: che si tratti dell’area Balcanica, del Medioriente, del Mediterraneo poco importa, l’importante è che la bandiera Ay Yildiz sventoli forte, eccitando in Patria gli animi del proprio popolo, e ricordando al mondo che Ankara non è seconda nessuna, autodetermina il proprio futuro e quello dei paesi confinanti plasmandolo con le proprie mani, costi quel che costi. Anche avvalendosi di ‘amicizie pericolose’ come quelle con i Fratelli Mussulmani e di altri gruppi islamisti

Le amicizie pericolose del presidente

Il boss latitante Sedat Peker per esempio nel suo ultimo video ha lanciato una serie di nuove accuse contro figure vicine al governo di Erdogan. Nel nuovo post su YouTube – l’ottavo sui 12 annunciati, ciascuno con milioni di visualizzazioni -, il capomafia sostiene che Ankara avesse autorizzato l’invio di armi in Siria nel 2015 al Fronte al Nusra, l’ala locale di Al Qaeda, attraverso il gruppo paramilitare Sadat, creato da un ex consigliere di Erdogan, Adnan Tanriverdi. L’organizzazione era già stata sospettata di aver addestrato ribelli filo-turchi in Siria e Libia. Come ricordato da Ansa “Peker ha sostenuto che il suo sodalizio criminale, con il consenso delle autorità, spedii tir carichi di armi ai ribelli turcomanni nella regione di Bayirbucak, nel nord-ovest della Siria, mascherandoli come aiuti umanitari. Alcuni di questi camion sarebbero però stati dirottati verso il gruppo jihadista. Nei precedenti video, il capomafia 49enne, che si troverebbe a Dubai, aveva lanciato altre accuse a membri dell’establishment turco sin dagli anni Novanta. Tra le denunce più gravi, finora mai comprovate, ci sono quelle di omicidi politici, traffici internazionali di droga e collusioni con la criminalità organizzata”.

Video – Il video di Sedat Peker in cui svela il presunto sodalizio
tra il presidente turco e Fronte al Nusra

Si tratta di accuse che prendono sostanza se si ripensa alle accuse mosse dal presidente siriano Bashar al-Assad durante una intervista al canale “Russia24 TV”, nella quale ha apertamente accusato il presidente turco oltre che di seguire direttive statunitensi per quanto riguarda l’offensiva su Idlib, ma di appoggiare la cosiddetta “opposizione” composta da terroristi legati ad al-Qaeda e ad altri gruppi islamisti radicali. In quella intervista Assad accusava Erdogan anche per i suoi rapporti con i Fratelli Musulmani, di cui Erdogan è noto rappresentante. Il Presidente siriano ha di fatto definito la Turchia “Paese guidato dalla Fratellanza”. Proprio l’avanzata dei Fratelli Mussulmani in paesi come Algeria, Libano, Libia, Siria, Tunisia può quindi essere letta in ottica filo-turca, sono loro la testa di ponte per allargare l’influenza di Erdogan nel resto del mondo.   

Erdoan punta anche i Balcani 

Ma la politica espansionistica della Turchia non si muove solo attraverso i Fratelli Mussulmani e gli interventi militari. Si pensi alle 30 mila dosi di vaccino anti-Covid regalate alla Bosnia-Erzegovina – una settimana dopo quelle inviate a Cipro – che il presidente turco ha annunciato in pompa magna in una conferenza stampa ad Ankara, con di fianco il presidente del Consiglio presidenziale bosniaco, Milorad Dodik. Erdogan non ha nascosto i suoi veri fini annunciando che “mira a raggiungere al più presto un miliardo di dollari di interscambio con Sarajevo, accrescendo così ulteriormente la sua influenza nei Balcani”.

Foto – Dal vertice tra Milorad Dodik e Recep Tayyip Erdogan

Da leggere in questo senso è anche l’incontro avvenuto il 25 settembre scorso tra il leader turco e il presidente serbo Aleksandar Vucic dove si è discusso della situazione nei Balcani e dei più importanti temi dell’attualità internazionale, in particolare gli sviluppi del negoziato sul Kosovo, compreso il recente accordo di Washington sulla normalizzazione dei rapporti economici fra Belgrado e Pristina. Uguale lettura va data anche all’accordo di cooperazione militare internazionale tra Albania e Turchia. Il protocollo perfezionato dai due Paesi a gennaio e febbraio del 2020 è stato poi ratificato dal Parlamento di Tirana con la firma del presidente albanese Ilir Meta, che ne determina la definitiva entrata in vigore. L’accordo, concluso nel quadro della cooperazione militare determina i principi per l’assistenza finanziaria a Tirana finalizzati all’acquisto di prodotti dell’industria della difesa di Ankara, ma costituisce anche una morsa a tenaglia per l’Europa e in particolare per la Grecia che è in continuo conflitto con Ankara la quale utilizza la spinta dei profughi e migranti per ottenere denaro da reinvestire in armamenti militari da spedire nei vari Paesi del Medioriente.   

Questa fama di potere, che fa assomigliare sempre più Erdogan ad una piovra che allunga i suoi tentacoli su tutto l’ex impero Ottomano, si fa tanto più prepotente quanto più la Turchia entra in affanno a livello economico. 

