I più letti

Categorie

  • Nessuna categoria

Ramadan tra guerra e pandemia, la situazione in Libia resta insopportabile

Martedì l’esercito nazionale libico (LNA) ha iniziato a riposizionarsi su vari fronti di combattimento nell’area della capitale libica, Tripoli. Ahmed al-Mismari, portavoce del comando generale dell’LNA di Khalifa Haftar, aveva annunciato una ridistribuzione e un riposizionamento delle truppe in diversi assi di combattimento, compreso il disimpegno di alcune aree residenziali affollate, per permettere ai civili nella capitale di festeggiare la fine del Ramadan, Eid el-Fidr. Tali movimenti hanno indotto i media ricollegabili alla Fratellanza Musulmana a parlare erroneamente di “ritiro totale” da parte di Haftar, soprattutto dopo che l’esercito nazionale ha abbandonato la base di al-Watiya, un aeroporto militare strategico nella regione occidentale, verso il confine tunisino, controllato da oltre 6 anni da truppe pro-LNA. Diverse narrazioni circondano la conquista di al-Watiya da parte del Governo di Accordo Nazionale (GNA), tra chi accusa la Turchia di aver assediato la base con attacchi di droni e con bombardamenti dal mare, e chi invece sostiene che l’LNA abbia lasciato la base ordinatamente seguendo una scelta tattica. Entrambe le ipotesi vengono sostenute da foto e video. Immagini dall’interno della base “liberata” mostrano tra le forze del GNA un uomo in uniforme descritto come ufficiale turco, dall’altra parte invece, un video mostra le forze del GNA entrare in una base completamente vuota, abbandonata.

Video – La presa della base aerea di al-Watiya da parte della GNA

Come indicato dall’inviata speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite ad interim, Stephanie Williams, durante il suo briefing al Consiglio di sicurezza del 19 maggio, le forze del GNA hanno iniziato le operazioni per prendere il controllo della base aerea di Watiya, il 5 maggio, ma sono state inizialmente respinte da UAV e cecchini, provocando dozzine di vittime. “Dopo ripetuti tentativi, supportati da attacchi aerei multipli condotti da droni, le forze del GNA hanno preso il controllo della base aerea il 18 maggio. Il controllo di questa base strategica – avverte l’inviata – può innescare un’ulteriore escalation, trasformando il conflitto libico in una pura guerra per procura”.  Williams sottolinea inoltre che “come in diverse occasioni, abbiamo assistito al coinvolgimento diretto di soggetti stranieri in questa operazione, sia con gli UAV sia con la presenza sul terreno di sistemi di difesa aerea, in palese violazione dell’embargo sulle armi”.

Dal 24 aprile, Tripoli, e in particolare l’aeroporto di Mitiga, è stato sottoposto a bombardamenti quotidiani, quasi continui. Il 7 maggio, bombardamenti di artiglieria pesante e attacchi di missili grad lanciati dalle forze pro-LNA hanno colpito il centro di Tripoli, compreso il porto marittimo e nelle vicinanze del ministero degli Esteri, dell’ambasciata turca e della residenza dell’ambasciatore italiano in Libia, con almeno due civili uccisi e altri tre feriti. Un altro round di bombardamenti su obiettivi dentro e intorno a Mitiga da parte delle forze del generale Haftar, il 15 maggio, ha colpito tre magazzini del Comitato centrale per le elezioni comunali, distruggendo una considerevole quantità di materiale elettorale. “Ancora una volta, chiediamo la cessazione immediata degli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili, mentre chiediamo al GNA di ripristinare la natura civile dell’aeroporto di Mitiga”. Ha aggiunto Stephanie Williams, condannando le operazioni militari e gli attacchi con droni del GNA a Tarhouna e Bani Walid, che hanno colpito mezzi traportanti beni di prima necessità, come cibo e frutta, ma anche benzina e gas da cucina destinati alle comunità locali di questi centri a sud della capitale Tripoli.

Tra il 1° aprile e il 18 maggio, l’UNSMIL ha documentato almeno 248 vittime civili (58 morti e 190 feriti), con un aumento dell’89% rispetto alle vittime civili totali, registrate nei primi tre mesi di quest’anno. La stragrande maggioranza delle vittime civili è attribuita a forze affiliate all’LNA. Questa situazione insopportabile, che non ha permesso ai civili di festeggiare in pace il mese sacro per i musulmani del Ramadan, è aggravata anche dalla pandemia del COVID-19. Le misure restrittive adottate dai due Governi libici hanno de facto limitato ulteriormente gli spostamenti dei civili, compresi gli sfollati in fuga dalle aree di combattimento e i migranti. Al 18 maggio, ci sono stati 65 casi confermati, inclusi tre decessi correlati a COVID che sono stati riportati in tutta la Libia. Secondo l’OMS, il picco non ha ancora raggiunto la Libia e il rischio di un’intensificazione dell’epidemia rimane molto elevato. L’inviata delle Nazioni Unite ha indicato che il basso numero di casi positivi è proporzionale alla bassa capacità di test del Paese, all’impossibilità di ricerca dei contatti avuti dai casi positivi e alla paura della stigmatizzazione sociale. Secondo diverse testimonianze inoltre, il virus si sarebbe propagato anche tra i combattenti, inclusi i mercenari, che non vengono testati. 

Foto – carichi di benzina diretti a Bani Walid bombardati da droni turchi/GNA

I recenti “successi” ottenuti sul terreno, hanno spinto il GNA a rifiutare ogni tregua ed ogni opzione di dialogo con Haftar, come riaffermato ieri da Taher el-Sonni, rappresentante permanente della Libia alle Nazioni Unite. Allo stesso modo, la comunità internazionale continua a non raggiungere una posizione condivisa. I molteplici attori coinvolti, in sostegno di questa o quella fazione, hanno fallito nel votare una risoluzione per chiedere una tregua umanitaria che consenta ai libici di rispondere alla pandemia, anche per via delle differenze tra Stati Uniti e Cina sull’origine del COVID-19. L’ipocrisia internazionale ha raggiunto il suo apice. Se da un lato gli attori internazionali continuano a dirsi preoccupati per l’escalation di violenza in Libia, il continuo e massiccio afflusso di armi, equipaggiamenti e mercenari nel Paese nordafricano, lascia intendere che questa guerra si intensificherà e si approfondirà con conseguenze devastanti per il popolo libico e per il tessuto sociale già martoriato da anni di guerra civile, che dal 2011 ha gettato il Paese nel caos.

Condividi questo post

Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

    Leave Your Comment

    Your email address will not be published.*

    Forgot Password