Vignetta – A cura dell’artista italiano Benny ©StrumentiPolitici.it

Il freno della crisi economica

Ed è proprio l’economia turca l’unico freno all’avanzata implacabile di Erdogan che ogni giorno si pone come voce fuori dal coro di NATO, Unione Europea e blocco Occidentale. La situazione interna è molto fragile. Il Fondo Monetario Internazionale nelle sue previsioni attesta una inflazione annua pari al 13,6% nel 2021, ancora cresciuta rispetto al 2020 quando aveva raggiunto un +12,3%. Anche sul fronte del deficit le note sono dolenti, la bilancia di conto corrente segna un -3,4% quest’anno, che fa seguito ad una riduzione del 5,1%. Questa situazione si abbatte sulla lira turca che sta subendo una svalutazione continua che impoverisce fasce sempre più consistenti della popolazione turca, basti pensare che in un sondaggio interno il 59,1% degli intervistati ha lamentato un peggioramento della qualità della vita. Oltre tutto gli investitori con il crollo della moneta fuggono dalla Turchia, impoverendo un Paese che con Erdogan ha fondato molte delle sue fortune proprio grazie alla rinnovata immagine di polo internazionale. Non sono un caso i conflitti continui che il presidente registra con i Governatori della Banca centrale Turca tanto da portare a “licenziamenti” continui degli stessi, non in linea con la piattaforma politico economica del suo partito l’Akp. Una serie di ‘siluramenti’ che però non pare placarsi visto che dopo l’addio a Naci Abgal, anche Sahap Kavcioglu, sta frenando sul taglio dei tassi di interesse chiesto a gran voce dal presidente turco. Il Governatore si è opposto affermando che “Le aspettative di un rapido taglio dei tassi, che non sono basate su giuste motivazioni e devono scomparire”. Un campanello d’allarme che fa pensare ad un possibile nuovo cambio ai vertici della Banca Centrale Turca in modo da permettere di liberare risorse per continuare a finanziare l’interventismo estero di Erdogan. 


Foto – Ankara, Turchia, giugno 2013. I manifestanti scappano dai proiettili di gas lacrimogeni
sparati dalla polizia durante le proteste del parco di Gezi

L’approccio bellicoso di Erdogan si sposta ovunque. Il 31 maggio di quest’anno è intercorso l’ottavo anniversario delle proteste partite da Gezi Park e dall’antistante piazza Taksim. Si è trattato della più grande ondate di proteste che si ricordi nella storia repubblicana turca e che rivelò al mondo il volto peggiore del Governo Erdogan visto l’intervento violento della polizia sulle migliaia di manifestanti che si erano riversate nelle strade di Instanbul e che portò anche alla morte di 8 persone tra cui un ragazzino di quattordici anni e al ferimento di centinaia di cittadini. Erdogan ha scelto proprio l’anniversario del sit-in per inaugurare una nuova moschea proprio in quell’iconica piazza della metropoli sul Bosforo, inviando una risposta diretta ai suoi oppositori interni “Una delle promesse che abbiamo fatto quando sono stato eletto sindaco di Istanbul era di costruire questa moschea. Non abbiamo potuto mantenere allora questa promessa. Quando sono diventato primo ministro abbiamo dovuto affrontare le proteste di Gezi Park. Ma nessuno riuscirà a fermare gli appelli alla preghiera islamica. Siamo riusciti a respingere tutti gli attacchi“. Una risposta sicuramente ad effetto ma che allontana ulteriormente la Turchia dall’Occidente. 

Foto – Istanbul, Turchia – 09 aprile 2021. Vista su Piazza Taksim a Istanbul.

Soner Cagaptay, analista politico del Washington Institute e autore di diverse pubblicazioni sul presidente turco, ha affermato “Nella città in cui è nato e di cui è stato sindaco oggi ci sono tre moschee di Erdogan: oltre a Taksim, c’è quella di Camlica, sulla collina più alta della città, accanto alla quale potrebbe essere sepolto, come facevano i sultani ottomani con i propri luoghi sacri favoriti, e c’è Santa Sofia, riconvertita lo scorso anno. Così la religione viene messa sempre più al centro della società turca. Quando le visiteranno fedeli e turisti si ricorderanno di lui come di uno dei più importanti leader dell’ultimo secolo in Turchia, un presidente nella forma ma un sultano nello spirito. Il presidente ha ricalibrato gran parte dell’eredità di Ataturk, un’eredità che spingeva la Turchia a guardare all’Occidente per essere parte dell’Europa e, indirettamente, una democrazia. Con un approccio populista, ha demonizzato tutti i suoi oppositori: la sinistra, i socialdemocratici, i liberali, i curdi, gli aleviti. Il suo Akp sta cercando di cambiare la legge elettorale per ostacolare l’opposizione, che oggi ha la maggioranza nel Paese. Che Erdogan da un lato corteggerà l’Europa, da cui nei fatti dipende l’economia turca, e dall’altro opprimerà sempre più l’opposizione interna. Con le buone o con le cattive, cercherà di restare al potere“.

Foto Soner Cagaptay, analista politico per il Washington Institute
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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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